30 Settembre 2026

L’Ordine dei giornalisti del Lazio contro il DDL sull’antisemitismo

Antisemitismo, il corso dell’Ordine dei giornalisti del Lazio diventa un comizio contro Israele e il ddl: accusano la legge, non l’odio

Il 29 settembre 2026 l’Ordine dei giornalisti del Lazio, presso la sede della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) a Roma, ha tenuto un corso di formazione per giornalisti intitolato “Antisemitismo: dalla definizione alla legge”. Mi aspettavo, quindi, un corso di formazione contro l’odio verso gli ebrei. Un corso su come riconoscerlo, raccontarlo, combatterlo. Ho trovato un comizio di perbenisti e pacifinti apertamente schierati contro il ddl antisemitismo, il CDEC (Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) e Israele. Ma andiamo con ordine.

La prima relatrice è stata la giornalista freelance Ludovica Jona, che ha esaminato il Rapporto annuale sull’antisemitismo in Italia nel 2025 del CDEC. Sono 963 gli episodi di antisemitismo selezionati come tali dall’Osservatorio nel corso dell’anno passato. 963. Alcuni dei quali, senza esitazioni, sono stati messi in dubbio dalla giornalista. Lei, per esempio, ha contestato che il CDEC abbia fatto rientrare tra gli episodi di antisemitismo un post su Facebook di Alessandro Di Battista. Lui del resto sosteneva solo che “I sionisti sono peggio dei nazisti”. In un altro intervento la giornalista ha contestato la veridicità di un’aggressione subita da un ebreo francese a Milano dicendo che “I fatti devono ancora essere accertati”. Ha aggiunto: “Alla fine, sono stati 18 i casi di aggressione fisica”. Gentile Ludovica Jona, le sembrano pochi? Le sembra normale che per 18 volte si sia ripetuta un’aggressione fisica contro un ebreo in quanto tale? E poi arriva la lobby. Perché la lobby ebraica, prima o poi, arriva sempre. La giornalista, riferendosi al ddl antisemitismo che sarà discusso il 2 ottobre alla Camera, ha detto: “Sembra tanto una forma di lobby per legge. Non è nascosta; in questo caso è proprio palese”. Infine, immancabile il paragone tra Israele e i nazisti. La giornalista ha tenuto a precisare che i soldati israeliani dicono di obbedire agli ordini esattamente come lo dicevano i nazisti, in riferimento alla “sistematica violazione dell’uccisione di bambini”.

Andiamo avanti. Il secondo relatore si chiama Matteo Pucciarelli, giornalista di La Repubblica. Lui ha messo subito le mani avanti. La precisazione arriva ancora prima dell’accusa. Excusatio non petita, accusatio manifesta. Lui è contro il ddl antisemitismo ma non è antisemita, anzi: “Come definizione per l’antisemitismo ho deciso di assumere come riferimento la Jerusalem Declaration”, ha detto. Lui è contro il ddl antisemitismo ma non è antisemita, anzi: “L’antisemitismo non può essere per gli ebrei privilegiati”, ha aggiunto. D’altronde, ha osservato, per non privilegiare gli ebrei dovremmo fare allora un ddl per i migranti, per i musulmani, contro la xenofobia, contro la remigrazione. E qui arriva tutto il paradosso del perbenismo, del politically correct: è giusto preoccuparsi per le minoranze ma, a volte, metterle tutte sullo stesso piano può essere ingiusto. Non mi sembra che le donne musulmane abbiano improvvisamente deciso in massa di togliersi il velo perché si sentono minacciate. Non mi sembra che gli uomini musulmani abbiano deciso in massa di radersi la barba o non portare copricapi, così come gli indù non si nascondono, così come i buddisti si palesano, così come i cristiani girano serenamente con la croce al collo. Quindi chi decidiamo di tutelare per primi, una minoranza in quanto tale o una minoranza che è costretta a nascondere i propri simboli religiosi come gli ebrei? Secondo Matteo Pucciarelli, d’altro canto, parlare di antisemitismo è uno “strumento di pressione di Israele per alleggerire la propria posizione: si usa la memoria della persecuzione degli ebrei per restringere libertà”. Io noto che l’unica libertà ristretta continui ad essere quella degli ebrei e non quella degli altri, ma d’altronde appena si pronuncia la parola “antisemitismo” più di qualcuno si sente minacciato. Come se difendere un popolo perseguitato da millenni fosse un attentato alla libertà di parola.

Proseguiamo. Il terzo intervento lo ha realizzato Nicola Perugini, docente di Relazioni Internazionali all’Università di Edimburgo. Il professore, esperto di fonti, ha subito citato il film Naza per capire come è stata distrutta Gaza. Sarà utile ricordare ad un professore che il film è basato su testimonianze anonime? Forse no, perché lui crede che “L’antisemitismo viene distorto per giustificare qualunque forma di ingiustizia, come i tentativi di eliminazione del popolo palestinese”. Parlando del ddl antisemitismo, il professore ha affermato: “Il ddl si fonda su una definizione che andrà a delimitare il campo di ciò che è dicibile, insegnabile, delimitando ciò di cui possiamo discutere”. Qui entra in scena il bavaglio. Continua: “Potrò discutere liberamente di apartheid? Potrò insegnare Edward Said, il più grande intellettuale palestinese? Potrò insegnare Ilan Pappé? Potrò insegnare chi parla di razzismo di Stato? Con la legge che verrà probabilmente approvata non sono sicuro di poterlo fare”. La domanda è drammatica, la risposta molto meno. Poiché non c’è mai fine al peggio, bisogna ricordare che il ddl antisemitismo non introduce reati d’opinione. Non aumenta le pene. Non rende illegale criticare il governo israeliano. Quindi, professore, non si preoccupi: ahinoi potrà continuare a dire quello che vuole. Sì, anche continuare a parlare di questo presunto “genocidio” e “apartheid”. Le parole preferite del comizio giornalistico. Il bavaglio, almeno per ora, sembra avere un problema: nessuno lo ha ancora messo.

Continuiamo. Riccardo Cucchi, giornalista sportivo, quarto intervento. Con i paragoni non ci va leggero neanche lui: dice che il Sudafrica è stato escluso dalle competizioni calcistiche per 24 anni, così sono state escluse Russia e Bielorussia, “ma Israele per il genocidio no”. Anche lui si domanda quanto potrà continuare a dire, affermando che il giornalismo è sotto attacco (sì, quello stesso giornalismo che ogni giorno infanga Israele, proprio quello). Ahinoi anche lui potrà continuare ad avere le sue posizioni seppur la frase da lui pronunciata come “L’esistenza di Israele è un’impresa nazista” solleva molti interrogativi: morali, prima ancora che giuridici. Ovviamente anche lui ci tiene a sottolineare che non è antisemita: del resto ha portato i figli a vedere i campi di sterminio. Il giornalista poi ha citato le parole di Walker Meghnagi, il Presidente della Comunità ebraica di Milano, il quale ha detto che il clima che respirano gli ebrei oggi è quello del 1938. Nella sala, più di qualcuno scoppia a ridere. Cosa c’è da ridere? A me viene solo da piangere. I non-ebrei adesso vengono a spiegare agli ebrei che non è vero che si sentono in pericolo. Il paradosso. Per non citare quando il giornalista ha parlato di Netanyahu che dinnanzi all’Onu “ha mostrato i cercapersone usati in Iran”. Egregio, mi permetta: in verità era in Libano. “Lo ha fatto dinnanzi all’Assemblea per la pace”.

Pace: l’altra keyword profanata dai pacifinti. L’Onu per la pace? L’Onu che ha nominato l’Iran nell’organo che detta la linea su diritti, disarmo e prevenzione del terrorismo? L’Onu che ha eletto Cina, Cuba, Arabia Saudita e Sudan al Comitato sulle Ong? L’organismo che ha sanzionato più Israele della Corea del Nord? Quello che ha dato un voto democratico in un’assemblea a Paesi non democratici? Ma vaglielo a spiegare. D’altro canto il giornalista crede che “Non c’è bisogno di una legge per gli ebrei. È solo una minaccia per il pensiero critico. Vogliono aggiungere uno ostacolo al diritto dei cittadini di essere informati sancito dall’articolo 21 della Costituzione”. Ah, poveri padri costituenti!

La ciliegina sulla torta arriva con Anneliese Baldaccini di Amnesty International, nota organizzazione antisraeliana. La relatrice si vanta che Amnesty si era occupata della questione ddl “quando ancora era oscura ai giornalisti”, scrivendo una lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite per impedire che fosse adottata la definizione dell’IHRA. “È problematica, è vaga, è ampia”. Il cavallo di battaglia (ovviamente falso): “Chiunque si pronunci contro Israele viene tacciato di antisemitismo”, ha detto Baldaccini, nonostante l’IHRA specifichi che le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possano essere considerate antisemite. Il secondo cavallo di battaglia: “Israele pratica l’apartheid”. Apartheid? Posto che gli arabi israeliani hanno gli stessi diritti degli ebrei israeliani, mi sa fare un altro esempio al mondo di uno Stato che combatte, da quando è nato, contro il terrorismo islamico nei confini di casa propria? Infine la relatrice rivendica il diritto di poter dire: “Palestina libera dal fiume al mare”. Il che significa cancellare lo Stato di Israele. “È un problema avere questo disegno di legge”. Ad avercene di problemi come questo!

L’ultimo giornalista intervenuto è Nico Piro, del Tg3, che si vanta di avere quattro denunce all’Ordine dei giornalisti per le sue posizioni contro Israele. Lui, dopo aver rivendicato l’importanza del giornalismo critico contro Israele, dice che questo ddl è un “bavaglio che si vuole imporre alla nostra categoria”. Poeticamente aggiunge: “Amano la guerra ma odiano il conflitto delle idee”. Idee, sì, poche e ben confuse. Anche lui rilancia sul relativismo: “Dopo anni che ci hanno detto che non c’era più libertà di parola, in questo contesto, arriva una legge che riguarda un solo caso di discriminazione? Negli Stati Uniti è solo aumentato l’antisemitismo con una legge analoga. Siamo sicuri che metterla così non moltiplichi l’antisemitismo nel nostro Paese?”. Quindi Nico Piro ci sta dicendo che l’aumento dell’antisemitismo negli Stati Uniti è dato da una legge contro l’antisemitismo e non dall’estremismo islamista, dalla radicalizzazione, dalla polarizzazione politica e sociale, dagli stereotipi e pregiudizi antiebraici di lunga durata? Buono a sapersi. E io che pensavo che ce l’avessero con gli ebrei!

Infine, ha preso la parola l’avvocato Anna Cortimiglia.
Precisazione: il ddl non contiene norme penali. Pertanto viene da chiedersi: se il ddl non contiene norme penali, perché è stata fatta intervenire un avvocato sulla rilevanza dell’analisi penalistica? Non è da dato sapere. Ha detto, tuttavia, qualcosa di tecnico sul ddl anche lei. Ha affermato che non serve una legge sull’antisemitismo. Ha sottolineato perché questo ddl è da bocciare poiché, dal suo punto di vista, si tratta di un testo palesemente pericoloso. In verità, l’unica cosa pericolosa è la situazione nella quale vivono gli ebrei tutt’oggi in Italia. Ma qui sta il paradosso, quello che sembra sfuggire nel rumore delle dichiarazioni: la pericolosità non è un’astrazione giuridica da cercare tra le righe di un disegno di legge. La pericolosità è quella concreta, quotidiana, vissuta ancora oggi dagli ebrei in Italia. È il fatto che una persona si senta costretta a nascondere una kippah, a rinunciare a una stella di David, a pensarci due volte prima di mostrare pubblicamente la propria identità religiosa. E allora sì, c’è qualcosa che non torna. Nel mondo alla rovescia nel quale viviamo, sembra quasi che non sia necessaria una legge per proteggere chi viene minacciato, intimidito o costretto alla prudenza per il semplice fatto di essere ebreo. Sembra che il problema sia sempre la tutela, mai il pericolo da cui quella tutela dovrebbe difendere.

Si dice che gli ebrei siano come i canarini in miniera: quando loro stanno male, generalmente per primi, non sono soltanto i canarini a stare male. È il segnale che l’aria è diventata irrespirabile per tutti. Eppure, pare, che molti in quella puzza di gas ci respirino bene. E si sono convinti che sia normale.