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Ebreo errante

L’ebreo errante è una figura della mitologia cristiana, che è condannato a vagare sulla terra fino al Secondo Avvento, per aver respinto o colpito Cristo durante il suo percorso verso il Calvario per essere crocifisso. La prima variante registrata sull’archetipo dell’ebreo errante apparve negli scritti di Roger di Wendover, un monaco di St. Albans. In questa versione, si convertiva al cristianesimo e da allora viveva una vita devota. Tuttavia, la leggenda servì a rafforzare l’idea che gli ebrei erano un popolo maledetto da Dio. Si è sostenuto che la diffusione del mito dell’ebreo errante, accompagnata dalla credenza che dimostrava che gli ebrei erano malvagi, era una causa diretta della violenza antisemita durante il Medioevo. L’ebreo errante fu anche adottato come simbolo dagli antisemiti tedeschi nel XIX secolo. Tragicamente, ciò portò l’ebreo errante ad essere utilizzato a scopo propagandistico nel partito nazista.

F

Fascismo

Il movimento politico dei “Fasci di combattimento” fu fondato nel marzo 1919 (pochi mesi dopo la fine della prima guerra mondiale), su iniziativa dell’ex-socialista Benito Mussolini. Il programma politico iniziale conteneva proposizioni nazionaliste, populiste, repubblicane e anticlericali. Negli anni seguenti esso fu modificato in senso radicalmente reazionario, antisocialista e antidemocratico, e l’azione dei fascisti nel paese fu caratterizzata da una notevole violenza fisica (lo “squadrismo”). Nel novembre 1921 il movimento divenne Partito Nazionale Fascista (Pnf); Mussolini ne fu sempre il leader effettivo e riconosciuto, ma non volle mai esserne il segretario. Il 28 ottobre 1922 organizzò la “marcia su Roma”, con migliaia di fascisti; il re non la contrastò e affidò proprio a lui l’incarico di costituire un nuovo governo. Esso fu inizialmente basato su una coalizione; ben presto si trasformò in dittatura.

Mussolini (“il duce”, o qualche volta “dux”) fu ininterrottamente primo ministro dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943, quando fu defenestrato dal re e dal Gran Consiglio del Fascismo. Nel maggio 1927 si vantò alla Camera di aver soppresso i giornali e i partiti di opposizione. Nel 1929 concluse i Patti Lateranensi con la Santa Sede; nel 1936 conquistò l’Etiopia e proclamò l’Impero; in quel periodo dette un importante sostegno a Francisco Franco in Spagna; in novembre 1936 annunciò l’Asse con la Germania nazista guidata da Adolf Hitler; in dicembre 1937 uscì dalla Società delle Nazioni; in aprile 1939 invase l’Albania, cui impose un governo fantoccio. Il 10 giugno 1940 il Regno d’Italia entrò in guerra al fianco del Terzo Reich; occupò ampie regioni in Francia e nei Balcani. Il 10 luglio 1943 gli Alleati, che già avevano liberato le colonie italiane in Africa, sbarcarono in Sicilia. Il 25 luglio il re e il Gran Consiglio del Fascismo defenestrarono Mussolini, che fu arrestato; l’8 settembre 1943 l’Italia annunciò l’armistizio con gli Alleati. Le forze tedesche occuparono le regioni centrali e settentrionali, e sovraintesero alla costituzione in quei territori della Repubblica Sociale Italiana (Rsi), guidata nuovamente da Mussolini (da esse liberato). Il nuovo governo fascista-repubblicano (detto “repubblichino”) era un governo fantoccio, ma aveva un reale radicamento in una parte della popolazione. Fu sconfitto dalla lenta avanzata degli Alleati e dalla crescente Resistenza antifascista (Roma fu liberata nel giugno 1944; Milano nell’aprile 1945).

Lo statuto e i programmi del Pnf non contennero principi o propositi antiebraici sino al 1938. Prima del 1922 Mussolini aveva scritto alcuni articoli radicalmente antisemiti; dalla fine di quell’anno e per tre lustri non si pronunciò più pubblicamente contro gli ebrei. Vi furono quindi ebrei che condivisero il fascismo e si iscrissero al Pnf (altri furono antifascisti). Peraltro, terminata la costruzione della dittatura, dalla fine degli anni Venti il dittatore operò in modo non pubblico per allontanare gli ebrei da posizioni di rilievo. E nei primi mesi del 1933 suggerì questa strategia al capo del nuovo governo tedesco (che non accettò il consiglio). Nei due-tre anni seguenti Mussolini criticò pubblicamente il razzismo nazista (non però il suo antisemitismo) e soprattutto il suo principio della superiorità del gruppo “ariano-nordico”, specialmente in occasione della crisi austriaca del 1934. A metà degli anni Trenta il dittatore italiano si orientò verso l’adozione di un’azione antiebraica pubblica e generalizzata e iniziò a orientare progressivamente in tal senso il governo e la società.

Nel 1938 Mussolini (sempre nel suo ruolo di perno centrale del fascismo) elaborò e implementò una legislazione antiebraica molto dura; la decisione fu autonoma: non vi furono né pressioni né richieste tedesche. Gli ebrei furono progressivamente estromessi da tutti gli ambiti della società: politico (ossia dal sempre più invasivo Pnf), culturale, militare, economico e sociale. Furono annullati quasi tutti i permessi di soggiorno degli ebrei stranieri; coloro che rimasero furono poi internati nel campo di Ferramonti (Cosenza) e altri più piccoli. In alcuni casi (espulsione degli studenti e degli stranieri) le norme italiane del settembre 1938 furono più radicali di quelle vigenti in quel momento in Germania (questi primati italiani durarono poche settimane).

La popolazione della penisola fu divisa in “appartenenti alla razza ariana” e “appartenenti alla razza ebraica”, i figli di matrimonio “razzialmente misto” furono assegnati all’uno o all’altro gruppo (in prevalenza al secondo); furono vietati nuovi matrimoni di tale tipo. I principali documenti governativi e tutti i testi delle leggi persecutorie erano basati sul razzismo biologico, ossia sul conteggio del “sangue” “ereditato”; la propaganda razzista comprese sia scritti con impostazione, appunto, “biologica”, sia scritti con impostazione “spirituale”, che ponevano l’accento sul primato di Roma antica, sul suo essere sede del cristianesimo/cattolicesimo, sul contributo “italiano” alla civiltà (questi tre punti marcavano la distinzione tra la posizione “italica” e quella “germanica”).

Nel 1938-1943 in Italia non vi furono violenze fisiche antisemite (salvo rare eccezioni) e nessun ebreo venne deportato. Anche nei territori occupati in Francia e nei Balcani le autorità militari e diplomatiche italiane non attuarono violenze materiali e (salvo piccole eccezioni) non acconsentirono alle richieste di consegna degli ustascia e dei nazisti. In alcune zone occupate dai tedeschi (Parigi, Salonicco, anche Tunisi) le autorità italiane difesero i diritti economici e sociali degli ebrei di cittadinanza italiana, nell’ambito della tutela della posizione geopolitica nazionale. Nel gennaio 1943 Roma concordò con Berlino il rimpatrio (e quindi la non deportabilità) degli ebrei italiani residenti nei territori europei controllati dalle forze tedesche. Nella seconda metà del 1942 Mussolini ricevette informazioni sufficienti a comprendere che era in atto un’azione di sterminio da parte del Terzo Reich; non per questo mise in discussione l’alleanza militare e politica.

Nel settembre 1943 la polizia tedesca iniziò ad arrestare e deportare gli ebrei. Dopo alcune singole operazioni in località vicine alle Alpi, in ottobre iniziò l’azione metodica di rastrellamento (a Roma, il 16 ottobre). Il 14 novembre la Rsi annunciò che gli ebrei erano “stranieri”; il 30 novembre emanò un ordine formale di arresto e internamento. Da quel momento gli arresti furono attuati soprattutto dalla polizia italiana. Gli ebrei venivano riuniti in campi provinciali; da lì venivano trasferiti nel campo nazionale di internamento: dapprima a Fossoli (Modena), poi a Bolzano. Nel campo nazionale gli ebrei passavano sotto il controllo della polizia tedesca, che organizzava la loro deportazione; la grande maggioranza dei deportati fu inviata nel centro di sterminio di Auschwitz-Birkenau (come Primo Levi). Non esistono documenti scritti sull’accordo tra i due governi e le due polizie; ma il meccanismo funzionò in modo quasi automatico: le autorità provinciali italiane trasferivano gli ebrei dai campi provinciali a quello nazionale, quando questo era colmo la polizia tedesca li caricava su un convoglio di deportazione, dopo di ciò le prime ricominciavano a trasferire ebrei. Nelle province nord-orientali, Berlino aveva istituito due “zone di operazione” sottoposte direttamente a sé: Alpenvorland e Adriatisches Küstenland; gli ebrei di quest’ultima furono sempre arrestati da tedeschi, internati nella Risiera di San Saba a Trieste e da lì deportati ad Auschwitz. Oltre trecento ebrei morirono in eccidi in varie località; circa 7.500 vennero deportati, di essi poco più di ottocento sopravvissero (tra essi, alcune centinaia di ebrei libici con passaporto inglese deportati a Bergen Belsen). La Rsi confiscò tutti i loro beni; in alcune occasioni chiese al Terzo Reich la restituzione di beni ebraici prelevati da autorità tedesche (non esistono invece documenti di protesta relativamente al “prelievo” e alla deportazione dei proprietari di quei beni).

G

Genocidio

Termine derivante dal greco “ghenòs” razza, stirpe, e dal latino “caedo” uccidere; indica l’eliminazione fisica di un determinato gruppo di persone, siano esse una popolazione nazionale, un gruppo etnico od una comunità religiosa.

Gentile

Persona non ebrea

Ghetto

Area urbana circoscritta, dotata di muri e porte che venivano chiuse di notte, riservata agli ebrei per separarli dai loro vicini cristiani. Il primo esempio di ghetto fu quello istituito a Venezia nel 1516. Nel 1555, Paolo IV lo istituzionalizzò e fece rinchiudere tutti gli ebrei dello Stato della Chiesa solamente in tre ghetti. Il termine è usato anche per indicare un’area nella quale vivono in gruppo, in regime di reclusione più o meno ristretta, persone di una determinata appartenenza etnica o unite da una determinata cultura o religione.

Giudaismo / Ebraismo

Nella lingua italiana le parole “ebreo” o “giudeo” spesso generano equivoci dovuti alla non conoscenza del loro significato specifico. La Bibbia parla di Abramo in quanto “ebreo” probabilmente perché discendeva da Eber. Per questo motivo, quando ci si riferisce alla religione dei Patriarchi, si intende “l’ebraismo”. Solo successivamente si inizia a parlare di “giudei”, in riferimento alla formazione del regno di Giuda durante il periodo della monarchia seguito alla morte di Salomone (922 a.e.v.). Legato allo stesso periodo storico è l’uso del termine “israelita”: abitante del regno d’Israele. Giudei sono, invece, i discendenti dell’antica tribù di Giuda, stanziatasi in un territorio (la Giudea) nel quale sarà fondato – anni dopo la conquista della terra promessa – il regno omonimo. Con la conquista babilonese e la caduta del santuario di Gerusalemme, i giudei deportati a Babilonia fondano accademie di studio e rielaborano tradizioni e norme che, arricchite dai contributi del successivo periodo rabbinico, costituiscono il corpus del “giudaismo rabbinico”. Gli ebrei del periodo postbiblico possono quindi in un certo senso essere considerati giudei. Oggi si può parlare indifferentemente di ebraismo o di giudaismo in riferimento alla religione degli ebrei.

H

Herzl Theodor

Budapest (1860 -1904) giornalista, scrittore e avvocato ungherese fu il fondatore del movimento politico del sionismo .Fu educato laicamente nello spirito dell’Illuminismo ebraico-tedesco. Nel 1878 la famiglia si trasferì a Vienna e nel 1884 gli fu assegnato un dottorato di diritto presso l’Università di Vienna. Scrittore , drammaturgo e giornalista, dal 1891 divenne corrispondente da Parigi del giornale “Neue Freie Presse”. A Parigi ebbe modo di seguire l’affare Dreyfus e conoscere quanto radicato fosse nella società europea l’antisemitismo.Nel 1896 pubblicò “Der Judenstaat” (Lo Stato Ebraico) dove proponeva ai governi europei l’idea che si creasse uno Stato ebraico che sottraesse gli ebrei alle persecuzioni antisemite. Insieme a Max Nordau, Herzl è il padre del sionismo e il fondatore del Movimento sionista al congresso di Basilea del 1897, in cui venne eletto presidente.
Sostenne il diritto degli ebrei di fondare uno Stato ebraico, in Palestina o in Uganda (come proposto dagli inglesi). Questa patria sarebbe dovuta servire per accogliere gli ebrei che avessero voluto o non avessero potuto vivere serenamente nel paese in cui abitavano. La sua salma fu in un primo momento sepolta accanto a quella del padre a Döbling per poi essere trasferita – in ottemperanza alle sue volontà testamentarie – nel 1950 a Gerusalemme.

I

Islamismo

Ideologia che vede l’islam non come una semplice religione ma come un sistema completo regolante tutti gli aspetti della vita privata e pubblica e che si prefigge come obiettivo la creazione di un sistema politico i cui principi fondanti, istituzioni e sistema giuridico derivano direttamente dalla legge islamica (shari’ah). Le fondamenta dell’ideologia islamista contemporanea sono state elaborate da Hassan al Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani, nella prima metà del XX secolo. Oggi il movimento islamista è estremamente eterogeneo, comprendendo un arco che passa da partiti politici che partecipano ad elezioni ed alla vita democratica del proprio paese, come l’AKP in Turchia, fino gruppi terroristi che rigettano la democrazia, come al Qaeda.

J

Jihadismo

Termine comunemente usato per indicare le varianti più estreme e violente dell’ideologia islamista. Come la maggior parte degli islamisti, i jihadisti ritengono che:
a) l’islam non sia semplicemente una religione, ma un sistema completo regolante tutti gli aspetti della vita privata e pubblica che, una volta posto in essere, permetterebbe ai musulmani di conquistare il posto di supremazia globale ad essi assegnato da Dio ;
b) esista un complotto tra Occidente, ebrei e musulmani corrotti per soggiogare l’islam e i musulmani. Ma, mentre altre frange del movimento islamista utilizzano varie tattiche per ottenere i propri scopi, i jihadisti ritengono che solo con la violenza possano ottenerli.
La base teologica dell’ideologia jihadista va ricercata in un’interpretazione militante del concetto islamico classico di jihad, che in epoca contemporanea è stata teorizzata da leaders quali Sayid Qutb ed Abdullah Azzam. Nonostante la comune accettazione della violenza come elemento fondamentale e voluto da Dio, il movimento jihadista è caratterizzato da forti spaccature e differenze dottrinarie al suo interno. Questioni come la legittimità di uccidere musulmani¸ uccidere civili (musulmani e non) o utilizzare attacchi suicidi sono fonti di accesi dibattiti. Inoltre, alcuni gruppi jihadisti hanno scopi puramente locali mentre altri, diretti o influenzati da al Qaeda o l’Isis, adottano un’agenda più globale.

Judensau

Lo Judensau (ted. per “scrofa degli ebrei”) è una rappresentazione derisoria e disumanizzante degli ebrei sviluppatasi soprattutto in Germania – ma anche in Austria, Belgio, Svizzera, Svezia – dal XIII al XVI secolo. Gli ebrei sono rappresentati mentre poppano dalle mammelle di una scrofa con la quale, in alcune immagini, intrattengono anche sconci rapporti tra i quali quello di ingoiarne gli escrementi. Lo Judensau venne scolpito sui mensoloni decorati, sui capitelli, sugli stalli lignei dei cori, sui contrafforti e sui doccioni di gronda di numerose cattedrali e chiese (Brandeburgo, Magdeburgo, Ratisbona, Erfurt, Colonia, Uppsala ecc.). Apparve inoltre sui cancelli di molti edifici, sia pubblici che privati, fu spesso inserito nei bestiari e divenne il soggetto di pitture murali (ponte di Francoforte) e di dipinti. Nella rappresentazione appare spesso il diavolo come compiaciuto spettatore. Dal XV secolo l’evoluzione delle tecniche di stampa rese possibile la diffusione e la trasmissione nei secoli dello Judensau fino al XIX secolo, allorché venne utilizzato contro il processo di emancipazione degli ebrei. Nel XX secolo il tema fu riattivato e riadattato dalla propaganda antisemita nazista nella forma dell’ insulto: “saujude”, ossia “porco ebreo”.