Fonte:
Segnalazione CE
«si spacciano per italiani ma obbediscono ad un’altra nazione»
Post Facebook che richiama l’attenzione su una cittadina italiana trasferitasi in Israele e arruolata nell’IDF, chiedendo che vengano indagati eventuali crimini di guerra commessi da cittadini italiani nelle forze armate israeliane. Il post ricorda il suo servizio presso un checkpoint tra Gerusalemme e Cisgiordania e il successivo richiamo come riservista nei pressi di Gaza, collegando il tema anche alla testimonianza di Vincenzo Fullone su presunti abusi subiti da parte di soldati israeliani. – Commenti Presenti – Nei commenti pubblicati emerge un livello di antisemitismo elevato, anche se non tutti gli interventi possono essere classificati allo stesso modo. La discussione nasce dalle accuse rivolte a una specifica cittadina italiana che ha prestato servizio nell’esercito israeliano, ma numerosi utenti abbandonano rapidamente il piano della responsabilità individuale e trasformano il confronto in un attacco contro gli ebrei, gli italiani ebrei o i cittadini con legami con Israele. Sono particolarmente evidenti la negazione dell’appartenenza nazionale, lo stereotipo della doppia lealtà, l’identificazione degli ebrei attraverso i cognomi, la disumanizzazione e l’uso di espressioni che auspicano punizioni, sofferenze o morte. Uno degli elementi più significativi è lo stereotipo antisemita della doppia lealtà, secondo cui gli ebrei che vivono in Italia sarebbero soltanto apparentemente italiani e rimarrebbero fedeli a una potenza straniera. Il commento “si spacciano per italiani ma obbediscono ad un’altra nazione” non si limita a contestare la scelta individuale di arruolarsi nell’IDF, ma suggerisce che determinate persone fingano la propria italianità e appartengano realmente a un’altra comunità nazionale. Questa rappresentazione richiama il tradizionale pregiudizio dell’ebreo considerato permanentemente straniero, incapace di una piena e autentica appartenenza al Paese in cui vive. La stessa logica compare nelle richieste di espulsione e di revoca della cittadinanza. Alcuni utenti affermano che gli italiani con doppio passaporto che si arruolano in eserciti stranieri dovrebbero perdere la cittadinanza oppure essere processati al loro ritorno; altri scrivono che la donna non dovrebbe più “mettere piede” in Italia, che dovrebbe restare in Israele o che le andrebbe “stracciato il passaporto italiano”. Presa isolatamente, la proposta di introdurre conseguenze legali per chi avesse commesso crimini di guerra non sarebbe antisemita, perché riguarderebbe una responsabilità personale da accertare giudiziariamente. Nei commenti tuttavia, queste richieste vengono frequentemente associate all’idea che la protagonista non possa essere realmente italiana proprio per il suo legame con Israele, facendo scivolare il discorso dal piano giuridico a quello identitario ed etnico. Particolarmente esplicito è il commento “Sono Ebrei vedete i cognomi”. In questo caso l’identità ebraica viene attribuita e individuata attraverso il cognome, come se quest’ultimo consentisse di riconoscere automaticamente l’appartenenza a un gruppo sospetto e moralmente omogeneo. Il comportamento contestato alla singola soldatessa viene così interpretato non sulla base di prove individuali, ma attraverso la sua presunta origine ebraica. Si tratta di una forma di profilazione etnica, nella quale il cognome diventa il segnale di una colpa o di una natura collettiva. Ancora più grave è la risposta “Ci fate schifo. Da sempre”. L’uso della seconda persona plurale mostra che il disprezzo non è rivolto esclusivamente alla donna descritta nel post né all’esercito israeliano, ma a una collettività più ampia, presumibilmente gli ebrei. L’espressione “da sempre” attribuisce inoltre al disgusto una dimensione permanente e storica, suggerendo che l’ostilità non dipenda dalle azioni contemporanee di Israele, ma dall’esistenza stessa del gruppo. È quindi una manifestazione diretta di odio antiebraico, non una critica politica. Un altro elemento ricorrente è il linguaggio disumanizzante. La protagonista viene definita “bastarda criminale”, “disadattata”, “orco”, “mostro” ed “errore della natura”. Un utente scrive “Mostri, errori della natura”, utilizzando il plurale e lasciando intendere che il giudizio possa riguardare non soltanto la singola persona, ma un’intera categoria. La disumanizzazione è particolarmente pericolosa perché rappresenta i destinatari come esseri innaturali, moralmente inferiori o estranei all’umanità, rendendo più accettabili l’emarginazione e la violenza nei loro confronti. Alcuni commenti ricorrono inoltre a insulti basati sull’aspetto fisico, come “il volto racconta bene chi è”, “con quella faccia da incesto” o il riferimento al “sorriso da ebete”. Queste espressioni non sono automaticamente antisemite, poiché potrebbero essere semplici attacchi personali, ma nel contesto generale assumono un significato più preoccupante. L’attribuzione di una presunta malvagità ai tratti del volto può infatti richiamare l’idea secondo cui l’identità morale o etnica sarebbe leggibile nell’aspetto fisico, un meccanismo storicamente presente nella propaganda razzista e antisemita. È presente anche un linguaggio apertamente punitivo e intimidatorio. Espressioni come “avrà la fine che merita”, “presto l’Iran la farà smettere di avere quel sorriso”, “brucerà all’inferno” e la risposta “speriamo prima possibile” possono essere lette come auspici di sofferenza o morte. Anche quando tali minacce sembrano rivolte alla singola soldatessa, la loro gravità aumenta perché compaiono in una discussione nella quale la persona viene contemporaneamente identificata come ebrea, accusata di non essere realmente italiana e inserita in una categoria collettiva descritta come mostruosa o criminale. Il commento che parla di “assassini con la piadina in testa” sembra utilizzare un’espressione derisoria per indicare la kippah, il copricapo religioso ebraico. In tal modo il bersaglio non è più soltanto l’esercito israeliano o una determinata ideologia politica, ma un simbolo visibile dell’identità religiosa ebraica. La derisione del copricapo contribuisce alla sovrapposizione tra ebrei, israeliani, sionisti e militari dell’IDF, trattati come un’unica categoria indistinta di “assassini”. Analoga sovrapposizione appare nei commenti che chiedono l’espulsione di “tutti questi italiani sionisti”. Il termine “sionista” può essere utilizzato per indicare un orientamento politico e non è di per sé antisemita. Tuttavia, quando viene associato alla perdita della cittadinanza, alla presunta estraneità nazionale, ai cognomi ebraici e alla derisione della kippah, finisce per funzionare come sostituto del termine “ebreo”. La critica politica a Israele viene quindi trasformata nella richiesta di escludere dalla comunità nazionale persone identificate attraverso la loro origine o religione. Sono inoltre presenti commenti misogini e sessisti. La donna viene descritta come “bastarda”, “disadattata” e criminale, mentre alcune espressioni sembrano volerla degradare anche in quanto donna. La frase “gli orchi non hanno sesso” non costituisce di per sé antisemitismo, ma rafforza la rappresentazione disumanizzante della protagonista. In questo caso l’odio antiebraico, l’ostilità politica e la misoginia finiscono per sovrapporsi. Va comunque distinto l’antisemitismo dalla critica legittima o radicale alle azioni dell’IDF. Il commento secondo cui si dovrebbero processare cittadini italiani eventualmente responsabili di crimini di guerra, per esempio, rimane sul piano della responsabilità individuale, purché tale responsabilità venga accertata sulla base di prove. Anche sostenere che i servizi israeliani fossero a conoscenza dell’attacco del 7 ottobre o criticare le operazioni militari israeliane non è automaticamente antisemita, sebbene possa trattarsi di una tesi non dimostrata o complottistica. L’antisemitismo emerge quando la responsabilità viene estesa agli ebrei come gruppo, quando si identifica la loro presunta colpa nei cognomi o nella religione e quando se ne nega l’appartenenza alla nazione italiana. Nel complesso, gli screenshot mostrano quindi una discussione nella quale la critica a una soldatessa e all’esercito israeliano viene frequentemente trasformata in un discorso d’odio antiebraico. I segnali più evidenti sono l’affermazione che gli ebrei si fingerebbero italiani, lo stereotipo dell’obbedienza a uno Stato straniero, l’identificazione attraverso i cognomi, il disprezzo collettivo espresso con “ci fate schifo da sempre”, la derisione della kippah, la disumanizzazione come “mostri” ed “errori della natura” e gli auspici di morte o sofferenza. Non tutti i commenti sono antisemiti, ma la presenza di diversi interventi esplicitamente diretti contro gli ebrei come collettività permette di valutare il livello complessivo di antisemitismo come molto grave e consistente.
