16 Febbraio 2026

Facebook, attivista pro pal pubblica post con contenuti antisemiti

Fonte:

Segnalazione

«L’operazione di ricatto di Epstein era una risorsa dei servizi segreti israeliani, sostenuta da potenti figure sioniste con profondi legami col governo israeliano»

I post pubblicati da questa attivista pro pal presentano una linea narrativa coerente e fortemente critica nei confronti di Israele, del sionismo e dell’assetto politico internazionale che – secondo l’autrice – lo sostiene. Il tono è polemico, moralmente accusatorio e costruito su un impianto interpretativo che definisce la situazione a Gaza e in Cisgiordania come “genocidio”, “regime coloniale”, “etnocrazia” e “sistema suprematista”. L’argomentazione si sviluppa su più livelli: politico, giuridico, storico e simbolico. In diversi passaggi l’obiettivo dichiarato è criticare lo Stato di Israele, le sue politiche militari e l’Occidente che lo sostiene. Si insiste sull’idea che la responsabilità non sia solo del governo Netanyahu ma dell’intero “sistema” israeliano e della struttura coloniale che lo avrebbe generato. Questa impostazione rientra formalmente nell’ambito della critica politica radicale a uno Stato e a un’ideologia (il sionismo), anche se con toni estremamente duri e generalizzanti. Tuttavia, in alcuni punti si osserva uno slittamento problematico. Quando Israele viene definito “nemico del mondo intero” o “nemico comune dell’umanità”, la formulazione assume un carattere assoluto e totalizzante. Questo tipo di espressione non distingue più tra governo, istituzioni e società civile, ma tende a rappresentare Israele come entità intrinsecamente malvagia o minaccia globale. Sebbene possa essere letta come iperbole politica, richiama anche schemi retorici storicamente utilizzati nei discorsi di demonizzazione collettiva. Particolarmente delicato è il ricorso a metafore come il “Ku Klux Klan contemporaneo” o il paragone con Hitler e Norimberga. Queste analogie collocano Israele in una posizione simbolica assimilabile ai regimi genocidari del Novecento. Il paragone con il nazismo, quando riferito allo Stato di Israele nel suo complesso, è considerato da molte definizioni operative dell’antisemitismo contemporaneo (ad esempio quella dell’IHRA) un indicatore problematico, perché tende a rovesciare la memoria della Shoah attribuendone le caratteristiche allo Stato ebraico. Non è automaticamente antisemitismo in senso stretto, ma rappresenta un terreno altamente sensibile. Un altro elemento rilevante è la distinzione ripetuta tra “ebraismo” e “israelismo” o “sionismo”. In alcuni passaggi si cerca esplicitamente di separare l’ebraismo (definito universalistico) dall’israelismo/sionismo (definito identitario e nazionalista). Questa distinzione, in teoria, mira a evitare una generalizzazione sugli ebrei come gruppo religioso. Tuttavia, quando si parla di “israelismo” come componente biblica intrinsecamente violenta o come origine strutturale del “Male”, il discorso rischia di assumere una dimensione teologica e culturale che va oltre la critica politica contingente. Nel complesso, i post non presentano insulti diretti contro “gli ebrei” come categoria etnica o religiosa, né riprendono esplicitamente stereotipi classici come il controllo finanziario globale o la cospirazione mondiale (almeno nei testi qui riportati). L’impianto è centrato su Israele, il sionismo e la politica internazionale. Tuttavia, la rappresentazione di Israele come entità ontologicamente malvagia, “nemico dell’umanità” o incarnazione del “Male storico”, insieme ai paragoni con il nazismo e alle generalizzazioni sistemiche, colloca questi contenuti in una zona di forte radicalizzazione retorica. In sintesi, si tratta principalmente di una critica politica estrema e totalizzante nei confronti dello Stato di Israele e del sionismo. Non emerge un antisemitismo classico esplicito, ma alcune formulazioni – per il livello di demonizzazione, l’assolutizzazione e i paragoni storicamente sensibili – possono avvicinarsi a forme di antisemitismo contemporaneo laddove la critica allo Stato tende a trasformarsi in delegittimazione identitaria o in rappresentazione metafisica del “Male”.