19 Aprile 2026

Riflessione sull’iconografia antisemita

MEDIA – Stefano Gatti sul caso L’Espresso: L’ebreo cattivo è sdoganato Il ricercatore del Cdec mette anche in guardia dall’amplificare il pregiudizio

Il caso della copertina de L’Espresso intitolata “L’Abuso” ha riaperto in Italia un dibattito sensibile, che attraversa la linea sottile tra rappresentazione del conflitto israelo-palestinese e uso di immagini percepite come stereotipanti o evocative di repertori antiebraici. La copertina mostra un uomo israeliano armato, in uniforme militare, mentre ghigna e riprende con il cellulare una donna palestinese in un contesto di confronto asimmetrico. Secondo il settimanale, l’intento è documentare le dinamiche di violenza e sopraffazione nei territori occupati. La scelta editoriale ha suscitato una reazione immediata da parte dell’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, che ha parlato di immagine «manipolativa», accusando la copertina di distorcere la realtà complessa del conflitto e di alimentare stereotipi e odio. La controversia ha subito superato la dimensione diplomatica, assumendo una forma più ampia di discussione pubblica sull’etica della rappresentazione visiva in un contesto già fortemente polarizzato. È in questo quadro che interviene Stefano Gatti, ricercatore del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC), proponendo una lettura centrata non solo sul singolo episodio, ma sul contesto mediatico e sulla circolazione delle immagini. «Non ho molto da dire» esordisce Gatti osservando in primo luogo come si tratti di un settimanale che non ha grande diffusione, e che è forte il rischio che il dibattito in corso ne amplifichi di molto l’effetto, rischiando di produrre una dinamica di echo chamber, decisamente controproducente. Ne ridimensiona il ruolo nel panorama informativo sottolineando come una scelta del genere potrebbe essere una precisa strategia editoriale volta ad aumentarne le vendite. Un elemento che, secondo Gatti, non riguarda soltanto l’immagine ma anche la costruzione complessiva del messaggio è il titolo stesso della copertina: la parola «L’Abuso», osserva, non si limita a descrivere una dinamica di sopraffazione, ma può evocare anche il tema della violenza carnale, contribuendo a suggerire implicitamente la figura del «sionista belluino» che «abusa» della donna rappresentata nell’immagine, con una stratificazione semantica che va oltre la semplice documentazione visiva. Gatti colloca inoltre il caso all’interno di una più ampia storia editoriale e politica, ricordando come alcune testate abbiano «dal 1967 mantenuto un approccio anti-israeliano e antisionista», pur precisando che oggi «il rischio è quello di dare spazio a contenuti che non meriterebbero questa amplificazione». In questa dinamica, secondo il ricercatore, si inserisce un problema più generale: «il tema è stato sdoganato e normalizzato, e questo porta a un innalzamento continuo del livello dello scontro». Al centro della sua analisi vi è anche la questione del linguaggio visivo. L’espressione del «soldato/colono», osserva, «non è di per sé particolarmente commendevole, anzi», ma il punto critico è l’uso delle immagini, che «può trasformarsi in una forma di demonizzazione». Gatti richiama la presenza di rappresentazioni circolanti online in cui «ebrei ortodossi vengono raffigurati con tratti aggressivi, a costruire il paradigma dell’ebreo cattivo e disgustoso», evidenziando come in alcuni casi si riattivino «immaginari che richiamano La Difesa della Razza e pagine come quelle della testata filonazista Der Stürmer». Il nodo, sottolinea, è la costruzione di figure stereotipate: «l’ebreo religioso è riconoscibile e viene presentato come paradigma negativo». In questo senso, aggiunge, «sarebbe opportuno non parlarne troppo, perché il rischio è quello di amplificare il fenomeno», anche se nella pratica mediatica, quando l’uso di immagini analoghe è contestato «gli autori o responsabili di queste operazioni tendono a presentarsi come vittime e a difendersi appellandosi alla libertà di stampa». Gatti osserva inoltre che «quando hai difficoltà di vendite, metti in copertina un tema che viene rilanciato e aumenta la visibilità», sottolineando come la dimensione informativa possa intrecciarsi con strategie di attenzione e circolazione. Il discorso si allarga poi al contesto mediatico più ampio. Secondo il ricercatore, «alcune narrazioni e dichiarazioni pubbliche oramai sdoganate possono evocare logiche da Protocolli dei Savi di Sion», soprattutto quando vengono rilanciate da figure con forte seguito sui social network, generando reazioni che finiscono per normalizzare contenuti controversi. «L’antisemitismo appare oggi sempre più normalizzato e socialmente accettabile», osserva Gatti, inserendo il fenomeno in una dinamica più ampia che coinvolge anche il mondo dello spettacolo e della comunicazione. In questo quadro, il giornalismo italiano si muove tra polarizzazione e semplificazione: «c’è una tendenza a trasformare tutto in uno scontro manicheo, da guelfi e ghibellini, prima nella televisione e oggi nel web», afferma, segnalando «una crescita progressiva dell’estremismo nel discorso pubblico». Infine, Gatti richiama il dato empirico delle reazioni suscitate dal caso: «abbiamo ricevuto diverse segnalazioni, molto più del normale», un elemento che indica «un impatto significativo sull’opinione pubblica e reazioni molto forti». Il tema delle immagini, conclude, non è nuovo: «l’utilizzo di certe rappresentazioni visive richiama una tradizione che usava i fotomontaggi: ora c’è l’intelligenza artificiale, strumenti diversi ma con un obiettivo comunicativo che rimane sorprendentemente simile». In questa prospettiva, il caso della copertina si inserisce in una zona di tensione in cui la rappresentazione del conflitto, la memoria storica e la circolazione digitale delle immagini continuano a sovrapporsi.