Fonte:
moked.it
Autore:
Alberto Heimler
Dal doppio standard al pregiudizio il passo è breve
Dall’8 ottobre 2023 i telegiornali italiani ci raccontano quotidianamente e in dettaglio le azioni militari di Israele. Ci raccontano il numero dei morti, spesso senza distinguere tra civili e combattenti, sottolineando soprattutto quanti delle vittime fossero bambini. Riferiscono le dichiarazioni dei ministri israeliani, in particolare quelle dei rappresentanti dell’estrema destra, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, senza quasi mai domandarsi quanto tali dichiarazioni riflettano le posizioni e le politiche del governo.
Molto più raramente viene ricordato un fatto essenziale per comprendere ciò che accade: Hamas, Hezbollah e l’Iran perseguono apertamente (e militarmente) l’obiettivo di distruggere Israele, con Hamas responsabile del massacro del 7 ottobre e del lancio massiccio di missili soprattutto sul Sud d’Israele negli anni precedenti. Eliminati questi elementi dal racconto, ogni azione israeliana finisce per apparire come il prodotto di una volontà autonoma e perversa di distruggere, annientare e conquistare. Le dichiarazioni dei ministri dell’estrema destra contribuiscono ad alimentare questa rappresentazione.
Capisco l’orrore suscitato dalle bombe e dai bombardamenti. È impossibile rimanere indifferenti di fronte alla morte di migliaia di civili. Ma chi condanna Israele con durezza, di rado affronta una domanda altrettanto importante: che cosa avrebbe dovuto fare Israele dopo il massacro del 7 ottobre?
All’indomani del 7 ottobre, Hamas chiedeva la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane in cambio degli ostaggi. Probabilmente molti di coloro che oggi condannano Israele avrebbero consigliato di accettare, ma raramente lo dichiarano. Tuttavia, per il governo israeliano, uno scambio di questo genere avrebbe significato non soltanto liberare persone condannate per crimini gravissimi, ma anche attribuire ad Hamas una legittimazione estremamente pericolosa. È una logica che l’Italia conosce bene: fu anche alla base del rifiuto dello Stato di trattare con le Brigate Rosse durante il sequestro Moro.
La risposta militare israeliana era dunque difficilmente evitabile. Evitabile era invece gran parte di ciò che è accaduto dopo. Hamas avrebbe potuto interrompere la guerra arrendendosi e restituendo gli ostaggi. Avrebbe potuto anche ridurre le sofferenze della popolazione civile mettendo a disposizione parte degli oltre 500 chilometri di tunnel costruiti sotto Gaza, invece di riservarli quasi esclusivamente a scopi militari. La responsabilità di Hamas per la sorte della popolazione palestinese è rimasta largamente ai margini del racconto pubblico italiano — così come è progressivamente scomparso il contesto del fronte aperto da Hezbollah in Libano all’indomani del 7 ottobre, con ripetuti attacchi missilistici che hanno costretto decine di migliaia di israeliani ad abbandonare le proprie case nel Nord del paese. Il risultato è stato quello di rappresentare Israele, il suo governo e, sempre più spesso, persino la sua popolazione come mossi da una volontà criminale a causa delle azioni militari intraprese.
Per molto tempo ho pensato che il problema fosse soprattutto l’informazione. Credevo, anche impegnandomi di persona al riguardo, che una rappresentazione più completa della realtà e soprattutto delle cause del conflitto avrebbe consentito di ristabilire un maggiore equilibrio nel giudizio. Oggi lo penso molto meno.
Dopo quasi tre anni, la condanna pressoché automatica di Israele, qualunque sia l’azione intrapresa, mi sembra poco spiegabile soltanto con la cattiva informazione. C’è qualcosa di più profondo: un pregiudizio nei confronti di Israele che troppo facilmente si sovrappone a un pregiudizio molto più antico nei confronti degli ebrei.
È un pregiudizio paradossale. Per duemila anni gli ebrei sono stati discriminati, umiliati, esclusi dalle professioni e dalla vita pubblica, costretti a vivere ai margini delle società nelle quali si trovavano. Eppure proprio a questo gruppo, per secoli privo quasi ovunque di qualsiasi potere politico, è stata attribuita una straordinaria capacità di controllare la finanza, l’informazione, i governi e persino il mondo. L’emancipazione garantita dalle democrazie occidentali ha via via eliminato le discriminazioni giuridiche. Non il pregiudizio che tende a persistere. Gli ebrei, infatti, costituiscono ovunque una piccolissima minoranza, con la parziale eccezione di alcune zone degli Stati Uniti. Di conseguenza, il costo politico della discriminazione nei loro confronti può essere molto basso: il loro peso elettorale, nella maggior parte dei paesi, è quasi irrilevante. Probabilmente anche per questo vengono tollerate discriminazioni, talvolta persino violente.
Peraltro oggi il pregiudizio ha assunto una forma più subdola che in passato perché gli ebrei non sono soltanto una comunità religiosa, ma anche un popolo. La nascita e la crescita di Israele in questi ultimi 80 anni ne sono la manifestazione. Persone cresciute nei paesi più diversi, parlando lingue diverse e appartenendo a culture diverse, hanno trovato in Israele un’identità comune, facendo rinascere una lingua antica e costruendo intorno ad essa una cultura, una società e un futuro in una terra mai completamente abbandonata. Il pregiudizio contro Israele è diventato così una nuova forma del più antico pregiudizio contro gli ebrei.
Israele è certamente uno Stato e, come ogni Stato, il suo governo deve poter essere criticato. Si può criticare Benjamin Netanyahu, contestare la conduzione della guerra a Gaza, condannare le dichiarazioni di Ben Gvir e Smotrich, opporsi agli insediamenti in Cisgiordania. Tutto questo appartiene alla normale discussione politica. Ma la critica politica è una cosa, l’ostilità pregiudiziale e l’odio un’altra. Basta un confronto. In Sudan è in corso una delle più gravi crisi umanitarie del mondo: circa 25 milioni di persone soffrono per l’insicurezza alimentare e centinaia di migliaia sono esposte a condizioni di fame catastrofica. Alle atrocità commesse contro i Masalit e altri gruppi non arabi si aggiungono ripetute e diffuse violenze sessuali anche contro bambini. Eppure tutto questo occupa uno spazio infinitamente minore nel nostro dibattito pubblico — una sproporzione che la sola distanza geopolitica non basta a spiegare.
Il sospetto che a Israele venga applicato un metro diverso nasce anche da qui. Le intenzioni dei suoi nemici vengono rimosse dal racconto, le responsabilità di Hamas e di Hezbollah scompaiono, le dichiarazioni più estreme di singoli ministri diventano automaticamente la politica dello Stato, il primo ministro viene spesso definito un criminale, come se una condanna fosse già stata pronunciata, i soldati, in gran parte di leva, trattati come assassini e agli israeliani, e talvolta persino a tutto il popolo ebraico, viene attribuita collettivamente una volontà genocida.
Un esempio è il modo in cui è stata raccontata l’ultima guerra. I ripetuti attacchi missilistici di Hezbollah, di Hamas e dell’Iran erano rivolti contro centri abitati in Israele, ma ciò che contava nella narrazione pubblica era l’efficienza della difesa israeliana nell’intercettarli. Il risultato è paradossale: Israele viene giudicato negativamente per le vittime civili delle sue operazioni militari, mentre l’intenzione di colpire la popolazione civile israeliana da parte dei suoi nemici viene quasi ignorata. Perché questa differenza?
Questo clima di semplificazione e di condanna lo vediamo anche nel dibattito politico italiano. Nel Partito democratico si sono progressivamente affermate due formule — il “genocidio” a Gaza e la “guerra illegale” contro l’Iran — che sembrano talvolta diventare non conclusioni di un ragionamento, ma condizioni preliminari per poter partecipare alla discussione. Alessandro Onorato, assessore capitolino ed esponente dell’area moderata del partito, è arrivato a pronunciarle quasi a forza durante un’intervista televisiva.
Al di là del merito della questione, ciò che dovrebbe preoccupare è che determinate parole diventino formule obbligatorie di appartenenza e che chi non le pronuncia venga considerato moralmente sospetto prima ancora che le sue ragioni siano ascoltate.
Questo non è più soltanto un problema di Israele. E non è neppure soltanto un problema degli ebrei. È un problema della qualità del nostro dibattito pubblico.
Quando l’appartenenza si misura sulle parole d’ordine, la democrazia è a rischio.
