11 Febbraio 2020

Milena Santerini, coordinatrice per la lotta all’antisemitismo, riflette su recenti casi di odio antiebraico

Fonte:

La Stampa

Autore:

Milena Santerini

La memoria non è di parte

Ora dobbiamo contrastare la normalizzazione dell’odio

La coordinatrice per la lotta all’antisemitismo: “Non possiamo accettare l’escalation di episodi di discriminazione”

Preoccupa l’escalation degli atti di antisemitismo in varie città italiane. Dopo le stelle di David disegnate sulle porte di partigiani, giorni fa è apparsa una svastica sull’abitazione friulana di Arianna Szorényi che fu deportata. La scritta Jude con la stella di David è stata disegnata sulla porta di casa di Marcello Segre a Torino. Un gruppo di minorenni ha imbrattato i muri a Forlì con svastiche e scritte contro gli ebrei. Qualcuno ha strappato il cartello di una Caritas parrocchiale a Torino, su cui era scritto «Qui abita un ebreo: Gesù». Si potrebbe continuare. Come mostra l’Osservatorio del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, gli atti antisemiti tendono a crescere proprio nei giorni prossimi al 27 gennaio. Quest’anno, la maggiore visibilità data dalle polemiche sulla Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, voluta dalla senatrice a vita Liliana Segre al Senato, ha forse contribuito a catalizzare l’ostilità. Dunque la stessa memoria della Shoah (accompagnata a volte dalla retorica dei suoi «guardiani») sarebbe una provocazione che pub far crescere l’intolleranza? Alcuni lo credono. Sarebbe perverso attribuire alla memoria la responsabilità di un odio ottuso, pervicace, che resta sotterraneo nella società italiana e aspetta di riemergere quando c’è un periodo favorevole. La domanda da farsi, quindi, è perché questi pericolosi e ignobili gesti di provocazione tornano a diventare visibili proprio in questa fase della storia italiana. Gli atti a cui assistiamo sono altamente simbolici. Possono essere compiuti in alcuni casi da ragazzi irresponsabili; in altri, invece, da gruppi organizzati. Sicuramente esiste un effetto emulazione ma non possiamo escludere che stia crescendo in Italia una rete estremistica vecchia o nuova (sta indagando la Digos). In ogni caso, sappiamo che non possiamo accettare una «normalizzazione» dell’odio. Quei simboli, quelle svastiche, quelle stelle di David significano pregiudizio, esclusione e discriminazione; evocano, soprattutto, gli esiti finali a cui si arriva quando la società li accetta passivamente. L’odio si presenta come una piramide con alla base il linguaggio, l’«hate speech» soprattutto online, che abbiamo fatto crescere indisturbato, con tutte le sue manipolazioni. Ma ai livelli superiori le parole si trasformano in atti, fino a diventare reati e crimini. Nel 2019 su 251 episodi di antisemitismo ben 173 erano espressioni aggressive sul web, ma ora qualcuno esce di casa, imbratta le porte, scrive sui muri. L’odio non è chiuso nel mondo online, come si è ipocritamente creduto e permesso. Già ora i confini si dissolvono. E il momento di una nuova consapevolezza comune sul fermare insieme il linguaggio e i gesti d’odio. Di certo non aiuta la tendenza a trasformare in memoria di parte il ricordo di un’offesa che è stata fatta a tutta l’umanità. La memoria non pub essere «di parte».