21 Maggio 2019

Indagine sui dirigenti e professionisti delle comunità ebraiche europee, condotta da un team di ricerca europeo con la collaborazione, per l’Italia, del CDEC di Milano

Fonte:

Moked.it

Autore:

Ada Treves

L’indagine sovranazionale

Europa, un futuro in cui investire

In un contesto europeo di profonda incertezza cresce la preoccupazione, soprattutto per quanto riguarda antisemitismo, resilienza e sicurezza. Ma è forte anche la determinazione a rimanervi, in Europa, e a investire nel futuro delle comunità.

In estrema sintesi sono questi i risultati della quarta indagine sui dirigenti e professionisti delle comunità ebraiche europee, condotta ogni tre anni dal team di ricerca europeo dell’American Jewish Joint Distribution Committee, JDC, insieme all’International Centre for Community Development, ICCD, con la collaborazione, per l’Italia, del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano. Circa novecento i rispondenti, di 29 diversi paesi, che hanno risposto a un questionario proposto in dieci lingue, che ha coinvolto coloro che guidano le comunità ebraiche europee.

Quali le principali sfide? Quali sono le aspettative sull’evoluzione delle comunità nell’arco dei prossimi cinque – dieci anni? C’è un relativo ottimismo rispetto alla situazione attuale, con il 76 per cento dei rispondenti che non ha pensato di lasciare il proprio paese, e la maggior parte prevede che ci sia nei prossimi anni una emigrazione molto limitata. C’è però anche per la prima volta negli ultimi dieci anni una preoccupazione crescente per la povertà nelle comunità: un dato che passa dal 10 per cento – nel sondaggio del 2008 al 26 per cento. Diverse le motivazioni possibili, dall’indebolimento dei sistemi pensionistici pubblici alla necessità di pianificare nuovi sistemi di welfare in vista della fine dei fondi della Claims Conference. La crisi umanitaria in corso, poi, mette a dura prova le comunità ebraiche, che si trovano a dover bilanciare l’impegno per l’accoglienza dello straniero, sempre più urgente visto il flusso continuo di rifugiati e migranti, e l’esigenza di garantire la sicurezza delle istituzioni ebraiche.

L’antisemitismo è percepito come una delle principali minacce, con il 6 per cento dei rispondenti che si aspetta un ulteriore aumento del pregiudizio antisemita, una preoccupazione che è più debole tra gli intervistati che risiedono nell’Europa dell’Est. Nella parte occidentale del Vecchio Continente la propensione a considerare l’antisemitismo come una minaccia in crescita è più forte, così come l’allarme per il deteriorarsi generale della situazione.

Solo il 13 per cento degli intervistati però dichiara di sentirsi “piuttosto insicuro”, e 4 per cento dice di “non sentirsi per niente sicuro”, ma compaiono differenze evidenti a seconda dell’area geografica di provenienza degli intervistati, un dato che ha un significato storico per gli ebrei europei con un capovolgimento della situazione degli ultimi duecento anni, quando di riteneva l’Occidente più sicuro. Considerando poi la prospettiva temporale più ampia va notato che nel 2008 era il 36 per cento dei rispondenti a definirsi “molto sicuro”, come ebreo nella propria città, mentre nell’attuale indagine tale risposta arriva solo al 20 per cento, mentre la voce “mi sento piuttosto insicuro” è passata dal 6 al 13.

L’antisemitismo ha sì avuto la maggiore crescita, nella percezione delle minacce alle comunità – dal 23 per cento del 2008 al 40 per cento nel 2015 al 56 per cento nel 2018, ma non è in cima alle preoccupazioni dei dirigenti, che richiesti di mettere in ordine le minacce al futuro della vita ebraica hanno posto l’accento prima sulla disaffezione degli ebrei alla vita della comunità ebraica, che arriva al 66 per cento, il declino demografico, al 65, e la mancanza di impegno da parte degli iscritti negli affari e nelle attività della comunità, al 62 per cento. Ci sono poi anche la mancanza di rinnovamento delle organizzazioni ebraiche (una minaccia più seria, salita al 60 per cento nel 2018 rispetto al 55 nel sondaggio precedente, che risale al 2015) e la scarsa conoscenza dell’ebraismo.

Importanti in tutte le comunità sono le questioni riguardanti identità ebraica, conversioni non ortodosse e appartenenza alla comunità, con una tendenza generale ad essere inclusivi e accomodanti. Mentre per l’80 per cento dei dirigenti interpellati includere le famiglie miste nella vita della comunità ebraica è un punto controverso per la sopravvivenza della comunità, l’86 per cento di loro ritiene che la comunità dovrebbe predisporre spazi o programmi adeguati per integrare meglio tali famiglie. Anche le differenze fra le varie affiliazioni religiose sono fonte di tensioni, con le generazioni più giovani e più anziane che tendono a essere leggermente più liberali, rispetto alla mezza età.

È poi ampiamente riconosciuto che le comunità ebraiche europee considerano molto importante il rapporto con Israele, che però è diventato più problematico. E controverso. L’85 per cento dei dirigenti ebrei concorda sul fatto che le comunità ebraiche dovrebbero offrire ai loro membri la possibilità di condividere opinioni e punti di vista diversi su Israele e sulle sue politiche, anche perché c’è un consenso forte (85%) sul fatto che gli eventi in Israele a volte portino a un aumento di antisemitismo nei rispettivi paesi.

Un lavoro, quello di JDC, ICCD e CDEC, che permette di valutare l’evoluzione del corso dei quattro sondaggi, in un arco di tempo che ha già una sua consistenza: è emerso un certo consenso delle comunità ebraiche europee su molte questioni: i dati più recenti permettono di vedere come la situazione finanziaria è tornata ad essere quella del 2008, dopo momenti di maggiore difficoltà, mentre per quanto riguarda la percezione della sicurezza è evidente come sia in diminuzione il numero di persone che si sentono “molto sicure” nella propria città, con un corrispondente aumento della percezione dell’antisemitismo come minaccia molto seria. Non una sorpresa.