19 Agosto 2026

Commento di Gadi Luzzatto Voghera, direttore della Fondazione CDEC, sul evento “La fede al tempo del genocidio”

Fonte:

Facebook

Autore:

Gadi Luzzatto Voghera

Circola in rete un manifestino che promuove per il 20 agosto a Torre Pellice un’iniziativa dal titolo “La fede al tempo del genocidio”. Si tratta di un documento che interroga sia graficamente che concettualmente, e provo a spiegare le mie perplessità. Premetto che trovo perfino ovvio che le gravissime violenze di cui sono teatro Israele e la Palestina muovano le coscienze religiose e non. Come non potrebbero? Trovo, tuttavia, che l’unica strada percorribile muovendo da quello sconcerto e da quello scandalo (che è prima ancora che politico, umano, e riguarda tutte le comunità anche quelle religiose, nessuna esclusa) sia quella di promuovere occasioni di incontro e di dialogo tra diversi/lontani/separati muovendo da elementi di verità e non da distorsioni.
Da qui parto per proporre alcune semplici note critiche su diversi elementi, tutti presenti nel suddetto manifestino (e quindi, immagino, negli intenti degli organizzatori). Mi guardo bene dall’affrontare il tema del termine “genocidio”. Come è noto, su questo il dibattito è aperto. Sono di questi giorni le osservazioni critiche di Benny Morris alle tesi di Omer Bartov, mentre la Corte Internazionale di Giustizia ha lasciato il procedimento a carico di Israele ancora sospeso. Non mi sembra, però, che la risoluzione lessicale di tale dibattito porterà mai a un miglioramento delle condizioni di vita di chi da quasi tre anni subisce uccisioni, devastazioni, ritorsioni, privazioni.
Ma torniamo al manifestino. Il primo elemento è la successione di cartine geografiche che illustra graficamente la progressiva perdita di territori da parte dei palestinesi a favore degli ebrei insediati prima nella Palestina mandataria e poi in Israele. Come dimostra Matteo Meschiari nel suo recente libro “Mappe di Palestina. Una controgeografia per la pace” (Bollati Boringhieri 2026), quella rappresentazione grafica (nota come Palestinian Land Loss, pubblicata su “Atlantic” nel 2010) è un montaggio fondato su distorsioni storiche. Se non c’è dubbio che Israele ha esteso il suo controllo su aree geografiche che non gli appartenevano, nulla viene detto da quelle mappe in merito ai processi storici che hanno condotto a quella espansione. Le stesse mappe danno per scontato che il lettore interpreti il dato iniziale – la Palestina del 1917 – come un territorio palestinese omogeneo. Cosa che non era. Si trattava di un territorio affidato al governo di Sua Maestà Britannica da un Mandato internazionale, e la proprietà dei terreni era per lo più di feudatari assenteisti non palestinesi. Per non parlare della mappa del 1947 (riferita alla decisione dell’ONU) che è solo un’ipotesi e non è mai stata la carta di due effettivi stati nazionali, proprio a causa del rifiuto arabo di istituire uno stato palestinese. Insomma, quella successione di mappe geografiche è un falso storico, e sui falsi storici a mio parere non si costruiscono discorsi di pace.
Il secondo elemento critico è l’adozione del documento Kairos II “Un momento di verità. La fede al tempo del genocidio” come base per un incontro proficuo su una possibile pacificazione (come proposto dalla colomba su cui sono riprodotte la bandiera palestinese e la bandiera di Israele). L’ospite d’onore è il pastore luterano Munther Isaac, tra i redattori del documento. Lo dico qui in termini più rozzi di quanto non abbia proposto sulla sua pagina Facebook con sguardo problematizzante il pastore Italo Benedetti: come può un documento che critica in maniera inappellabile il dialogo interreligioso essere considerato come base credibile per un discorso di fede? Come può un documento che si presenta come religioso e di fede, ma che è essenzialmente politico e totalmente appiattito sulla narrativa post-coloniale che legge il sionismo univocamente come strategia imperialistica, essere considerato come base concreta di dialogo e di confronto? Peraltro, un confronto senza confronto, tenuto conto che l’unico invitato a quel momento di riflessione è uno degli estensori del documento stesso. Come può un documento come quello proposto, che non fa alcun riferimento alle violenze del fondamentalismo islamico non solo il 7 ottobre contro i civili in Israele, ma contro le stesse comunità cristiane e i loro membri, privati delle più elementari libertà di espressione, essere considerato credibile fondamento per un discorso di pacificazione? Come può un documento che distingue nettamente tra ebrei e sionisti essere considerabile come testo di dialogo? Per dire: è di questi giorni l’ignobile assalto di fondamentalisti ebrei alle case palestinesi della periferia del villaggio di Qusra (con l’appoggio del governo Netanyahu), e sono sotto gli occhi di tutti le immagini delle centinaia di ebrei israeliani (sionisti, asionisti, antisionisti, religiosi, laici) che si sono mobilitati per difendere le vite e i beni dei civili palestinesi. Perché imporre con il documento Kairos II una lettura manichea e non reale dell’effettiva situazione di quei territori martoriati? E infine – soprattutto e ancora una volta – come si può considerare un buon documento un testo che ai punti 1.5 e 3.12 chiede di “boicottare” il dialogo interreligioso?