3 Agosto 2026

Facebook, turista israeliano si ferisce segue profluvio di insulti antisemiti

Fonte:

Segnalazione CE

«Yhwweh por… vai a cag… e pulisci il cu… con quella cartigienica della Torah mer… hahahha por… hashem Lu scem»

Post Facebook pubblicato da Corriere del Mezzogiorno – Puglia che riporta la notizia di un grave incidente avvenuto nel Salento, dove un turista israeliano di 18 anni è rimasto seriamente ferito dopo essersi tuffato dagli scogli nei pressi del ponte del Ciolo, a Gagliano del Capo. Il post racconta che il giovane ha perso i sensi dopo l’impatto con l’acqua ed è stato soccorso dai bagnanti e trasportato in codice rosso all’ospedale Vito Fazzi di Lecce. Nei commenti pubblicati emerge un livello di antisemitismo elevato, anche se nella maggior parte dei casi espresso in modo implicito, ironico o attraverso allusioni piuttosto che mediante insulti diretti contro gli ebrei in quanto tali. Accanto a questo, è presente una forte componente di scherno nei confronti del giovane ferito, numerosi auspici di sofferenza e una costante tendenza a trasformare un incidente individuale in un’occasione per colpire gli israeliani come gruppo. Non tutti i commenti possono essere definiti antisemiti in senso stretto: alcuni criticano semplicemente il comportamento del ragazzo che avrebbe ignorato i divieti, altri ironizzano sulla notizia senza fare riferimento alla sua nazionalità. Tuttavia, una parte consistente della discussione utilizza proprio il fatto che il protagonista sia israeliano per attribuirgli caratteristiche collettive, evocare stereotipi o deridere indirettamente gli ebrei e Israele. Uno degli elementi più ricorrenti è l’uso dell’ironia per ridicolizzare il concetto di antisemitismo. Commenti come “C’erano dei divieti, ora diranno che il mare antistante è antisemita”, “Quel tratto di mare è certamente antisemita”, “Adesso tutta l’acqua verrà considerata terrorista” o “Il ponte come sta? E l’acqua?” non esprimono un attacco diretto contro gli ebrei, ma costruiscono una narrazione secondo cui gli israeliani o gli ebrei accuserebbero sistematicamente chiunque di antisemitismo. L’antisemitismo viene quindi banalizzato e rappresentato come una lamentela pretestuosa o strumentale, alimentando uno stereotipo ormai molto diffuso nel dibattito pubblico. La stessa logica compare anche nei commenti “Quel ponte l’ha costruito Hamassssss” e “Tuffo a bomba?”. Il riferimento ad Hamas o al “tuffo a bomba” sfrutta il conflitto mediorientale come elemento di scherno nei confronti del ragazzo esclusivamente perché israeliano. Pur trattandosi di battute sarcastiche, esse trasformano un grave incidente personale in un’occasione per richiamare continuamente la guerra, creando un’associazione automatica tra l’identità nazionale della vittima e il conflitto israelo-palestinese. Un altro elemento significativo è il frequente passaggio dalla responsabilità individuale alla colpa collettiva. Il commento “Ecco cosa accade quando ci si crede al di sopra delle regole”, preso isolatamente, potrebbe riferirsi semplicemente al fatto che il giovane abbia ignorato il divieto di tuffarsi. Diverso è invece il commento “Questi da sempre ignorano i confini, figurati i divieti. Sono arrivati i padroni anche da noi?”. Qui il pronome “questi” non indica più il singolo turista, ma costruisce una categoria indistinta alla quale vengono attribuiti comportamenti permanenti (“da sempre ignorano i confini”). Il riferimento ai confini richiama chiaramente il conflitto israelo-palestinese e suggerisce che tale presunta caratteristica appartenga all’intero gruppo degli israeliani, se non addirittura degli ebrei associati a Israele. Si tratta di una tipica forma di generalizzazione collettiva. Questa costruzione dell’israeliano come corpo estraneo compare anche nel commento “Mi dispiace amici salentini, tra poco non avrete più una costa… quel pezzettino di costa non gli era stato promesso 3000 anni fa, ma ora sì”. Il riferimento ai “3000 anni” richiama ironicamente la promessa biblica della Terra d’Israele e suggerisce che gli israeliani sarebbero naturalmente portati ad appropriarsi di qualsiasi territorio. Non si tratta di una critica a una specifica politica del governo israeliano, bensì dell’attribuzione di una presunta tendenza espansionistica a un’intera collettività. Questo tipo di argomentazione richiama stereotipi consolidati sugli ebrei e sugli israeliani come gruppo unitario animato dalle stesse intenzioni. Lo stesso schema compare nel commento “Quel trauma cranico gli era stato promesso 3000 anni fa”, che utilizza nuovamente il riferimento biblico per deridere il ferito. L’incidente non viene più considerato come un fatto individuale, ma viene reinterpretato attraverso una narrazione che coinvolge l’identità nazionale e religiosa dell’intero gruppo. Sono inoltre presenti numerosi commenti che esprimono soddisfazione o sarcasmo nei confronti delle sofferenze della vittima. “Se semini morte questo è il risultato”, “Speriamo nella malasanità”, “Si consiglia degenza negli ospedali di Gaza”, “Era in vacanza dopo aver servito il suo Paese?” e “Hanno cercato di soccorrerlo ma i suoi amici, come vedevano le ambulanze, aprivano il fuoco” presuppongono, senza alcun elemento presente nella notizia, che il ragazzo sia personalmente responsabile delle azioni dell’esercito israeliano o addirittura di crimini di guerra. La sua semplice nazionalità viene utilizzata per attribuirgli una responsabilità morale collettiva. È proprio questo passaggio dall’individuo al gruppo uno degli indicatori più rilevanti dell’antisemitismo contemporaneo legato a Israele. Particolarmente significativo è anche il commento “Invogliare altri turisti israeliani a copiare il comportamento di costui… E che paghino le spese mediche!!”. L’autore non si limita a criticare il comportamento del singolo, ma auspica implicitamente che altri israeliani subiscano la stessa sorte. La nazionalità diventa il criterio attraverso cui estendere il giudizio negativo a un’intera categoria di persone. Alcuni commenti presentano invece un livello di antisemitismo meno evidente. Frasi come “Come stanno gli scogli e il ponte?”, “Avrà visto una monetina sul fondale” o “Il ponte come sta? E l’acqua?” rappresentano soprattutto una forma di scherno nei confronti della vittima. Pur mostrando una marcata mancanza di empatia, non contengono necessariamente elementi antisemiti se considerate isolatamente. Tuttavia, inserite in una discussione dominata da riferimenti alla nazionalità israeliana, contribuiscono a normalizzare la derisione di una persona proprio perché appartenente a quel gruppo nazionale. È presente anche qualche intervento che non appare riconducibile all’antisemitismo. Il commento “Ecco cosa accade quando ci si crede al di sopra delle regole”, letto senza ulteriori riferimenti collettivi, costituisce una critica al comportamento imprudente del ragazzo. Analogamente, osservare che il giovane abbia ignorato i divieti o sottolineare la responsabilità personale nell’incidente non rappresenta di per sé una forma di odio antiebraico. Nel complesso, però, il quadro è fortemente problematico. L’elemento dominante non è tanto l’insulto diretto contro gli ebrei quanto la continua associazione tra il singolo turista e il conflitto israelo-palestinese, la trasformazione della nazionalità israeliana in una colpa collettiva, la banalizzazione dell’antisemitismo attraverso battute sul “mare antisemita” e la rappresentazione degli israeliani come un gruppo naturalmente aggressivo, invasore o moralmente responsabile delle azioni dello Stato di Israele. A questi aspetti si aggiungono numerosi commenti che ridicolizzano le gravi condizioni del ragazzo, auspicano ulteriori sofferenze o giustificano quanto accaduto facendo leva esclusivamente sulla sua identità nazionale. Pur non essendo tutti i commenti antisemiti in senso stretto, una parte consistente utilizza stereotipi, generalizzazioni e attribuzioni di colpa collettiva che contribuiscono a creare un clima ostile nei confronti degli israeliani e, indirettamente, degli ebrei associati a Israele.