1 Settembre 2026

Pregiudizi nei confronti degli ebrei

Un chilo d’Israele: il diritto di non essere migliori

La Torah non racconta uomini perfetti. L’ebraismo conosce la santità e soprattutto la figura del giusto, lo tzaddik, ma la grandezza dell’uomo non ne presuppone l’infallibilità. E neppure le sue figure più grandi vengono rappresentate come irreprensibili: Noè, Mosè e David sono raccontati anche nelle loro debolezze e nei loro errori. È dunque singolare che ciò che la tradizione ebraica non ha mai preteso dalle proprie grandi figure venga talvolta preteso dall’ebreo contemporaneo: essere ineccepibile per poter essere accettato.
È proprio qui che emerge il paradosso. L’imperfezione, che appartiene alla condizione umana, sembra talvolta assumere un peso diverso quando riguarda un ebreo: lo stesso comportamento può essere giudicato con due pesi e due misure e acquistare una gravità differente a seconda dell’identità di chi lo compie. E a questa diversa misura può aggiungersi un secondo meccanismo: l’errore del singolo smette di essere soltanto individuale e finisce per essere proiettato sull’intera collettività. Prendiamo una partita di calcio tra una squadra israeliana e una europea. Insulti, provocazioni e oscenità dei tifosi vengono spesso liquidati come eccessi da stadio. Dai tifosi israeliani sembra invece talvolta pretendersi il codice del pubblico del cricket: toni composti e persino l’applauso per la bella giocata dell’avversario.
Il paragone è volutamente paradossale, ma il punto è serio. Da bambini era comune un indovinello: «Pesa di più un chilo di piombo o un chilo di farina?». La risposta era ovvia: un chilo pesa sempre un chilo. Nel giudizio morale, invece, sembra talvolta che non cambi il gesto, ma la bilancia sulla quale viene pesato. Ciò che nell’uno è volgarità da stadio, nell’altro rischia così di diventare una colpa più grave e, talvolta, persino collettiva. Lo stesso interrogativo si pone davanti a certe manifestazioni negli aeroporti. A Malpensa, il 4 gennaio 2026, alcuni manifestanti pro-Palestina arrivarono a impedire per circa venti minuti ai passeggeri di un volo diretto a Tel Aviv di salire a bordo. La protesta politica è legittima; trasformare comuni viaggiatori nel bersaglio simbolico delle azioni di un governo è un’altra cosa.
Proviamo allora a rovesciare le parti. Che cosa accadrebbe se manifestanti israeliani aspettassero negli aeroporti europei i passeggeri provenienti da Paesi arabi, contestandoli per le politiche dei rispettivi governi? Prima ancora di domandarci quali sarebbero i commenti, chiediamoci: sarebbe loro riconosciuta con la stessa naturalezza la legittimità di manifestare? E, se la manifestazione avesse luogo, useremmo per giudicarla lo stesso vocabolario, le stesse attenuanti, la stessa comprensione? Oppure parleremmo immediatamente di intimidazione, discriminazione, forse razzismo?
Non è una domanda su chi abbia ragione nel conflitto israelo-palestinese. È una domanda sul modo di giudicare. Se per stabilire la gravità di un comportamento si ha bisogno di conoscere prima l’identità di chi lo compie, allora non si sta usando lo stesso metro.
Una sinagoga viene incendiata e non manca chi cerca immediatamente il contesto, la provocazione, la spiegazione. Un ebreo manca di rispetto a un simbolo cristiano e, giustamente, viene condannato. I due gesti, sia chiaro, non sono paragonabili per gravità: incendiare un luogo di culto è cosa enormemente più grave che oltraggiare una statua. Eppure la reazione morale può apparire sorprendentemente simile, quando non addirittura più indignata nel secondo caso. È proprio questa sproporzione a porre la domanda: la severità del giudizio dipende soltanto dalla gravità del gesto oppure anche dall’identità di chi lo ha compiuto?
Comprendere il contesto è necessario. Usarlo selettivamente è un’altra cosa. Se il contesto diventa un’attenuante per alcuni e un’aggravante per altri, si è già abbandonato un criterio comune.
Un amico una volta mi disse: «Il problema è che loro ci vedono migliori di loro. Ma non lo siamo».
Forse in questa frase c’è il cuore della questione.
Non siamo migliori e non siamo peggiori. Siamo esseri umani come tutti, capaci del bene, dell’errore e anche del male. Eppure sembra esistere, soprattutto nello sguardo occidentale, un’aspettativa raramente dichiarata e forse neppure del tutto consapevole: che dall’ebreo ci si debba aspettare di più. Ce ne accorgiamo proprio quando quell’aspettativa viene infranta. È allora che un errore che altrove rimarrebbe ordinario acquista un peso diverso, suscita uno scandalo maggiore e talvolta smette persino di appartenere soltanto a chi lo ha commesso.
Il problema, naturalmente, non nasce oggi. Da secoli la filosofia si interroga su una domanda che, in forme diverse, rimane la stessa: può un principio essere giusto se cambia a seconda di chi viene giudicato? Kant ci consegna un criterio semplice e radicale: una regola morale, per essere tale, deve poter valere universalmente. Se la medesima azione cambia valore a seconda dell’identità di chi la compie, il sospetto è che non si stia più applicando un principio, ma un metro variabile. Sartre, nelle Riflessioni sulla questione ebraica, arriva a una formula ancora più provocatoria: «È l’antisemita che fa l’ebreo». Il pregiudizio costruisce prima una categoria e poi guarda l’individuo attraverso di essa. Così l’errore che in un altro rimarrebbe personale e circoscritto può diventare, quando lo commette un ebreo, non soltanto la presunta conferma di un giudizio collettivo, ma una colpa percepita come più grave proprio perché caricata del peso dell’appartenenza.
Su questo tema è tornato, in tempi molto più recenti, anche Bernard-Henri Lévy. Parlando del dopo 7 ottobre, e dichiarando esplicitamente il proprio dolore per i civili palestinesi, Lévy ha parlato di «double standard», ricordando quanti altri popoli martoriati non abbiano ricevuto neppure una parte dell’attenzione dedicata ai palestinesi: dai siriani alle vittime del Darfur, dagli uiguri ai somali fino alle ragazze afghane abbandonate ai talebani. Il punto non è provare meno compassione per i palestinesi, ma domandarsi perché la sensibilità morale cambi intensità a seconda di chi soffre e di chi viene ritenuto responsabile della sofferenza.
Il doppio standard, però, non riguarderebbe soltanto l’opinione pubblica. In una ricerca del 2016, Eugene Kontorovich e Penny Grunseid rilevarono che nelle risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite Israele era stato definito «potenza occupante» 530 volte, mentre la stessa espressione non era mai stata utilizzata in sette altri casi di occupazione militare prolungata presi in esame, tra cui la presenza turca nel nord di Cipro, quella marocchina nel Sahara occidentale e quella russa in Crimea e in territori della Georgia. Una sproporzione che, secondo gli autori, mostrerebbe come persino il linguaggio delle istituzioni internazionali possa applicare criteri differenti a situazioni comparabili.
E poi c’è John Rawls e il suo «velo d’ignoranza»: per immaginare principi veramente giusti bisogna farlo senza sapere quale posto si occuperà nella società, e dunque senza poter costruire le regole a vantaggio della propria posizione. Proviamo a trasportare quell’esperimento mentale sul terreno del giudizio morale: lo stesso comportamento verrebbe considerato ugualmente grave se non si conoscesse l’identità di chi lo ha compiuto? Se il giudizio cambia quando quell’identità viene rivelata, bisogna domandarsi se si stia ancora giudicando il fatto o anche l’appartenenza dell’autore. E se cambia persino la gravità attribuita allo stesso gesto, allora l’identità è diventata una sorta di moltiplicatore morale della colpa.
Ed è qui che emerge una forma di discriminazione più sottile: pretendere che una minoranza debba essere sempre ineccepibile per poter essere accettata. Nel caso degli ebrei il paradosso è ancora più evidente. Parliamo di una minoranza straordinariamente eterogenea, dispersa per secoli dalla diaspora tra continenti, lingue, culture e tradizioni diverse, che viene tuttavia spesso ricondotta dall’esterno a un’unica identità e, non di rado, a un’unica responsabilità. Pretenderne l’ineccepibilità significa concedere una sorta di uguaglianza condizionata: puoi essere accettato finché non deludi un’aspettativa che nessuno ha mai esplicitamente formulato; puoi sbagliare, ma meno degli altri; e quando sbagli, il tuo errore rischia di essere considerato più grave e di smettere di appartenere soltanto a te.
È proprio il carattere implicito di questa aspettativa a renderla difficile da riconoscere. Nessuno afferma apertamente che l’ebreo debba essere migliore. Lo si scopre nel momento in cui non lo è, dalla diversa severità con cui viene giudicato. L’uguaglianza autentica comprende anche il diritto all’imperfezione: essere responsabili delle proprie azioni esattamente come chiunque altro, con la stessa severità quando è necessaria, ma senza che quelle azioni vengano ingigantite dall’identità di chi le compie o trasformate in una colpa ereditaria o collettiva.