21 Ottobre 2023

Lo storico Gadi Luzzatto: «Ecco perché sbaglia chi paragona il massacro degli ebrei compiuto da Hamas all’Olocausto» – L’intervista

A due settimane esatte dall’assalto di Hamas a Israele, il Medio Oriente traballa sull’orlo dell’esplosione – politica, militare, sociale – ma anche in Europa e in Occidente tornano allo scoperto linee di tensione gravissime, ad alto rischio. Se ciò accade, in entrambe le aree, è perché precise volontà politiche hanno costruito e diffuso nel corso di decenni retoriche distorte e velenose, di cui milioni di persone si ritrovano schiave – spesso loro malgrado. A destra come a sinistra, nel mondo laico così come in quelli religiosi coinvolti nel conflitto. Tanto che la potenza di quelle narrazioni finisce facilmente per travolgere l’oggettività dei fatti, perfino la loro rilevanza. È il fenomeno su cui punta il dito Gadi Luzzatto Voghera, storico, tra i massimi esperti di antisemitismo, e direttore del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec) di Milano. In questa conversazione con Open lo storico predica cautela su accostamenti storici arditi, e mette tutti in guardia sulla facilità di finire preda di “contenitori ideologici” pret-à-porter, piuttosto che cercatori di verità, e di soluzioni.

Professor Luzzatto, ci sono volute due intere settimane per ricostruire nel dettaglio cosa sia successo sabato 7 ottobre nel sud di Israele: gli sfondamenti coordinati di migliaia di miliziani da terra, mare, cielo e sottoterra; l’organizzazione delle squadre sui diversi obiettivi, e tra chi era chiamato a uccidere e chi a rapire. E poi gli orrori dei corpi – compresi quelli di donne e bambini – bruciati, mutilati, torturati o decapitati. Un quadro terrificante, letteralmente. Che lo rende assimilabile, se lo è, a quale o quali altri eventi più o meno vicini della storia contemporanea?

«Io non andrei né vicino né lontano, non farei proprio nessun tipo di paragone. Certo, ci sono degli elementi che possono essere paragonati. Ma qui siamo di fronte a una guerra che rispetto a qualsiasi altra ci sia stata in Medio Oriente – e ce ne sono state tantissime anche negli ultimi anni – ha al centro come mai prima la comunicazione: le immagini che arrivano di questa guerra ci restituiscono degli orrori a cui noi non siamo abituati. Sicuramente non sarà stata minore in fatto di cruenza e crudeltà la guerra nello Yemen che ormai da dieci anni sta martoriando quella terra. Però non abbiamo visto niente, dunque non ne sappiamo niente e nulla ce ne importa: tre quarti della popolazione italiana non sa neanche dove sia lo Yemen. Quindi evidentemente da questo punto di vista si gioca una partita inedita, dove l’immagine è usata come mai prima come strumento stesso della guerra. Da subito si è voluto mettere in mostra il corpo martoriato, quello del martire vero e proprio del massacro o quello dell’obiettivo che si è voluto colpire: i bambini strappati alle loro case dai miliziani di Hamas o i prigionieri portati via. E Israele stesso ha risposto sullo stesso terreno, utilizzando molto nella propaganda altre immagini: fa vedere in maniera assolutamente esplicitamente di che crimini si sono macchiati i terroristi. Ora è evidente che questa strategia è fatta per allargare il conflitto, per portarlo dalle dune del deserto alle porte di Gaza dentro gli occhi di milioni di persone forzando la domanda: “Allora, tu che stai guardando, da che parte stai?”».

Non ha ragione chi in Israele o nel mondo ebraico ha evocato per dare la misura del massacro i pogrom in Est Europa di fine ‘800 e inizio ‘900 o addirittura i rastrellamenti tedeschi casa per casa durante la Seconda guerra mondiale?

«Ripeto, io sono molto contrario a paragonare l’atto scatenante di questa guerra a qualsiasi altra cosa. Quanto al primo possibile accostamento, questo non è stato un pogrom, perché il pogrom è una rivolta di popolo – organizzata o meno dal potere – contro un altro gruppo umano, quale che sia. I Centoneri organizzavano il popolino moldavo che andava a massacrare gli ebrei di Kishinev (l’odierna Chisinau, teatro di due pogrom nei primi anni del ‘900, ndr). Quelli che hanno assaltato Israele il 7 ottobre erano invece degli armati che sapevano esattamente, seppur drogati, tutto quello che facevano, sono andati a colpire casa per casa per massacrare dei civili, ma erano preparatissimi anche a difendersi e armati fino ai denti. Quindi non è un pogrom. Quanto alla Shoah, non c’entra niente se non per le dimensioni: dalla fine della guerra non c’è mai stato un singolo episodio in cui così tanti civili ebrei siano stati uccisi in 24 ore. Ma in questo caso, è il potere militare e politico e i servizi segreti in Israele ad essere responsabili diretti di ciò, avendo lasciato la sua popolazione civile non protetta, basandosi su una dottrina militare dimostratasi semplicemente ridicola».

Meglio lasciare ogni persecuzione e ogni strage alla sua drammatica specificità.

«Decisamente sì. Organismi internazionali come la International Holocaust Remembrance Alliance stanno lavorando da anni in maniera importante contro la distorsione della Shoah. La Shoah è stato un fenomeno storicamente interessante, purtroppo, perché ha portato alle estreme conseguenze una serie di comportamenti umani di intere popolazioni, del potere politico e degli apparati industriali e militari, e che pertanto è studiabile e da studiare di per sé per quello che è accaduto. Non deve essere il simbolo di tutti i mali che sono successi dopo. Ecco perché sono sempre molto sospettoso quando si utilizzano questo tipo di paragoni con il nazismo o con i rastrellamenti, perché questo indebolisce moltissimo quell’evento storico (la Shoah, ndr) e non ci aiuta a spiegare in alcun modo quello che è accaduto ora. Ma la tentazione in Israele di accostare attacchi violenti, figuriamoci questo da quasi 2mila morti in un giorno, alla Shoah è il frutto di potenti processi storico-politici».

Quali?

«Da un lato al modo in cui la Shoah è entrata da un certo momento in poi dentro e al cuore della retorica fondativa dello Stato d’Israele. Prima e durante la nascita dello Stato di Israele un utilizzo del genere era del tutto al di fuori delle menti dei padri fondatori. Anzi, Israele nasceva in polemica con quanto stava accadendo agli ebrei perseguitati in Europa ancora prima della Shoah, che non avevano capito che l’antisemitismo li avrebbe travolti. Ci sono voluti almeno 10-15 anni prima di strutturare una narrazione della Shoah che fosse compatibile con lo Stato d’Israele, con la nascita di Yad Vashem, e prima ancora del kibbutz Lochamè haGhetaot. E comunque la retorica era ed è ancora adesso: della Shoah noi prendiamo Mordechai Anielewicz (il comandante della rivolta anti-nazista del Ghetto di Varsavia, ndr) e la resistenza degli ebrei alla Shoah, non gli ebrei mandati al macello. Resta il fatto estremamente significativo che da moltissimi anni, ormai più di cinquanta, Yad Vashem sia diventato l’altare della patria della religione civile di Israele. I capi di Stato stranieri per rendere omaggio allo Stato d’Israele non vanno a fare visita al Milite Ignoto – e ce ne sarebbe ben donde per tutte le guerre che sono state fatte -, ma vanno a Yad Vashem a piangere i bambini morti nella Shoah, e questo è forse il più chiaro indicatore del significativo del ruolo centrale che lo Stato d’Israele da diverso tempo ha dato a quella narrazione. Dall’altro lato non dimentichiamoci che se in Italia abbiamo ancora due, tre, quattro sopravvissuti alla Shoah, lì, soltanto nella zona ora evacuata vicino a Gaza, vivevano 5.000 sopravvissuti alla Shoah: una presenza umana visibile, importante, estremamente influente. Ma d’altro canto è la stessa Hamas con le sue, di narrazioni, ad aver contribuito attivamente a creare questo tipo di cortocircuiti storici».

A cosa si riferisce?

«Solo una manciata di anni fa Hamas organizzava manifestazioni a Gaza contro Israele, verso cui mandava palloni incendiari con la svastica. Il messaggio era ed è: “Noi siamo di qua e voi di là, chi voleva distruggervi faceva bene”. Funziona nelle retoriche, non nei meccanismi reali. Hamas non sono i nazisti: è tutta un’altra cosa, è tutto un altro apparato. Ed è un apparato che dovrebbe far paura non soltanto a Israele, ma al mondo occidentale tutto a cui noi apparteniamo, volenti o nolenti. Perché, come segnala da anni il mio collega David Bidussa, il fondamentalismo islamico come tutti i fondamentalisti religiosi non è un fenomeno tardo antico, non è un ritorno al Medioevo: è un progetto iper-moderno, con strumenti moderni e tecnologie moderne, di conquista del potere. È un totalitarismo fondato su un’idea di Stato e di potere che manipola le retoriche religiose prima di tutto al suo interno, contro le donne e contro chiunque sia estraneo a questo tipo di cultura e di propaganda, e lo vuole imporre al mondo. Quanto a Hamas, a proposito di propaganda, “Andiamo a liberare la Palestina” è un comodo slogan dal punto di vista della comunicazione, ma non c’entra nulla con il loro reale progetto chiave, che è ammazzare gli ebrei perché lì non devono starci. Punto».

Dove e quando nasce l’antisemitismo delle masse arabe? È legato all’insediamento ebraico in Palestina e alla fondazione dello Stato d’Israele, o c’è alla radice qualcosa di più profondo e antico?

«È allo stesso tempo antico e molto contemporaneo. Come cerco di spiegare da decenni, l’antisemitismo è un linguaggio politico moderno, che offre dalla fine dell’800 a tutto il mondo politico un armamentario di strumenti – l’idea di complotto, la costruzione del nemico attorno a determinate simbologie – dimostratosi talmente efficace da essere adottato molto rapidamente anche in ambienti completamente diversi. Il mono arabo-islamico ne è un esempio plastico: non ha vissuto tutto quel processo – la rivoluzione industriale, quella francese, la nascita delle borghesie, la nazionalizzazione – che è stato l’humus culturale e politico nel quale è nato l’antisemitismo contemporaneo. Ma non gli è stato neppure necessario, perché le masse arabe e chi le manovra si sono trovati tra le mani uno strumento già perfettamente utilizzabile. Per cui non stupisce che i Protocolli di Savi di Sion siano stati tradotti in arabo a Beirut nel 1926, e siano diventati via via uno strumento sempre più potente di narrazione e mobilitazione. Fino ai giorni nostri, quando la tv libanese Al Manara manda in onda delle fiction in cui c’è un ebreo che pare preso dalle caricature ottocentesche della Francia dell’Affaire Dreyfus. E così anche per Hamas l’antisemitismo è uno strumento modernissimo di conquista del potere, perché crea il nemico e provoca immediate simpatie: uno strumento essenziale del suo armamentario».

Hanno destato scalpore le manifestazioni in tutta Europa e negli Usa in cui accanto all’appoggio alla causa palestinese si udivano slogan di esplicito sostegno ad Hamas e dunque per la distruzione di Israele. Com’è possibile di fronte alla brutalità di quanto accaduto? Oliver Roy ha osservato su queste colonne come quel sostegno abbia trovato nido più nelle università che nelle strade, nella classe medio-alta piuttosto che tra gli emarginati.

«Sono d’accordo, e nel contempo mi pare questo sia un fallimento di Israele nel suo comunicarsi. Da molto tempo lo Stato ebraico non riesce a comunicare la sua articolazione interna, così che in tutto l’Occidente e Europa ci ritroviamo appiattiti, anche a livello medio-alto, sull’immagine di Israele come quella del soldato che ammazza i palestinesi, del perseguitato diventato persecutore e così via. E ogni volta che scoppia un conflitto nelle piazze automaticamente si rinnova quella retorica, pochissimo pensata se non da chi quelle piazze le vuole governare. Vedere 3-4mila persone sfilare per le strade di Milano con un’enorme bandiere palestinese urlando “Allah Akbar” e inneggiando a Hamas come movimento di resistenza mi ha fatto ripensare a quando con distorsione ottica dovuta a sostanziale ignoranza si marciava nel 1979 per inneggiare alla rivoluzione islamica degli Ayatollah che avevano finalmente deposto lo Scià. Era l’affacciarsi del fondamentalismo islamico, ma in quei primi giorni, accecati dal terzomondismo, non lo si capiva. Le retoriche sono di lunghissima durata in Italia. L’ebreo va bene come vittima quando parliamo di Giorno della memoria, diversamente è il massacratore di palestinesi. Purtroppo l’antisemitismo come ogni pregiudizio scorre nell’inconscio, in dose massiccia, e non appena scoppia un conflitto risalta fuori».

Il Cdec ospita anche l’Osservatorio sull’antisemitismo chiamato a misurare giorno per giorno la temperatura dell’odio antiebraico in Italia. Dal 7 ottobre sono aumentati gli episodi o le minacce di aggressioni antisemite? Quanto è seria l’allerta in questo momento in Italia?

«L’allerta è seria anche se non è mirata, nel senso che non si sa da dove viene esattamente la minaccia. Di certo è aumentato il numero di attacchi sul web sui media, che in questo Paese vanno a picchi: bordate di commenti d’odio non appena dice una cosa Liliana Segre, o nel periodo attorno al Giorno della Memoria, o ancora, come adesso, quando succede qualcosa in Israele. Ma a prescindere dal numero di fatti registrati se circolano nelle Comunità ebraiche decaloghi di precauzioni nei comportamenti quotidiani per i propri iscritti vuol dire che serpeggia malessere e paura, il che è esso già stesso già un segnale molto allarmante. Un fenomeno che da anni i sondaggi sul tema mostrano in crescita in tutta l’Ue. Quanto a questo specifico frangente, siamo schiacciati tra una destra molto forte politicamente, che cavalca quanto sta accadendo in maniera marcata per avanzare la propria agenda, e un mondo progressista che come ho spiegato diffusamente (Antisemitismo a sinistra, Einaudi, 2021) non riesce a uscire fuori da questa vecchia idea terzomondista, proprio non riesce ad analizzare ciò che accade nel mondo, schiavo com’è di retoriche da cui non sa uscire».

Fonte dell’immagine: Open