23 Marzo 2024

Le radici dell’antisemitismo

Fonte:

Corriere della Sera

Autore:

Goffredo Buccini

Le radici dell’antisemitismo

L’allarme Bisogna ripartire dalla memoria per capire che la Shoah non è affatto pietrificata, ma parla ancora a tutti noi

La sinistra italiana mostra gran dispetto di fronte a talune accuse di antisemitismo mosse, soprattutto, alle sue componenti più radicali e alle loro più plateali manifestazioni di intolleranza. Il sospetto, tristemente diffuso nelle comunità ebraiche e rilanciato dalla scrittrice americana Dara Horn («People Love Dead Jews»), che si mitizzi «l’ebreo morto» (nei lager) ma si nutra indifferenza o ostilità per «l’ebreo vivo» (minimizzando l’antisemitismo attuale), è sentito come un’offesa da tanti che in buonafede mai si sognerebbero di aderire a beceri stereotipi radicati nel nostalgismo di certa sottocultura di destra. E questa è in fondo una buona cosa perché indica, se non altro, la coscienza di un confine che non andrebbe varcato soprattutto da chi a parole sostiene valori di democrazia e libertà e, in nome di quei valori, si spende per chi è percepito come il più debole e negletto della vicenda mediorientale: il popolo palestinese. Purtroppo, la storia, e nello specifico quella della sinistra italiana, ci racconta anche altro. Di un rapporto difficile sin dalle origini con il sionismo di Theodor Herzl, perché avvertito come una falla nell’unità del movimento operaio. E, dopo una breve fase di appoggio al neonato Stato di Israele (sostenuto anche dall’Unione Sovietica per il collettivismo dei suoi kibbutzim), di un grande freddo seguito alla rottura con Mosca: una sinistra assai tributaria dell’Urss negli anni Cinquanta risente della paranoia antiebraica diffusa da Stalin. La guerra dei Sei Giorni del 1967 e soprattutto la guerra del Libano del 1982 (col massacro di Sabra e Chatila) contribuiscono a radicare in essa l’appoggio incondizionato alla causa palestinese. Il rovesciamento contro gli ebrei della parola «genocidio» sul «manifesto» di quei mesi («Israele tenta il genocidio») e lo slogan «ebrei ai forni» persino in qualche manifestazione sindacale, gli auguri di vittoria di Berlinguer ad Arafat nell’83 e, due anni dopo, l’avventuroso paragone di Craxi fra l’opzione annata dei patrioti mazziniani e il diritto alla lotta armata dell’Olp sono, certo con differenti coloriture, tessere di una tela sentimentale prima ancora che politica. Con cautela, la storica Alessandra Tarquini avvisa che «non si va sostenendo che la sinistra è stata o è antisemita ma che l’intolleranza nei confronti della minoranza ebraica non è estranea al suo orizzonte culturale». Sono queste, però, le sorgenti di un fiume carsico che ora scorre nelle università, in teoria deputate alla circolazione delle idee. Invece è proprio da lì che fluisce più potente l’avversione dilagata dai campus americani sin nei nostri atenei. A Torino gli studenti, accusando Gerusalemme di genocidio, hanno interrotto il Senato accademico chiedendo di bloccare un progetto di collaborazione con le università israeliane e hanno ottenuto l’appoggio dei professori (tutti tranne uno). Il cattivo esempio torinese ha contagiato altri atenei e altri collettivi studenteschi in una scivolosa confusione fra legittime critiche al governo Netanyahu e pura ostilità contro chiunque sostenga le ragioni degli ebrei: così da finire con l’insultare persino Liliana Segre, negare la parola a Maurizio Molinari e David Parenzo, contestare un libro su Golda Meir. Giorgia Meloni ha sottolineato come, pur perseguendo l’idea dei due Stati per due popoli, bisogna sempre tenere presente chi ha scatenato questo conflitto, Hamas: una reticenza sul punto significherebbe «cadere in quell’antisemitismo che sta di nuovo mostrando la testa». Naturalmente quasi nessuno si dichiara antisemita, tutti preferendo dirsi «antisionisti». Ma lo slogan più in voga nei cortei, «Palestina libera dal Giordano al mare», illustra bene come negare agli ebrei la possibilità d’un loro Stato (postulata dal sionismo) sia null’altro che antisemitismo mascherato traducibile semplicemente in «buttiamo a mare gli ebrei». Si tratta di ricominciare a raccontare con onestà la storia ai ragazzi. E non è facile, certo, mentre tanti civili palestinesi, scudi umani di Hamas, vivono nel lutto e nella carestia; mentre su Israele sembra chiudersi la trappola immaginata dai terroristi: scagliare il 7 ottobre contro migliaia di ebrei indifesi un attacco così disumano da indurre Gerusalemme a una reazione tanto dura da provocarne l’isolamento. Bisogna ripartire dalla memoria per capire che la Shoah non è affatto pietrificata, ma parla ancora a tutti noi. Al Centro di documentazione ebraica di Milano hanno un aneddoto. Durante i lavori all’attuale sede accanto alla stazione Centrale, un anziano caposquadra si trovò a scoprire il Binario 21, da dove i nazisti facevano partire i deportati: non ne conosceva l’esistenza, ne fu sconvolto. In suo soccorso intervenne un operaio ventenne, originario del Senegal: «L’ho visitato cinque anni fa con la scuola, vieni qua che ti spiego». Se i ragazzi, ebrei e no, continueranno a raccontare quella storia e a farla vivere ancora, almeno una stilla di vaccino sarà stata assimilata.