10 Maggio 2019

Gadi Luzzatto Voghera, direttore Fondazione CDEC, riflette sull’ampia presenza di libri con contenuti antisemiti nel mondo editoriale italiano

Fonte:

Moked.it

Autore:

Gadi Luzzatto Voghera

L’assordante silenzio

IBS, Feltrinelli, Mondadori Store, il Libraccio. Sono solo alcuni dei siti online nei quali si possono acquistare libri, a volte a prezzi ribassati. Si tratta di grossi distributori che fanno parte – assieme agli editori, agli autori e ai librai – del variegato mondo dell’editoria. In Italia il più rinomato momento d’incontro di questi attori è il Salone del libro di Torino, oggi sulle prime pagine di tutti i giornali per la polemica relativa alla presenza della casa editrice di estrema destra Altaforte edizioni fra gli espositori. I libri di quella e di altre case editrici estreme sono in libera vendita nei suddetti siti da molti anni.

La Fondazione CDEC nel suo annuale rapporto sull’antisemitismo mette in guardia da tempo sulla diffusione di singoli testi o di intere collane editoriali che si dedicano alla pubblicazione di volumi con espliciti contenuti neofascisti e neonazisti, antiebraici, complottisti o negazionisti. In molti casi si tratta di un’autentica “notizia di reato”, nel senso che il rapporto rende esplicita e visibile agli organismi che dovrebbero occuparsene (l’Associazione degli editori, la magistratura, i ministeri competenti) la continua azione pubblica di diffusione propagandistica di idee non solo condannate dalla storia, ma anche – in alcuni casi specifici – perseguibili per legge. Ma non accade mai nulla. Non è accaduto in passato e non accade ora.

Nel caso specifico del Salone del libro di Torino si tratterebbe di allargare la polemica ai siti commerciali online sostenuti dai maggiori editori italiani che non fanno nulla per selezionare nei loro scaffali la presenza di pubblicazioni che apertamente costituiscono un oltraggio alla cultura italiana. La buona dose di ipocrisia che pervade l’episodio di cui si discute in questi giorni dovrebbe essere valutata anche alla luce dell’assordante silenzio che domina nel mondo dell’editoria quando si tratta di fare business, anche derogando ai più elementari principi di decenza.