25 Marzo 2026

USA, l’ateneo di Berkeley paga 1 milione di dollari per chiudere una causa per antisemitismo

Berkeley paga 1 milione per chiudere la causa per antisemitismo: stretta su regole e speaker nei campus

L’università cambia le politiche dopo la causa: stop alle esclusioni per gli speaker, formazione obbligatoria e nuove garanzie per studenti ebrei e filo-israeliani. L’accordo arriva dopo l’escalation post 7 ottobre, con un +321% di incidenti secondo l’ADL.

Dopo il 7 ottobre, i campus universitari degli Stati Uniti sono diventati uno dei principali epicentri delle tensioni legate all’antisemitismo. Si è registrata, come ampiamente riportato su queste pagine, un’escalation senza precedenti di episodi contro studenti ebrei e israeliani, in un clima sempre più polarizzato.

Secondo l’Anti-Defamation League (ADL), i numeri sono allarmanti: nel 2023 gli incidenti antisemiti nei campus sono aumentati del 321% rispetto all’anno precedente, per un totale di centinaia di casi tra molestie, vandalismi e aggressioni fisiche. Molti di questi episodi sono stati collegati alle conseguenze dell’attacco di Hamas e si sono protratti negli anni successivi.

In questo contesto, la decisione dell’Università della California a Berkeley (nella foto) – tra i più prestigiosi atenei americani – segna un passaggio potenzialmente decisivo nel tentativo di arginare una deriva sempre più evidente. L’ateneo ha accettato di pagare 1 milione di dollari per chiudere una causa per antisemitismo avviata nel 2023 da organizzazioni ebraiche, legata a episodi avvenuti nel campus.

L’intesa, riportata da diverse testate tra cui Los Angeles TimesReuters e Jewish News, non si limita all’aspetto economico: prevede modifiche alle politiche universitarie, formazione obbligatoria e nuove garanzie contro la discriminazione.

Stop alle restrizioni sugli oratori sionisti

Tra i punti centrali dell’accordo c’è l’impegno dell’università a intervenire sui regolamenti delle organizzazioni studentesche. I gruppi riconosciuti non potranno più adottare statuti che escludano categorie di relatori – inclusi quelli sionisti – sulla base delle loro posizioni o identità.  Il caso nasce infatti anche dalla presenza, nella law school di Berkeley, di associazioni che avevano introdotto clausole per non invitare relatori favorevoli a Israele o al sionismo.

L’università ha inoltre chiarito che, nella valutazione delle segnalazioni, terrà conto della definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), pur senza essere formalmente vincolata ad applicarla in modo automatico.

Formazione obbligatoria e nuove misure

L’accordo introduce anche programmi di formazione obbligatoria su antisemitismo e discriminazione per personale e docenti, oltre al rafforzamento delle procedure di gestione delle segnalazioni.

Sono previste inoltre misure per migliorare i meccanismi di controllo e garantire maggiore tutela agli studenti, in un campus che conta circa 45-46 mila iscritti. Parallelamente, l’ateneo ha sottolineato di aver già avviato negli ultimi mesi una revisione interna delle proprie pratiche, rafforzando strumenti e politiche contro molestie e comportamenti discriminatori.

«Una vittoria per gli studenti ebrei»

Kenneth Marcus, presidente del Brandeis Center – tra i promotori della causa – ha definito l’accordo «una vittoria per gli studenti ebrei e per la libertà di espressione», sottolineando come il caso sia nato da quello che ha descritto come un’esclusione sistematica delle voci sioniste.

Marcus ha lanciato anche un avvertimento: «Non si può creare un’eccezione antisionista ai codici di condotta», sostenendo che il mancato contrasto dell’antisemitismo ne favorisce l’espansione.

La posizione dell’università

Dal canto suo, Berkeley ha precisato che l’accordo non implica un’ammissione di responsabilità, ma riflette l’impegno dell’ateneo nel contrasto a ogni forma di discriminazione.

Un portavoce ha ribadito che l’università intende garantire un ambiente sicuro e inclusivo per studenti ebrei, israeliani e per l’intera comunità accademica, ricordando anche le valutazioni positive sulla vita ebraica nel campus.

Un caso simbolo nel dibattito americano 

La vicenda si inserisce in un contesto più ampio: negli Stati Uniti le università sono diventate uno dei principali terreni di scontro tra libertà di espressione, attivismo politico e contrasto alle discriminazioni, soprattutto dopo il 7 ottobre.

Per questo motivo, l’accordo raggiunto in California viene visto da molti osservatori come un precedente significativo. Non solo per le misure concrete introdotte, ma per il messaggio che invia al mondo accademico: tutela del pluralismo e contrasto all’antisemitismo devono procedere insieme, come parte della stessa missione educativa.