4 Febbraio 2015

Ricordo di Stefano Taché

Fonte:

La Stampa

Autore:

Maurizio Molinari

Il ricordo del bambino ucciso alla Sinagoga

Il fratello: “Adesso il nostro dolore è di tutti “

«Stefano Taché, ucciso nel vile attacco terroristico alla Sinagoga di Roma, aveva solo 2 anni, era un nostro bambino, un bambino italiano». Le parole pronunciate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella vengono accolte con emozione da Gadi Taché, fratello di Stefano, perché «trasformano un dolore finora solo ebraico in un lutto di tutti gli italiani». Con un gesto che «segue quello compiuto da Napolitano in favore dell’inclusione di Stefano nella lista delle vittime del terrorismo in Italia». Il 9 ottobre 1982 anche Gadi è alla Sinagoga di Roma per la benedizione dei bambini nel sabato di «Sheminì Azeret». Ha due anni più del fratellino e alle 11,55 vengono investiti entrambi dall’esplosione di una bomba lanciata dal terrorista appostato sul marciapiede di via Catalana. È un uomo sui 30 anni, capelli ricci, pelle olivastra e una borsa di pelle scura. Mette la mano nella sacca e lancia verso i fedeli quello che sembra a molti un grande sasso. L’obiettivo sono i bambini. L’esplosione uccide Stefano, provoca ferite gravi a Gadi e ad altre 34 persone, incluso Emanuele Pacifici, figlio del rabbino capo di Genova trucidato ad Auschwitz. Il selciato di via Catalana si copre di sangue mentre altri terroristi sparano con mitra leggeri, prima di dileguarsi grazie ai complici. I fori dei proiettili segnano le pareti della sinagoga inaugurata da Vittorio Emanuele II nel 1904. L’attentato è il primo atto di aggressione armata agli ebrei italiani dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Avviene in un clima segnato dalla sovrapposizione fra antisemitismo ed antisionismo sullo sfondo della guerra in Libano.

I precedenti

II sabato prima sui cancelli della sinagoga di via Garfagnana era stato affisso lo striscione «Bruceremo i covi sionisti». Nel giugno precedente un corteo sindacale aveva depositato una bara vuota davanti alla sinagoga in segno di solidarietà con i palestinesi dell’Olp. Ad esprimere lo stato d’animo degli ebrei romani è il volantino «Vergogna» che gli studenti ebrei affiggono sulla sinagoga. Pochi giorni dopo l’architetto Bruno Zevi parla in Campidoglio: «Noi popolo di Israele protestiamo ed accusiamo, l’antisionismo è una mascheratura dell’antisemitismo». La sensazione di isolamento e rabbia si esprime nel silenzio glaciale con cui la folla accoglie il presidente Sandro Pertini durante le esequie con la piccola bara bianca di Stefano. Ad aumentare l’impressione di essere perseguitati e ignorati c’è quanto avviene al giordano-palestinese Osama Abdel Al Zomar: arrestato in Grecia il 20 novembre del 1982 perché implicato nell’attentato, viene detenuto ad Atene che lo espelle verso la Libia, dove scompare. Al Zomar sarà condannato all’ergastolo in contumacia e ciò fa dell’attentato un «crimine impunito» come dice Gadi, che vede nelle parole di Mattarella «un segnale importante che spero potrà farci avere giustizia» ovvero piena luce sull’attentato. Gli interrogativi aperti includono le parole dell’ex capo dello Stato, Francesco Cossiga, che nel 2008 a «Yedioth Aharonot» parlò di un «Accordo Moro» fra «nostri servizi e terroristi palestinesi» in base al quale «i palestinesi avevano mano libera in Italia ma si impegnavano a non colpirci ad eccezione degli obiettivi sionisti, ovvero gli ebrei».