Fonte:
www.mosaico-cem.it
Autore:
Nathan Greppi
Le mani del Qatar sull’industria del cinema
All’edizione 2026 della Biennale, ben otto film erano finanziati dal Doha Film Institute (DFI), ente culturale per volere di Al-Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al Thani, sorella dell’emiro e sovrano del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani. Inoltre, solo nei primi sei mesi del 2026, il DFI risultava aver sostenuto almeno 48 progetti cinematografici provenienti da 39 paesi diversi. Prima ancora, nel 2025, era presente con altri otto film sostenuti al Festival di Cannes. (Una scena del film ‘Conversation with the sea’ del regista palestinese Muayad Alayan finanziato dal Doha Film Institute presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia)
Se all’ultimo Festival di Venezia tutti i riflettori erano puntati sul controverso documentario NAZA, c’è un paese che ha lasciato il segno con la sua presenza senza fare rumore: il Qatar. All’edizione 2026 della Biennale, ben otto film erano finanziati dal Doha Film Institute (DFI), ente culturale nato nel 2010 per volere di Al-Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al Thani, sorella dell’emiro e sovrano del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani.
Un fenomeno più ampio
Questo è solo l’ultimo di una serie di indizi su quanto il soft power qatariota stia diventando sempre più pervasivo in Occidente: dalla propaganda di Al Jazeera a favore di Hamas ai finanziamenti a scuole e università americane per influenzarne i programmi di studio sul Medio Oriente e Israele, dall’essere azionisti della Volkswagen (il che gli ha permesso di mettere il veto su un accordo con l’azienda israeliana Rafael) agli investimenti nel mondo dello sport, che gli hanno consentito di ospitare i Mondiali di Calcio nel 2022. Senza contare i loro investimenti nel settore immobiliare in Italia, stimati intorno ai 5 miliardi di dollari dal 2013 ad oggi.
A tutto questo, negli ultimi anni, si è aggiunta anche la settima arte: solo nei primi sei mesi del 2026, il DFI risultava aver sostenuto almeno 48 progetti cinematografici provenienti da 39 paesi diversi. Prima ancora, nel 2025, era presente con altri otto film sostenuti al Festival di Cannes. La rivista Variety ha riportato che allo stesso festival era presente una rappresentanza del Qatar Film Committee, fondato quell’anno in seno al polo Media City Qatar che fa capo al governo di Doha.
Sostegno al cinema palestinese
Nel corso degli anni, la cinematografia palestinese ha goduto di un considerevole sostegno economico e promozionale da parte del Qatar. Dal 2013 il DFI annovera come consulente artistico il regista palestinese (nato in Israele) Elia Suleiman, in particolare per il Qumra, un programma di formazione da loro ideato per cineasti emergenti. E al Festival di Cannes 2024, due documentari palestinesi finanziati dal Doha Film Institute hanno ricevuto dei premi.
Anche il film La voce di Hind Rajab, vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia 2025, era finanziato dal DFI. Prima ancora, nel 2015, l’istituto qatariota aveva finanziato anche The Idol, diretto dal regista palestinese con cittadinanza israeliana Hany Abu-Assad.
Sia Suleiman che Abu-Assad hanno appoggiato pubblicamente i boicottaggi contro Israele. Inoltre, il primo ha detto già in un’intervista del 2019 al quotidiano Il Manifesto che Israele “è un paese fascista da sempre, fondato sullo sterminio e sulla conquista”.
Paradossalmente, a seconda dei casi le loro opere sono state accolte favorevolmente più in Occidente che nel mondo arabo: Huda’s Salon, film del 2021 diretto da Abu-Assad, è stato accusato di veicolare pornografia dai dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese in quanto presenta delle scene di nudo. Tanto che il Ministero della Cultura dell’ANP ne ha preso pubblicamente le distanze dal film, dichiarando che “viola l’immagine del popolo palestinese e va contro i suoi principi”.
Anche il cantante di Gaza Mohammed Assaf, alla cui vita è ispirata la già citata pellicola The Idol, è stato al centro di polemiche nel mondo arabo, nonostante venga visto come un simbolo di riscatto sociale. Nel 2016, ha dichiarato che non approverebbe che sua sorella diventasse anche lei una cantante, in quanto per una donna sarebbe in contrasto con “i costumi e le tradizioni” della Palestina.
La madre di Mamdani
La sceicca Al Thani che ha fondato il Doha Film Institute ha sostenuto sui social la campagna elettorale dell’attuale sindaco di New York Zohran Mamdani. E nell’agosto 2025, un’inchiesta del New York Post ha rivelato che il Qatar ha finanziato per anni film e altri progetti della madre del sindaco, la regista di origine indiana Mira Nair.
Nel 2009, il suo film Amelia è stato proiettato all’apertura della prima edizione del Doha Tribeca Film Festival. Inoltre, nel 2012 la sua pellicola Il fondamentalista riluttante è stata finanziata dal DFI. E nel 2019, il suo film Nafas era stato commissionato dal Museo Nazionale del Qatar.
La Nair ha preso parte al boicottaggio d’Israele, rifiutandosi nel 2013 di partecipare al Haifa International Film Festival perché secondo lei lo Stato Ebraico “privilegia una religione rispetto a un’altra”. Ma a dispetto di ciò, è stata finanziata da un paese, il Qatar, dove ai non musulmani è proibito praticare la loro religione in luoghi pubblici, e dove la minoranza Baha’i viene costantemente perseguitata. Un paese dove i rapporti omosessuali sono proibiti dalla legge, e anche i rapporti eterosessuali fuori dal matrimonio sono penalmente perseguibili.
Il fondamentalista riluttante parlava di un immigrato pakistano negli Stati Uniti, che percepiva un clima di ostracismo e xenofobia dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Ma per realizzarlo, la Nair ha accettato finanziamenti da un paese dove i lavoratori migranti vivono in condizioni al limite della schiavitù. Tanto che nel 2021, il Guardian ha reso noto che almeno 6.500 migranti erano morti nella costruzione degli stadi che un anno dopo hanno ospitato la Coppa del Mondo in Qatar.
Doppio standard
Ai programmi di formazione del Qumra hanno partecipato alcuni cineasti internazionali che sono stati premiati o candidati per i più importanti riconoscimenti dell’industria cinematografica: nel 2025 includevano il regista brasiliano Walter Salles (vincitore di un Oscar al Miglior Film Straniero e di un Orso d’Oro al Festival di Berlino), quello filippino Lav Diaz (vincitore del Leone d’Oro a Venezia) e il direttore della fotografia iraniano-francese Darius Khondji (tre volte candidato agli Oscar).
Generalmente silenziosi sulla crescente influenza del piccolo emirato, gli artisti propal sono molto più attivi nel puntare il dito contro un presunto dominio di ebrei e filoisraeliani nel settore. Come quando l’attore americano Mark Ruffalo ha attaccato il CEO della Paramount David Ellison e suo padre Larry per l’accordo con il quale stavano acquisendo la Warner Bros, accusandoli di “schiacciare i lavoratori e concentrare la ricchezza del mondo per accrescere il proprio potere e dominio”.
La stessa attenzione non viene rivolta ad operazioni fatte dalla famiglia reale qatariota, nonostante la situazione pietosa dei diritti umani nel paese del Golfo. Oltre ad aver fondato il DFI, la sceicca Al Thani spende mediamente un miliardo di dollari all’anno per acquistare opere artistiche per il Museo Nazionale del Qatar, tanto che nel 2019 la rivista Vogue l’ha definita “la donna più potente nel mondo dell’arte”. In un’epoca in cui ogni espressione artistica associata a Israele viene accusata di “artwashing” dai pro-Palestina, ossia di ripulire l’immagine dello Stato Ebraico tramite l’arte, in pochi sembrano accorgersi di chi pratica il vero artwashing.
