20 Giugno 2026

Proiettile al sindaco di Varallo, la Comunità Ebraica di Milano: “Gesto vile. L’Italia sta raschiando il fondo sull’antisemitismo”

Proiettile al sindaco di Varallo, la Comunità Ebraica di Milano: “Gesto vile. L’Italia sta raschiando il fondo sull’

Walker Meghnagi interviene dopo la minaccia recapitata a Pietro Bondetti e firmata Movimento Anti Sionista: “Il Parlamento approvi subito la legge contro l’antisemitismo. Le parole hanno un peso”

Un proiettile recapitato in municipio, una lettera di minaccia, una firma che richiama il Movimento Anti Sionista e, attorno, un clima che secondo la Comunità Ebraica di Milano non può più essere liquidato come una sequenza di episodi isolati. La minaccia arrivata al sindaco di Varallo Sesia, Pietro Bondetti, diventa così molto più di un fatto di cronaca politica locale. Diventa il sintomo di una temperatura pubblica che si è alzata, di un linguaggio che si è fatto sempre più aggressivo, di un antisemitismo che, secondo Walker Meghnagi, non è più soltanto sottotraccia ma ormai esposto, sdoganato, alimentato da parole e omissioni.

«Il proiettile recapitato al sindaco di Varallo Sesia Pietro Bondetti è un gesto vile, osceno, squallido. Ma vorrei anche dire che in Italia stiamo davvero raschiando il fondo del barile sul fronte dell’antisemitismo», afferma Walker Meghnagi, presidente della Comunità Ebraica di Milano, commentando la lettera di minaccia arrivata al municipio del centro valsesiano.

Parole durissime, scelte non soltanto per condannare il gesto, ma per allargare lo sguardo. Perché, secondo Meghnagi, il punto non è più soltanto la singola busta, il singolo proiettile, il singolo sindaco finito nel mirino. Il punto è il contesto. È il terreno culturale e politico su cui un gesto del genere diventa possibile, perfino immaginabile. È l’idea che l’odio possa essere travestito da posizione politica, che l’antisemitismo possa ripresentarsi con linguaggi nuovi ma con una radice antica, che la violenza simbolica possa rapidamente trasformarsi in intimidazione materiale.

La minaccia a Bondetti, sindaco di Varallo Sesia, è arrivata con un proiettile e una firma che non lascia spazio all’equivoco sul registro scelto dagli autori: un messaggio costruito per colpire, spaventare, intimidire. Non una protesta, non una critica, non una presa di posizione, ma un atto che entra nel campo dell’intimidazione più cupa. Il proiettile, nella grammatica della minaccia, è un oggetto che non ha bisogno di molte parole: evoca la morte, richiama la violenza, prova a imporre silenzio attraverso la paura.

È per questo che Meghnagi parla di gesto “vile, osceno, squallido”. Ma subito dopo sposta la discussione sul piano nazionale. «Visto che la situazione sta degenerando, è necessario che il Parlamento completi l’iter di approvazione del disegno di legge contro l’antisemitismo, già approvato da un ramo del Parlamento: non vi è più alcuna ragione per ulteriori ritardi», prosegue il presidente della Comunità Ebraica di Milano.

Il passaggio è politico e istituzionale. Meghnagi chiede al Parlamento di non perdere altro tempo. Se il disegno di legge contro l’antisemitismo ha già superato un ramo del Parlamento, sostiene, l’iter deve essere completato. Non come risposta emotiva all’ultimo episodio, ma come scelta necessaria davanti a una deriva che la Comunità Ebraica considera ormai evidente. La legge, in questa lettura, non è soltanto uno strumento repressivo. È un segnale. Dice che lo Stato riconosce la gravità del fenomeno, lo nomina, lo affronta, non lo lascia galleggiare nelle ambiguità del dibattito pubblico.

Meghnagi non usa mezzi termini: «Questa dilagante deriva antisemita è stata guardata per troppi anni con superficialità, quando non con aperto compiacimento, da parte di settori della politica e non solo». È una delle frasi più pesanti del suo intervento. Non si limita a denunciare chi minaccia. Chiama in causa anche chi, negli anni, avrebbe sottovalutato, minimizzato, tollerato, o addirittura guardato con favore, certi linguaggi e certi atteggiamenti. È la critica a una zona grigia: quella in cui l’odio non viene apertamente rivendicato, ma viene lasciato crescere; non viene promosso direttamente, ma nemmeno arginato; non viene difeso, ma viene relativizzato.

Il punto, per Meghnagi, è che non basta più la condanna rituale. Non basta esprimere solidarietà dopo ogni minaccia, dopo ogni scritta, dopo ogni atto vandalico, dopo ogni aggressione verbale. La solidarietà è necessaria, ma se resta isolata diventa una formula. E il rischio è che il giorno dopo tutto ricominci come prima.

«Non possiamo però limitarci a condannare i singoli episodi senza interrogarci sul clima che li alimenta», sottolinea il presidente della Comunità Ebraica di Milano. È qui che il ragionamento si fa più profondo. Ogni episodio ha un autore, una dinamica, una responsabilità precisa. Ma ogni episodio nasce anche dentro un clima. E se quel clima diventa più aggressivo, più polarizzato, più indulgente verso l’odio, allora la minaccia non resta un incidente isolato. Diventa un segnale.

Meghnagi parla di «un linguaggio politico sempre più aggressivo», capace di normalizzare l’odio e di sdoganare l’ostilità verso le minoranze. È un’accusa che riguarda il modo stesso in cui si discute nello spazio pubblico. Le parole, soprattutto quando arrivano da chi ha ruoli istituzionali o visibilità politica, non sono mai neutre. Possono contenere, oppure incendiare. Possono costruire argini, oppure abbatterli. Possono isolare gli estremisti, oppure offrire loro un vocabolario, una copertura, una giustificazione.

«Le parole hanno un peso», conclude Meghnagi. Ed è forse la frase che meglio riassume l’intervento. Perché il proiettile arrivato a Varallo Sesia è un fatto concreto, materiale, durissimo. Ma prima del proiettile ci sono parole. Parole che disumanizzano, parole che indicano un bersaglio, parole che trasformano una minoranza in nemico, parole che rendono accettabile ciò che dovrebbe restare indicibile. La violenza non nasce mai soltanto dal nulla. Spesso viene preparata da un linguaggio che giorno dopo giorno abbassa la soglia dell’inaccettabile.

Il presidente della Comunità Ebraica di Milano richiama direttamente la responsabilità di chi occupa ruoli pubblici: «Chi occupa ruoli pubblici ha la responsabilità di non trasformare il dibattito democratico in un campo di battaglia retorico dal quale chi è già nel mirino esce ulteriormente esposto e vulnerabile».

È un passaggio che va oltre il caso Bondetti. Riguarda la qualità della democrazia. Il confronto politico può essere duro, aspro, conflittuale. Ma quando diventa un campo di battaglia retorico, quando smette di distinguere tra avversario e nemico, quando usa le minoranze come bersaglio identitario, allora chi è già esposto diventa ancora più vulnerabile. Le comunità ebraiche, in questo momento, denunciano proprio questo: non soltanto singole minacce, ma un senso crescente di esposizione.

La firma del Movimento Anti Sionista aggiunge un ulteriore elemento di gravità e complessità. Perché il confine tra critica politica a Israele, antisionismo e antisemitismo è oggi uno dei terreni più incandescenti del dibattito pubblico. La critica alle scelte di un governo è legittima. La contestazione politica è parte della democrazia. Ma quando il linguaggio scivola nella minaccia, quando un sindaco riceve un proiettile, quando la dimensione simbolica diventa intimidazione, non si è più nel campo dell’opinione. Si è nel campo dell’odio e della violenza.

È proprio su questa soglia che Meghnagi invita a non arretrare. Perché la libertà di espressione non può diventare copertura per l’intimidazione. La protesta politica non può trasformarsi in minaccia armata. Il dissenso non può usare un proiettile come argomento. E l’antisemitismo, anche quando si traveste da altro, deve essere riconosciuto e contrastato.

Il caso di Varallo Sesia colpisce anche per il luogo. Non una grande metropoli, non il centro di un potere nazionale, ma un municipio, una comunità locale, un sindaco. È la dimostrazione che certe dinamiche non restano confinate ai palazzi romani o ai grandi teatri del conflitto politico. Arrivano nei Comuni, negli uffici pubblici, nelle città di provincia. E lì possono generare paura, isolamento, tensione, senso di vulnerabilità.

Per Bondetti la minaccia rappresenta un atto gravissimo sul piano personale e istituzionale. Per la Comunità Ebraica di Milano, però, rappresenta anche un campanello d’allarme nazionale. Il rischio, nella lettura di Meghnagi, è che l’Italia stia attraversando una fase in cui l’antisemitismo non viene più percepito con l’allarme necessario. O peggio: viene confuso, minimizzato, relativizzato dentro una polemica politica permanente.

Eppure la storia italiana ed europea dovrebbe imporre una vigilanza diversa. L’antisemitismo non è un odio qualunque. È una delle forme più antiche, persistenti e letali di discriminazione. Ha attraversato secoli, ideologie, regimi, linguaggi. Si è presentato come pregiudizio religioso, come teoria razziale, come complotto economico, come ossessione politica, come negazione della memoria. Ogni volta cambia maschera. Ma il meccanismo è sempre lo stesso: indicare gli ebrei come corpo estraneo, come minaccia, come bersaglio.

Per questo, secondo Meghnagi, non è più tempo di rinvii. Il disegno di legge contro l’antisemitismo deve completare il suo percorso. Il Parlamento deve assumersi la responsabilità di dire che il fenomeno esiste, che è pericoloso, che non può essere lasciato alla sola indignazione del giorno dopo. Una norma, da sola, non cancella l’odio. Ma può tracciare un confine. Può offrire strumenti. Può indicare una priorità.

Il tema riguarda anche la politica. Non soltanto perché le leggi le approva il Parlamento, ma perché il linguaggio politico contribuisce a definire ciò che una società considera legittimo. Se la polemica pubblica si abitua all’insulto, alla delegittimazione, alla teoria del nemico interno, alla semplificazione estrema, allora chi è più fragile paga il prezzo più alto. Le minoranze diventano bersagli facili. Le persone già esposte si sentono ancora più sole. E i gesti di minaccia trovano un terreno meno ostile.

La condanna del proiettile a Bondetti, dunque, non può restare un atto formale. Deve aprire una domanda: che cosa si sta permettendo al linguaggio pubblico italiano? Che cosa viene tollerato in nome della polemica? Quali parole vengono usate con leggerezza da chi dovrebbe invece misurarle? E quanto tempo passa tra una parola d’odio e un gesto d’intimidazione?

La risposta di Meghnagi è chiara: troppo poco. E proprio per questo serve fermarsi prima. Non dopo ogni episodio. Non quando il proiettile è già arrivato. Non quando la minaccia è già stata imbucata. Ma quando il clima comincia a degenerare, quando l’ostilità verso una minoranza diventa una postura politica, quando l’antisemitismo viene mascherato da provocazione o tollerato come estremismo folkloristico.

La vicenda di Varallo Sesia resta ora nelle mani degli investigatori, che dovranno accertare l’origine della lettera, gli autori della minaccia, il contesto e l’effettiva organizzazione dietro la firma. Ma sul piano pubblico il caso ha già prodotto una reazione netta. La Comunità Ebraica di Milano chiede che non venga trattato come un fatto marginale. Chiede che il Parlamento proceda. Chiede che la politica si assuma la responsabilità delle parole.

In fondo, il cuore dell’intervento di Meghnagi è tutto qui: un proiettile non è mai soltanto un oggetto. È il punto d’arrivo di una grammatica dell’odio. E se quella grammatica viene lasciata circolare indisturbata, prima o poi qualcuno prova a tradurla in gesto.

Varallo Sesia, oggi, diventa il luogo di un avvertimento. Non solo al sindaco minacciato, ma alle istituzioni. Davanti all’antisemitismo, dice Meghnagi, l’Italia non può più permettersi superficialità. Non può più aspettare. Non può più condannare a intermittenza. Deve scegliere se alzare un argine o continuare a guardare il fiume crescere.

Il caso ha scosso istituzioni e cittadini, aprendo una ferita inattesa in una comunità che finora aveva fatto della convivenza un tratto distintivo. A dare il segnale più forte è arrivata anche la Presidenza della Repubblica: il Quirinale ha fatto sentire la propria vicinanza al sindaco e alla città.

La telefonata del Quirinale

La telefonata dagli uffici del Quirinale è arrivata in mattinata, mentre era in corso un incontro con il sindaco. Dall’altra parte del telefono c’era Gianfranco Astori, consigliere del presidente Sergio Mattarella e originario della Valsesia, che ha espresso solidarietà per le minacce indirizzate all’amministrazione comunale e alla comunità israeliana presente in città.

Il sindaco Pietro Bondetti ha raccontato il significato di quel gesto con parole semplici e dirette: si è detto sorpreso e grato, sottolineando quanto le istituzioni nazionali tengano a essere vicine a Varallo in un momento tanto delicato. Un passaggio che ha anche un peso simbolico: quando il Colle chiama, il messaggio è chiaro. Lo Stato c’è, e non considera marginale ciò che accade in una realtà locale.

Fonte dell’immagine: Tgr Piemonte