1 Settembre 2026

Marco Carrai commenta il suo allontanamento dalla Fondazione Meyer di Firenze

Carrai dopo le dimissioni dal Meyer: «Subito attacchi disumani, continuerò a battermi contro l’odio»

Amareggiato di aver lasciato? «Sono più amareggiato per quello che abbiamo subito io e la mia famiglia: attacchi disumani, senza una motivazione logica, se non il frutto di un marcatissimo sentimento anti-israeliano che è difficile non chiamare antisemitismo». Marco Carrai, console onorario d’Israele in Toscana, parla con Pagine Ebraiche all’indomani della sua decisione di dimettersi dalla presidenza della Fondazione Meyer, annunciata nel corso di una conferenza stampa a Firenze. Il mancato rinnovo da parte della Regione Toscana nonostante gli ottimi risultati di gestione ottenuti – sotto la sua presidenza le risorse raccolte dalla fondazione dedicata all’ospedale pediatrico fiorentino sono passate da 12 milioni di euro nel 2023 a quasi 17 milioni nel 2026 – aveva già suscitato varie reazioni in città e tra le altre quelle della Comunità ebraica locale, solidale con Carrai e a detta della quale pagherebbe il bisogno politico di «aggiungere un trofeo alla “caccia al sionista”». Ventiquattrore dopo le dimissioni, ci confida, «posso dire di aver ricevuto davvero moltissimi messaggi di vicinanza da parte di dipendenti del Meyer, medici, imprenditori, politici, primo tra tutti il presidente del Senato, ma anche di esponenti del Pd, di Italia Viva, di Forza Italia; l’antisemitismo è un sentimento ancestrale contro il quale continuerò a battermi, impegnandomi ancora di più al fianco dello Stato di Israele e del popolo ebraico».

Circolarità o “sentimento complessivo”?

Nella conferenza stampa Carrai era affiancato da Eugenio Giani, il presidente della Toscana, secondo il quale l’avvicendamento alla guida del Meyer non sarebbe una «rimozione», ma risponderebbe a una «circolarità delle cariche». A settembre 2025, dopo mesi di contestazioni a Carrai per il suo ruolo di console di Israele, Giani aveva dichiarato: «È opportuno che si abbia un’altra figura che possa tranquillizzare rispetto al sentimento complessivo».
Carrai dice in ogni caso di apprezzare il fatto che «sia venuto alla conferenza stampa» e «mi abbia difeso perché ho portato grandi risultati». Dal suo canto invece ha raccontato: «Io e la mia famiglia siamo stati costretti a vivere quasi in un bunker. La mia faccia grondante di sangue, con scritto “criminale di guerra”, “ricercato’” era su tutti i muri di Firenze e non solo. Pensate ai miei bambini di 9, 8, e 5 anni che vedevano le foto del loro papà con le mani e il viso grondante di sangue, dove c’era scritto “genocida di guerra”, “morte a Carrai”». Per poi aggiungere: «C’è un limite alla politica, oltre il quale l’avversario non può diventare il nemico».

Ucei, Comunità ebraica e Adei Wizo con Carrai

Per Livia Ottolenghi, la presidente Ucei, «il clima di persecuzione personale e ideologica che ha accompagnato la fine del suo mandato dalla presidenza della Fondazione Meyer di Firenze rappresenta un segnale allarmante per la nostra democrazia». Secondo Ottolenghi, «è inaccettabile che un incarico onorario di rappresentanza e un profilo professionale di alto valore sociale vengano trasformati in una colpa personale, per la sua vicinanza allo Stato ebraico». Nella nota diffusa insieme alla sezione fiorentina dell’Adei Wizo la Comunità aveva espresso a Carrai il proprio apprezzamento per il «ruolo difficilissimo, quello di console di Israele in questi anni di guerra, che continua a svolgere nonostante la campagna violenta che gli viene orchestrata contro e il bisogno di protezione costante a cui sono sottoposti lui e la sua famiglia». Comunità e Adei-Wizo si sono dette colpite per «il populismo» della decisione di cui Carrai è stato vittima. Una scelta, si sostiene, dettata dall’esclusivo interesse di «poter sventolare la bandiera dell’odio verso Israele, paese indegno per principio» e di «farne capitale politico». Al fianco di Carrai si sono schierati anche i 125 firmatari di una lettera aperta diffusa ai media, tra i quali alcuni giornalisti, accademici e professionisti. Contro l’ex presidente del Meyer, scrivono, «viene esibito un solo fatto, pregiudizialmente insopportabile: è console onorario di Israele, una carica evidentemente incompatibile con qualsiasi altra attività».