Fonte:
www.setteottobre.com
Autore:
Daniele Scalise
Veleno in circolo. Cristo è morto a Gaza?
La manifestazione dei sacerdoti per Gaza riporta alla luce un deposito di immagini e parole che il cristianesimo ha impiegato secoli a riconoscere e combattere
«Cristo è morto a Gaza».Bisogna davvero avere il coraggio di fermarsi davanti a queste cinque parole, guardarle bene e non lasciarle passare come uno dei molti slogan prodotti dalla mobilitazione su Gaza. Se è vero che le parole hanno una memoria, quelle che mettono insieme Cristo, la morte e gli ebrei ne risvegliano una spaventosa. Adesso sono esibite da sacerdoti della Chiesa cattolica, riuniti in una rete che si chiama “Preti contro il genocidio” e si preparano a manifestare a Roma, lungo via della Conciliazione, arteria della cristianità.
Dobbiamo ripeterlo? Ma sì, ripetiamolo, ché magari qualcuno si è distratto: si può manifestare contro il governo israeliano, contestarne le decisioni militari, chiedere la protezione dei civili palestinesi, denunciare le loro sofferenze, invocare un cessate il fuoco, discutere persino con feroce durezza delle responsabilità politiche di Israele. Tutto ciò appartiene al legittimo e persino necessario, confronto politico e morale. Ma «Cristo è morto a Gaza» è tutt’altra cosa.
Perché Cristo, naturalmente, non è morto a Gaza. Gesù era un ebreo nato da una donna ebrea, vissuto dentro l’ebraismo del suo tempo, circondato da discepoli ebrei, morto a Gerusalemme sotto il potere romano. Il cristianesimo nasce dentro la storia ebraica. E tuttavia per secoli una parte della predicazione cristiana ha trasformato la morte di Gesù in un atto d’accusa contro un intero popolo trasformato in deicida, in assassino del Messia.
Questa accusa ha attraversato l’Europa cristiana come un fiume sotterraneo. È entrata nelle prediche, nelle rappresentazioni della Passione, nell’iconografia classica, nelle leggende, nelle accuse di profanazione dell’ostia e di omicidio rituale. Ha contribuito a costruire l’immagine dell’ebreo cocciuto e perfido, incapace di riconoscere la verità, nemico di Cristo e dunque nemico della comunità cristiana. Le conseguenze non furono soltanto teologiche ma terribilmente concrete: esclusioni, umiliazioni, espulsioni, conversioni forzate, ghetti, violenze d’ogni tipo e genere, ubbidendo alla più perversa delle creatività.
Va anche e subito detto che l’antisemitismo moderno non può essere ridotto all’antigiudaismo cristiano. Il razzismo ottocentesco e novecentesco aggiunse categorie biologiche e nazionalistiche che appartenevano a un universo diverso. Ma l’Europa non arrivò all’antisemitismo moderno su un terreno vergine. Per secoli aveva imparato a considerare l’ebreo come l’altro, il colpevole, l’ostinato, colui sul quale poteva essere scaricata una responsabilità collettiva. La Chiesa cattolica ha avuto la grandezza di fare i conti con questa storia.
Con Nostra aetate, nel 1965, il Concilio Vaticano II stabilì qualcosa che oggi alcuni cattolici hanno dimenticato o non hanno mai voluto accettare: ciò che accadde al Cristo non può essere attribuito agli ebrei di allora e tantomeno agli ebrei di oggi. Gli ebrei non devono, non possono essere presentati come respinti o maledetti da Dio. E la Chiesa deplora «gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque».Insomma, una vera svolta gigantesca.
Giovanni Paolo II entrò nella Sinagoga di Roma e chiamò gli ebrei «fratelli maggiori». Benedetto XVI ribadì la necessità di superare «i pregiudizi, le incomprensioni, l’indifferenza e il linguaggio ostile e sprezzante del passato». Il dialogo ebraico-cristiano degli ultimi sessant’anni è stato uno dei più importanti processi di revisione morale compiuti dalla Chiesa contemporanea. E allora bisogna chiedersi come sia possibile che, nel 2026, sacerdoti cattolici possano marciare dietro parole come «Cristo è morto a Gaza» senza avvertire l’enormità simbolica di quello che stanno facendo.
Non occorre immaginare una consapevole volontà antisemita. Il problema può essere persino più inquietante: l’ottusità. L’incapacità di riconoscere il materiale storico che si sta maneggiando. Perché se Cristo diventa il palestinese di Gaza, chi occupa nell’allegoria il posto dei suoi carnefici?
La domanda fa precipitare la risposta ed è proprio questo il pericolo delle metafore religiose: lavorano prima e più profondamente di qualsiasi dichiarazione politica. L’antico schema può ricomporsi senza che nessuno pronunci la parola “deicidio”. Basta distribuire nuovamente le parti: Cristo da una parte, l’ebreo dall’altra. È qui che la solidarietà con i palestinesi rischia di sprofondare in qualcosa di molto più antico.
Il meccanismo fa scomparire l’ebreo concreto sostituendolo con Israele come figura morale assoluta: non uno Stato che può essere giudicato per ciò che fa, ma simbolo del male. E quando la politica diventa teologia, anche il linguaggio muta. Non bastano più governo, esercito, guerra, responsabilità, errori, crimini eventualmente da accertare. Servono innocenti e carnefici, martiri e persecutori, Cristo e coloro che lo mettono a morte. È un arretramento culturale impressionante.Ed è particolarmente grave quando a compierlo sono sacerdoti, cioè uomini che dovrebbero conoscere meglio di chiunque altro la storia delle parole cristiane sugli ebrei.
Non è la compassione per Gaza che va contestata. Quella compassione è doverosa. Ogni bambino palestinese morto è una tragedia, ogni civile innocente merita la stessa pietà, e un sacerdote che prega per lui fa semplicemente il proprio mestiere di uomo e di cristiano. Ciò che va contestato è la trasformazione di quella sofferenza in una sacra rappresentazione nella quale l’antico accusato torna, quasi naturalmente, a essere l’ebreo. Perché l’antigiudaismo non è scomparso per decreto nel 1965. Le idee che hanno abitato una civiltà per secoli non evaporano quando un documento le condanna. Possono ritirarsi, perdere legittimità, cambiare lessico, possono sonnecchiare e addirittura addormentarsi. E poi possono risvegliarsi.
Oggi non si dice più che gli ebrei hanno ucciso Cristo ma si può però insinuare che il nuovo Cristo muoia sotto le bombe dello Stato ebraico. Non si parla più del popolo deicida, ma si può però costruire l’immagine di Israele come incarnazione di una colpa senza misura. Non si predica più dal pulpito contro “i perfidi giudei”, ma si può però scendere in strada con una simbologia che rimette in circolo, magari inconsapevolmente, qualcosa di quella remotissima eredità. Le forme cambiano mentre il deposito culturale può rimanere.
Ed è precisamente per questo che l’antisemitismo è tanto difficile da estirpare, capace com’è di sopravvivere alle proprie sconfitte. Cambia vocabolario, trova nuove cause alle quali appoggiarsi, utilizza il linguaggio morale dominante del momento. E qualche volta riesce persino a presentarsi come il contrario di ciò che è stato: non più odio, ma compassione; non più pregiudizio, ma giustizia; non più esclusione, ma difesa degli oppressi.
La Chiesa ufficiale ha compiuto sessant’anni fa una scelta diversa e continua a ribadirla. Proprio in questi giorni la Santa Sede ha ricordato che la solidarietà con il popolo ebraico comporta una comune lotta contro l’antisemitismo. È bene ricordarlo a quei sacerdoti che sfileranno per Roma.Pregate per Gaza. Denunciate ciò che ritenete debba essere denunciato. Portate i nomi dei bambini morti. Chiedete conto ai governi delle loro decisioni. Ma lasciate Cristo fuori da questa macabra allegoria. Perché duemila anni di storia dovrebbero averci insegnato che cosa può accadere quando, per spiegare il dolore del mondo, qualcuno ricomincia a mettere Cristo da una parte e gli ebrei dall’altra.
