9 Aprile 2024

Luca Spizzichino (UGEI) parla dell’odio e delle discriminazioni che, dopo il 7 ottobre, subiscono gli studenti ebrei nelle università italiane

Fonte:

Il Foglio

Autore:

Luca Roberto

“Con il clima che c’è nelle università gli studenti ebrei preferiscono restare a casa”

Parla Spizzichino (UGEI). Occupato il Rettorato alla Federico II

Dal 7 ottobre in poi nelle università e nelle scuole superiori italiane il seme dell’odio antisemita sta attecchendo sempre di più. E’ un problema non solo per noi ebrei ma per tutti. Sono discriminazioni che fanno male a un paese democratico come l’Italia e che rimandano a periodi bui. Fino a quando possiamo tollerarlo?”. Il presidente dell’Unione dei giovani ebrei d’Italia (Ugei) Luca Spizzichino parla con cognizione di causa. Sin dal progrom di Hamas, infatti, con la sua associazione monitora gli atti di odio nei confronti degli ebrei, soprattutto all’interno degli atenei. “Abbiamo attivato una hot-line per raccogliere le segnalazioni. Solo nel primo mese abbiamo registrato 28 episodi di antisemitismo, quasi uno al giorno”, racconta al Foglio Spizzichino. Che sulla recrudescenza del fenomeno fa sue le parole del direttore di Repubblica Maurizio Molinari: “L’antisemitismo è come un fiume carsico. Striscia sotto terra, ma è sempre presente. Dal 7 ottobre è come se ci fosse stata un’eruzione”. Ieri il collettivo “Rete studentesca per la Palestina” ha occupato il rettorato dell’Università Federico II di Napoli chiedendo il boicottaggio degli accordi con le università israeliane. Oggi in 25 atenei “Cambiare Rotta” chiederà la stessa cosa, organizzando pure una manifestazione all’esterno della Farnesina. “I collettivi portano avanti un’idea sistemica per arrivare in tutti gli atenei alle stesse scene che abbiamo visto per esempio a Torino e a Bologna”, dice Spizzichino. “Il problema è che il surriscaldarsi del clima per gli studenti ebrei sta diventando pericoloso, le università stanno diventando inospitali. Abbiamo paura. C’è stato il caso di un studente ebreo che indossava una collana con la stella di David. E’ stato aggredito a suon di ‘Free Palestine’ e gli hanno versato addosso un cocktail. E’ chiaro che molti preferiscono stare a casa. E frequentare i campus solo per il minimo indispensabile”. Che effetto vi fa vedere lo sdoganamento del termine “genocidio” all’interno delle università? “Appartiene a un tipo di lessico, quello della Shoah, usato per rendere le vittime di un tempo i nuovi carnefici. E’ assolutamente sbagliato”, spiega il presidente dell’Ugei. “Tutti noi ci rendiamo conto del dramma delle vittime civili a Gaza. Solo che per alcuni il 7 ottobre è come se non fosse mai esistito e quello di Hamas non sia terrorismo ma resistenza. E’ inaccettabile”. Il passaggio ulteriore, peraltro, secondo Spizzichino, è quello di “non rendersi conto che quando si urlano slogan come ‘From the river to the sea’ si sta chiedendo la distruzione dello stato di Israele. E quelli che dicono di essere antisionisti in realtà sono un’evoluzione dell’antisemitismo, perché mettono in discussione proprio l’esistenza stessa di Israele”. Fatto sta che secondo Spizzichino, delle eccezioni positive ci sono. “La rettrice della Sapienza Antonella Polimeni, per esempio, che ha tenuto una posizione ferma contro il boicottaggio e usò parole dure per condannare il 7 ottobre”. E la risposta della Conferenza dei rettori, invece, come la giudicate? “Bisogna cercare di fare chiarezza sui principi che vogliono il boicottaggio delle università israeliane. Il Dual use? All’atto pratico non c’è. Molti progetti riguardano la desertificazione, lo studio del moto delle maree. In generale quello che devono capire le università è che non possono assecondare le richieste di un manipolo di manifestanti. Bisogna essere fermi sulle posizioni prese all’inizio. Se si boicottano le università israeliane, ci perde l’università italiana”. E la politica, le istituzioni, vi stanno dando risposte soddisfacenti? “Quel che va migliorato è il dialogo, anche con i ministeri coinvolti. Il problema come detto non riguarda solo le università ma anche i licei, le scuole superiori, da cui passano la maggior parte dei messaggi di propaganda più pericolosi. Si respira un clima che ricorda quello del 1982 durante la guerra in Libano, quando la tensione esplose con l’attentato alla Sinagoga di Roma. Ecco perché bisogna mantenere altissima l’attenzione”.