27 Gennaio 2026

Locci, rabbino capo della Comunità ebraica di Padova: «Il 27 gennaio non può limitarsi a riconoscere ciò che è stato, ma anche ciò che è tornato»

ROVIGO – «Il 27 gennaio non può limitarsi a riconoscere ciò che è stato, ma anche ciò che è tornato»: così il rabbino capo della Comunità ebraica di Padova, Adolfo Aharon Locci, a Palazzo Celio alle celebrazioni per la Giornata della memoria, ha invitato ad attualizzare nel quotidiano il ricordo, di fronte all’aumento degli atti di antisemitismo, perché «la memoria ha bisogno di essere vivificata e resa fertile: deve produrre anticorpi oggi e non solo lacrime per ieri».

Nella cerimonia che ha riunito le massime autorità civili e militari, oltre a cittadini e studenti del liceo Celio-Roccati anche negli omaggi al cimitero ebraico, alla pietra d’inciampo in via Remigio Piva e alla lapide all’ingresso della piazzetta Annonaria con le deposizioni di corone commemorative, Locci ha ammonito riguardo l’antisemitismo che «marcia con protervia nelle piazze, nelle università, negli ambiti della cultura: è qualcosa di pianificato e ben progettato. Siamo di fronte a una campagna globale mistificatoria, che dissimula l’antisemitismo: “Fuori i sionisti dall’università” e altre narrazioni che ribaltano la realtà storica, nascondendosi in critica politica, rischiano di produrre un cortocircuito nella memoria. Essere ambigui di fronte all’odio che colpisce gli ebrei oggi, rende la memoria infruttifera, sterile».

Per scongiurare il ritorno dell’odio nelle «nuove forme di antisemitismo e antisionismo – ha aggiunto il rabbino capo – serve unire la memoria del passato alla responsabilità per il futuro». In particolare nei giovani: «Per un ragazzo di oggi – aveva detto Locci all’inizio dell’intervento in sala consiliare – la Shoah è un evento sfocato nel tempo e senza i progetti didattici rischierebbe di diventare una pagina di storia come tante altre. Questa è una pagina unica e dobbiamo interrogarci su come viene vissuta. Bisogna andare nella profondità del messaggio che l’azione rituale dà, se no per il 27 gennaio corriamo il rischio sottile, e più pericoloso, che il rito diventi anestetico, impedendo di decifrare il presente».

LE ISTITUZIONI

In armonia alle parole del rabbino Locci, il presidente della Provincia, Enrico Ferrarese, aveva affermato all’inizio della cerimonia. «Il valore aggiunto del fare memoria è coinvolgere i giovani per una consapevolezza che possa tradursi nel tramandare il pensiero di questa giornata». E il sindaco Valeria Cittadin aveva aggiunto che «questa giornata non è uno slogan: dobbiamo imparare a conservare la libertà che abbiamo, come sentinelle attente ai segnali di sopruso e mancanza di rispetto. La libertà si conquista nella quotidianità ogni volta che rispettiamo le regole e le persone».

Secondo il prefetto, Franca Tancredi, la Giornata della memoria funziona oggi come bussola etica. «Da semplice ricorrenza è diventata monito contro ogni discriminazione. Un monito che sollecita il pensiero critico, per la difesa dei valori democratici e a non essere indifferenti davanti alle privazioni dei diritti».

A rendere viva la memoria e a ricordare che davanti alle cose umane dobbiamo “Non ridere, non piangere, non indignarsi, ma capire”: sono stati gli studenti di quarta e quinta E del liceo artistico di Rovigo e della quinta F, presentando in sala consiliare due elaborati digitali per riflettere sulla forza che arte e fotografia hanno nel testimoniare. «L’arte è il linguaggio della memoria quando le parole non bastano più». E così, a parlare a oltre 80 anni di distanza, sono stati ancora i disegni di bambini del ghetto di Terezin, che disegnavano fiori e farfalle per mostrare ciò che gli era stato tolto in una vita senza più colori. E poi l’assenza dell’arte ad Auschwitz, nel disegno di cancellare, con i bambini, l’umanità.