21 Febbraio 2019

Il presidente francese Macron promette di punire chi compie atti o discorsi antisemiti

Fonte:

Corriere della Sera, Avvenire, Le Figarò, Il Giornale, Le Monde, L’Osservatore Romano, la Repubblica, La Stampa

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Stefano Montefiori

L’odio è dei rossi o dei bruni? E Parigi finisce per litigare anche sull’origine del male

Più della difesa degli ebrei, emergono le accuse reciproche

PARIGI E pensare che tutto è cominciato con un aumento annunciato — e mai entrato in vigore — di 6,5 centesimi per litro di gasolio. Quella è stata la scintilla che provocò in novembre la nascita del movimento dei gilet gialli, diventata in tre mesi una rivolta anti-sistema che ha minato la pace sociale, stravolto l’agenda delle riforme del presidente Macron, messo in discussione il ruolo di Parigi in Europa (vedi la crisi con Roma dopo l’incontro tra Di Maio e i gilet gialli) e riaperto la grande ferita di un Paese come la Francia, che è tantissime cose meravigliose ma purtroppo anche la nazione del caso Dreyfus, del collaborazionista Pétain che organizzò le retate dei bambini ebrei, e dei terroristi islamici assassini di ebrei Mohammed Merah e Amedy Coulibaly. Quella ferita profonda è l’antisemitismo. «La Francia è un Paese sempre più frammentato, suddiviso in gruppi che non si parlano», dice il sociologo Jean-Pierre Le Goff, e lo ha dimostrato in questi giorni di condanna apparentemente unanime degli atti di antisemitismo. Ventimila persone si sono riunite martedì sera in place de la République per dire «Ora basta» agli insulti contro gli ebrei, l’ultimo dei quali la mattina stessa con le svastiche su 96 tombe del cimitero ebraico di Quatzenheim, in Alsazia. Ma poco lontano da place de la République, a Ménilmontant, si è svolta una manifestazione dissidente. Sempre contro l’antisemitismo, ma indetta dalla sinistra radicale che denuncia «tentativi di strumentalizzazione» e vuole conservare il diritto di rivendicarsi antisionista (con una notevole ipocrisia anche semantica: antisionismo non vuole dire libertà di critica di questo o quel governo israeliano, ma negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele). La manifestazione principale però è stata criticata anche da destra, per esempio dalla rivista Causeur, che ha definito place de la République «il raduno contro l’antisemitismo di quelli che non hanno fatto niente per combatterlo», accusando partiti di governo e media di anni di accondiscendenza con l’islam radicale. Nei giorni della scritta «juden» sulla vetrina del ristorante, dei ritratti di Simone Veil deturpati dalle svastiche e dell’aggressione al filosofo francese ed ebreo Alain Finkielkraut, politici, intellettuali e opinione pubblica si dividono profondamente sull’analisi dell’antisemitismo. Gli atti contro gli ebrei sono aumentati del 74% nel 2018, dicono le cifre del governo, ma dove vanno cercati i responsabili? Tra i francesi piccolo borghesi bianchi con simpatie di estrema destra e un’antica diffidenza verso le banche, che hanno approfittato del clima di anarchia delle manifestazioni dei gilet gialli per scrivere sui muri «Macron prostituta di Rothschild e degli ebrei»? O i colpevoli si annidano piuttosto tra i francesi musulmani radicali, per esempio quelli che da anni costringono gli ebrei del dipartimento Seine SaintDenis «93» alla periferia di Parigi a trasferirsi altrove, o il convertito islamico Benjamin W. che ha urlato addosso a Main Finkielkraut «tornatene a Tel Aviv, la Francia è nostra» e che ieri è stato arrestato? Nella Francia di oggi le appartenenze ideologiche spingono a scegliere un colpevole preferito, anche se sembra realizzarsi la profezia di Pascal Bruckner, che in un’intervista di fine anno al Corriere aveva colto i primi segni di quel che è poi accaduto in questi giorni: «Vediamo l’unione di certa sinistra radicale, dei militanti anti-globalizzazione, dei fascisti, degli islamisti, tutti radunati attorno a un capro espiatorio che è l’odio degli ebrei e del denaro». Bruckner aveva probabilmente visto giusto. È antisemita l’ex comico Dieudonné, amico intimo di Jean-Marie Le Pen, che ha manifestato con il gilet giallo facendo il gesto della «quenelle» (un saluto nazista al contrario). E sono antisemiti quei francesi che martedì hanno costretto il servizio pubblico France 3 a interrompere la diretta Facebook Live della visita del presidente Macron al cimitero profanato, per le decine di commenti nazisti come «Heil Hitler» e «sporchi ebrei». Sacrosanto, e complicato, mobilitarsi contro l’antisemitismo «peste rosso-bruna», perché si litiga sul fatto se sia «più rossa che bruna» o viceversa, se il nemico sia l’ariano biondo o l’islamico barbuto. Delphine Horvilleur, una delle tre rabbine donne di Francia, ha partecipato alla manifestazione consapevole di questa divisione, e di un altro pericolo: «La République deve lottare contro l’antisemitismo e denunciarlo, ma il discorso antisemita si nutre di quest’idea oscena che gli ebrei avrebbero un trattamento di favore». La difesa divisa e litigiosa degli ebrei rischia di alimentare paradossalmente l’odio — quello sì compatto — verso gli ebrei.

Macron: antisionismo vuol dire antisemitismo

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PARIGI «Non è vero che non abbiamo fatto niente. Abbiamo condannato, votato leggi, ma non siamo stati capaci di agire efficacemente, e così siamo arrivati a questo punto. E il nostro fallimento: tanta indignazione, pochi risultati. Ora è venuto il tempo degli atti concreti, perché non voglio abituarmi a questa indignazione. C’è qualcosa di peggio di un’anima perversa, diceva Péguy, ed è un’anima abituata». Le parole di Emmanuel Macron davanti al Crif (il Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia) sono solenni perché registrano una sconfitta da lui stessa giudicata storica: «L’antisemitismo raggiunge oggi livelli mai visti dalla fine della Seconda guerra mondiale». Gli atti di antisemitismo in Francia sono stati oltre 500 nel 2018, l’ultimo ancora ieri: svastiche e insulti alla Shoah in un cimitero vicino Lione. La sala ha applaudito quando Macron ha confermato che la Francia adotterà «la definizione dell’antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria della Shoah» e che quindi l’antisionismo sarà considerato una delle forme dell’antisemitismo. «L’antisemitismo si maschera sotto l’antisionismo», ha detto il presidente. «Non si tratta di modificare il codice penale, e neanche di impedire le critiche al governo israeliano. Si tratta di riaffermare che sotto l’odio di Israele si nasconde spesso l’odio degli ebrei». Macron ha poi annunciato una netta presa di posizione contro i boicottaggi di Israele, «non ci sarà alcuna compiacenza riguardo alle campagne BDS (Boycott, Divestment and Sanctions)», e ha affrontato la questione centrale di questi giorni, cioè il ruolo degli islamisti. «Sì, accanto all’antisemitismo tradizionale c’è quello fondato sull’islamismo radicale. Sì, questa ideologia provoca un insopportabile esodo interiore degli ebrei», che si spostano all’interno della Francia alla ricerca di zone sicure e al riparo dalle persecuzioni degli islamisti. Il presidente francese ha indicato poi come cattivo esempio Twitter, «che impiega settimane se non mesi a fornire alle autorità giudiziarie le identità di chi si nasconde sotto l’anonimato». Per questo sarà presentata entro maggio un proposta di legge che punta a rafforzare la lotta contro l’odio su Internet. Molte famiglie sono costrette a togliere i figli dalla scuola pubblica per proteggerli dai soprusi. Macron ha annunciato il lancio di un censimento degli istituti più colpiti dalla «descolarizzazione» degli allievi ebrei, in modo che la scuola torni a esercitare il suo ruolo di «bastione della Repubblica».

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