Fonte:
moked.it
Autore:
Davide Balata
Chi semina zizzania raccoglie tempesta
Quando una controversia privata diventa il pretesto per risvegliare e alimentare l’antisemitismo
A Livorno, vicino al circolo nautico, fino a qualche anno fa, due uomini svolgevano diversi lavori legati alle attività marittime. Il mare, la vita trascorsa insieme e le giornate condivise li avevano resi simili nell’aspetto e nel carattere. Tutti li conoscevano come i Ciuini, un soprannome tipicamente livornese che richiama il ciuco (l’asino) e che veniva dato a chi lavorava instancabilmente, come loro.
Avevano una baracca di legno dove custodivano gli attrezzi del mestiere. Sulla parete campeggiavano due scritte, che erano anche la loro filosofia di vita: «Chi d’invidia campa, di rabbia muore» e «Chi semina zizzania raccoglie tempesta». Erano i loro mantra e, quando accadeva qualcosa di negativo, finivano sempre per ricondurlo a uno di quei due insegnamenti.
Qualche giorno fa, sempre a Livorno e ancora una volta a pochi passi dal mare, una vicenda legata a un’attività commerciale ha riportato alla mente quelle parole. Tra il proprietario del fondo e il gestore dell’attività esistevano già da tempo rapporti difficili e non erano mancate occasioni di attrito. La controversia si è infine conclusa con uno sfratto per morosità. Il gestore, ritenendo il provvedimento ingiusto, ha reagito con striscioni e post sui social. Nulla di insolito, fin qui. Se non fosse che il proprietario è ebreo.
Su uno degli striscioni, affisso davanti al locale oggetto dello sfratto, compariva, tra le altre frasi, una domanda: «Dov’è la comunità ebraica?».
Da quel momento, sui social si è scatenato un fiume di commenti intrisi di odio antisemita: «gli ebrei comandano il mondo», «docce al gas», «la razza non si smentisce», «sionista di m…», «ebrei cancro del mondo» e molte altre espressioni che sarebbe persino imbarazzante riportare.
Di fronte a tutto questo, due riflessioni appaiono inevitabili.
La prima è che gli sforzi compiuti dal dopoguerra a oggi per contrastare l’antisemitismo si sono rivelati insufficienti. L’odio non era scomparso: era rimasto nascosto, in attesa dell’occasione per riaffiorare. È bastata una vicenda privata, che nulla aveva a che vedere con il Medio Oriente, perché riemergessero stereotipi, minacce e insulti che pensavamo appartenessero al passato.
La seconda riflessione riguarda il clima che si è creato negli ultimi anni attorno al conflitto israelo-palestinese. È difficile non vedere come, dopo il 7 ottobre e durante la guerra a Gaza, il dibattito pubblico abbia contribuito a riaccendere tensioni e ostilità sia nei confronti degli ebrei sia nei confronti dello Stato di Israele. In questo clima, troppo spesso, la legittima critica alle scelte del governo israeliano si è trasformata nella delegittimazione dello Stato di Israele e, soprattutto, in un atteggiamento ostile verso gli ebrei in quanto tali.
In questo contesto, politica, istituzioni e informazione hanno una responsabilità particolare. Chi contribuisce a formare l’opinione pubblica dovrebbe avere cura di distinguere sempre tra un governo, uno Stato e una comunità di cittadini italiani di religione ebraica. Attribuire agli ebrei italiani una qualche corresponsabilità nel conflitto, oppure chiedere loro di prendere pubblicamente le distanze dalle decisioni del governo israeliano, significa introdurre un principio pericoloso: quello della responsabilità collettiva.
Si perde troppo spesso di vista un fatto essenziale: si parla degli ebrei come appartenenti a una religione, a una cultura e a una storia, ma si dimentica che sono cittadini italiani, con gli stessi diritti e gli stessi doveri di ogni altro cittadino. La loro identità non li rende rappresentanti dello Stato di Israele né può trasformarli in responsabili delle scelte del suo governo. Confondere questi piani significa attribuire responsabilità collettive sulla base dell’appartenenza religiosa o culturale. È un meccanismo ingiusto e pericoloso, dal quale l’antisemitismo ha sempre tratto alimento.
Anche il linguaggio quotidiano merita attenzione. Oggi la parola «sionista» viene sempre più spesso utilizzata come insulto, svuotata del suo significato storico e politico e trasformata in un’etichetta da appiccicare indiscriminatamente agli ebrei. Essere sionisti non significa sostenere un determinato governo israeliano, così come essere italiani non significa condividere le scelte del governo italiano. Eppure, nel dibattito pubblico, il termine è diventato troppo spesso un modo per colpire gli ebrei in quanto tali.
Cavalcare l’onda del momento, inseguire il consenso o raccogliere qualche voto può apparire conveniente nell’immediato. Ma alimentare divisioni e risentimenti sulla pelle di altri cittadini è un azzardo gravissimo. Gli incendi, una volta appiccati, non si controllano più.
Forse i Ciuini avevano davvero ragione. Per anni si è seminata zizzania, e altra zizzania era già presente nel terreno. Oggi vediamo arrivare la tempesta.
«Le parole sono importanti», ricordava Nanni Moretti. Lo sono sempre, ma ancora di più quando a pronunciarle sono rappresentanti delle istituzioni, esponenti politici, operatori dell’informazione e tutti coloro che, a vario titolo, contribuiscono a formare l’opinione pubblica. Le parole non descrivono soltanto la realtà: contribuiscono a costruirla. Possono favorire il confronto oppure alimentare la contrapposizione; possono costruire ponti o scavare solchi. Per questo chi esercita una responsabilità pubblica o comunica a un vasto pubblico ha il dovere di scegliere con attenzione il linguaggio che utilizza, cercando di prevenire tensioni e divisioni, non di esasperarle.
Perché tra le parole e i fatti il passo può essere brevissimo. E quando l’odio esce dai social per entrare nella realtà, le conseguenze possono diventare imprevedibili e drammatiche.
I Ciuini, con la semplicità della loro saggezza popolare, avevano capito ciò che troppo spesso dimentichiamo: chi semina zizzania raccoglie tempesta. E le tempeste, quando arrivano, non chiedono conto di chi le ha provocate. Travolgono tutti.
