26 Marzo 2021

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC, commenta la Jerusalem Declaration on Antisemitism

La Jerusalem Declaration on Antisemitism

Dopo un quinquennio di polemiche connesse alla Working definition on Antisemitism approvata dall’IHRA nel 2016, ecco affacciarsi all’orizzonte un nuovo e interessante tentativo di proporre uno strumento utile a combattere la risorgente e diffusa ostilità antiebraica. Le differenze fra i due documenti sono innanzitutto di ordine istituzionale. Mentre quello dell’IHRA è il prodotto di un organismo internazionale intergovernativo, frutto di mediazioni diplomatiche e di trattative pluriennali, la nuova dichiarazione è il frutto del lavoro di un gruppo di importanti accademici che sono fra i maggiori studiosi del fenomeno da un punto di vista storico e non devono rispondere a istanze istituzionali. Alcuni dei firmatari di questa dichiarazione sono fra l’altro membri attivi e riconosciuti di delegazioni nazionali all’interno dell’IHRA. Sebbene sia esplicita la critica degli estensori della nuova dichiarazione nei riguardi dello strumento proposto dall’IHRA, appare chiaro l’intento di superare la sterile contrapposizione manichea a cui si è assistito negli ultimi anni. Esprimersi a suon di appelli e mozioni a favore o contro la working definition proposta dall’IHRA ha troppo spesso finito con il porre in secondo piano la vera emergenza, che è e rimane quella di identificare e combattere fattivamente un fenomeno in netta crescita come l’antisemitismo, che non si limita a vaghe espressioni verbali ma produce ideologie, movimenti politici e troppo spesso anche attacchi fisici, assalti, uccisioni, roghi.

Non sono ingenuo e già mi aspetto una levata di scudi da parte di molti che in questi anni hanno voluto forzare e interpretare la dichiarazione IHRA come una clava politica. Chiedo però di considerare la nuova dichiarazione per quello che è, se necessario discutendola e proponendo emendamenti, senza limitarsi a leggerla come espressione di schieramenti politici avversi contro cui contrapporre nette e inappellabili chiusure. L’obiettivo era e deve rimanere il medesimo: la lotta efficace a tutte le forme di odio antisemita, nel rispetto della libertà di pensiero e ponendo fra i principi il rispetto dei diritti umani e l’opposizione a ogni forma di razzismo. I firmatari della dichiarazione di Gerusalemme non sono degli sprovveduti, né dei pericolosi estremisti. Studiosi di altissimo livello, in gran parte ma non tutti ebrei, hanno giudicato insufficiente e in alcuni casi non congrua la dichiarazione IHRA e hanno deciso di proporre uno strumento aggiuntivo, che va letto e discusso. Parafrasando la famosa contrapposizione fra la scuola di Hillel e quella di Shammay, si potrebbe dire che, in fin dei conti, l’una e l’altra sono comunque da considerare positive (lungi da me considerarle Legge di Moshé).

Ci sarà modo e tempo per studiare l’efficacia e la possibilità di utilizzo della nuova dichiarazione in chiave educativa e politica, ma vorrei dire alcune semplici cose a proposito dei due documenti. Sulla dichiarazione IHRA ho già avuto modo di esprimermi in varie occasioni. La ritengo uno strumento importante, anche se lontano dalla perfezione. In particolare, trovo troppo generica la dichiarazione in sé (escluse le raccomandazioni), mentre ritengo siano piuttosto efficaci quelle raccomandazioni che chiariscono come molte delle forme di ostilità verso Israele e verso gli israeliani siano da considerarsi espressioni di antisemitismo. Soprattutto trovo particolarmente virtuoso il percorso istituzionale che ha condotto alla creazione in diversi paesi di figure governative responsabili di disegnare vere e proprie strategie per la lotta all’antisemitismo. Si tratta di un fatto politico di assoluta novità e rilevanza, che credo vada valorizzato. La dichiarazione di Gerusalemme è decisamente più precisa nelle definizioni, e anche più esplicita e meno reticente. Se lo può permettere proprio perché non è il frutto di una mediazione intergovernativa. La definizione in sé è molto semplice e netta e introduce un lemma – il “pregiudizio” – che è di fondamentale importanza sul piano concettuale e va decisamente considerato quando ci si propone di combattere l’antisemitismo. Le linee guida che seguono sono sostanzialmente condivisibili da chiunque si occupi di antisemitismo e non introducono novità sostanziali se non nella sezione C. (che di sicuro provocherà osservazioni polemiche). In essa si indicano esempi di azioni e espressioni utilizzate nel dibattito sul conflitto israelo palestinese che non sarebbero considerabili antisemite di per sé. In questa sezione io trovo alcune ambiguità che il testo non risolve. In particolare, credo che ci dovrebbe essere più chiarezza sull’utilizzo manipolatorio del lemma “sionismo” che nella stragrande maggioranza dei casi viene strumentalizzato e misinterpretato nel dibattito politico antiisraeliano e filopalestinese. Allo stesso modo, trovo piuttosto assolutorio il testo che cita il movimento BDS, che se nasce con intenti di resistenza civile, ha assunto nella maggioranza dei casi (soprattutto nei campus universitari) accenti apertamente antisemiti. Infine, entrambi i testi (sia la dichiarazione IHRA, sia quella di Gerusalemme) sottovalutano quando non tacciono completamente ogni riferimento alla radice religiosa dell’ostilità antiebraica e alla sua permanenza nella nostra contemporaneità. Che sia l’antigiudaismo cristiano (radice dell’antisemitismo moderno per lo meno nella costruzione del linguaggio) o che sia l’antiebraismo islamico (che si è radicalizzato nell’ultimo secolo nei nuovi movimenti fondamentalisti islamisti, in particolare quelli vicini ai fratelli musulmani ma anche nel mondo sciita), l’assenza di questi elementi è molto visibile e a mio parere totalmente ingiustificata.

Resto tuttavia convinto dell’utilità di strumenti come quello pubblicato a Gerusalemme, così come di altri tentativi di definizione che negli anni passati non hanno avuto il rilievo mediatico che avrebbero meritato.