27 Maggio 2026

Di Segni, consigliere del municipio XI di Roma: “Unar e Roma Capitale verifichino possibile discriminazione nei confronti di cittadini ebrei LGBTQ+”

Le associazioni ebraiche LGBTQ+ vengono escluse dal Roma Pride. Di Segni, Presidente della commissione politiche sociali del Municipio XI di Roma, scrive agli uffici anti-discriminazione. I libdem appoggiano l’iniziativa della ex consigliera dem romana.

“Una vicenda che, ove confermata nei termini appresi pubblicamente, appare di estrema gravità sul piano civile, istituzionale e democratico”. Così Fabiana Di Segni, consigliera del Municipio XI di Roma, definisce – in una lettera rivolta all’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali e allo Sportello Antidiscriminazione del Dipartimento Pari Opportunità di Roma Capitale – definisce il fatto che “Keshet Italia, organizzazione composta da persone ebree LGBTQ+, sarebbe stata esclusa dalla partecipazione alla parata del Roma Pride. Tale esclusione, secondo quanto riportato, sarebbe collegata alla mancata sottoscrizione di una presa di posizione politica relativa al governo israeliano”.

Alle parole della consigliera Di Segni si associa il Partito Liberaldemocratico. “Il Pld ha sempre contrastato con fermezza ogni forma di antisemitismo, discriminazione e intolleranza, ovunque si manifestino e qualunque forma assumano. Se quanto emerso in merito all’esclusione di Keshet Italia dal Roma Pride fosse confermato, ci troveremmo davanti a un fatto grave e profondamente contrario alla cultura dei diritti e delle libertà individuali. Un Pride nasce per combattere discriminazioni, esclusioni e stigmatizzazioni. Per questo perderebbe il proprio significato più autentico se diventasse esso stesso strumento di esclusione nei confronti di una minoranza, sottoposta a condizioni politiche o identitarie richieste soltanto in quanto ebraica”.

“Ritengo – spiega Di Segni – necessario evidenziare un punto centrale: Keshet Italia non rappresenta il governo israeliano, non rappresenta l’esercito israeliano, non rappresenta alcuna istituzione statale. È una realtà associativa composta da persone LGBTQ+ ebree, molte delle quali italiane, che chiedono di poter partecipare a una manifestazione nata storicamente per affermare diritti, visibilità, dignità e protezione contro ogni forma di discriminazione“.

Roma Pride, Di Segni: “Chiedere dichiarazione politica è disparità trattamento”

“Chiedere – aggiunge – a cittadini ebrei LGBTQ+ una dichiarazione politica come condizione per poter sfilare significa introdurre un criterio selettivo che rischia di colpire non una posizione politica, ma un’appartenenza identitaria, religiosa, culturale e comunitaria. Ciò appare tanto più grave perché non risulta che analoghe richieste di dissociazione politica vengano rivolte ad altri gruppi, associazioni o comunità partecipanti al Pride in relazione ai governi, ai regimi o ai sistemi giuridici dei Paesi con cui essi possono avere legami culturali, religiosi o identitari. Ne deriva una disparità di trattamento che, se confermata, configurerebbe un precedente estremamente pericoloso: una minoranza LGBTQ+ verrebbe ammessa o esclusa non sulla base del rispetto dei valori della manifestazione, ma sulla base di una condizione politica supplementare richiesta soltanto in quanto ebraica”.

“Questa non è inclusione, non è tutela delle minoranze, non è lotta alla discriminazione. È, al contrario, il rischio concreto che uno spazio nato per difendere le persone vulnerabili diventi esso stesso luogo di esclusione, selezione e stigmatizzazione”, sottolinea Di Segni.

“No a esame di legittimità”

Nel chiedere, agli uffici cui la lettera è rivolta, una verifica dei fatti, e di valutare se tale condotta possa integrare una forma di discriminazione diretta o indiretta fondata sull’appartenenza ebraica, sull’identità LGBTQ+ o sulla combinazione di entrambe, Di Segni conclude osservando che “Il Pride non può diventare un luogo nel quale alcune minoranze vengono accolte e altre vengono sottoposte a un esame di legittimità. I diritti, per essere tali, devono valere per tutti. Non possono dipendere dalla simpatia politica del momento, né dalla pressione della piazza, né da una gerarchia selettiva delle vittime. La lotta contro l’omofobia, la transfobia, il razzismo e l’antisemitismo deve restare indivisibile. Nel momento in cui si accetta che una minoranza venga esclusa perché ebraica, o perché non sufficientemente dissociata da uno Stato o da un governo, si tradisce il fondamento stesso della cultura dei diritti”.

“Nessuna persona LGBTQ+ dovrebbe essere chiamata a giustificare, rinnegare o sottoporre a verifica la propria identità religiosa, culturale o comunitaria per poter partecipare a una manifestazione che rivendica uguaglianza e dignità. La difesa dei diritti non può essere selettiva. La lotta contro omofobia, transfobia, razzismo e antisemitismo resta indivisibile. Perché quando si accetta che una minoranza possa essere esclusa in base alla propria appartenenza identitaria, si indebolisce il fondamento stesso di ogni società libera e democratica”, conclude il Partito Liberaldemocratico.

 

Fonte della foto: Keshet