Fonte:
moked.it
L’antisemitismo oggi è sociale
Barbari. Non saprei in quale altro modo definire persone che si identificano in uno striscione dove è scritto “7 ottobre giornata della resistenza palestinese”. O che coniano slogan quali “La fine del genocidio è la fine del sionismo”, versione riveduta dell’analogo “Palestina libera dal fiume val mare”. Queste e altre terribili amenità si leggevano e si urlavano nei cortei propal ripresi con durezza in mezza Italia proprio in coincidenza col terzo anniversario del pogrom di Hamas. Gesti di barbarie fanatica, come le danze e i canti in piazza Vittorio a Torino intorno al rogo dei pupazzi di Trump e Netanyahu: un’estasi collettiva di sapore medievale, inquisitoriale. Istantanee di follia e degenerazione, purtroppo accettate da cronisti che parlano di “manifestazioni pacifiche” e in fondo si identificano in un odio di massa considerato quasi legittima sacrosanta indignazione popolare.
Fermiamoci un momento a riflettere. Chi equipara il 7 ottobre di Hamas alla Lotta di Liberazione sostiene che la Resistenza, l’opposizione a un presunto occupante possa essere realizzata con l’uccisione di intere famiglie innocenti – di genitori di fronte ai figli e di figli davanti ai genitori -, con stupri selvaggi seguiti da omicidi efferati, con smembramenti di corpi, con assassinii di massa nei confronti di giovani riuniti per ballare e cantare, con lo sterminio di persone in cerca di salvezza nei rifugi, con il rapimento – la detenzione in schiavitù – l’uccisione di centinaia di ostaggi di ogni età, dagli ultraottantenni ai bambini di pochi mesi. Questo sarebbe il loro modo di opporsi a una supposta oppressione. Questo l’eroismo (!) degno di esaltazione, immedesimandosi nel quale migliaia di giovani e meno giovani poveri di spirito sfilano e si scagliano contro un intero paese, contro un intero popolo (Israele e il mondo ebraico) nell’illusione di difendere i diritti di un altro popolo (i palestinesi di Gaza e non solo) calpestati in primis dai suoi stessi organismi di potere (Hamas e la Jihad Islamica Palestinese che reprimono con violenza ogni dissenso interno, ma anche l’Autorità Nazionale Palestinese, verticistica e corrotta). Chi centuplica e criminalizza gli eccessi di difesa israeliana inventandosi l’annichilente accusa di “genocidio” per distruggere l’immagine di Israele e della sua società, arrivando poi a sostenere che l’unico modo per andare oltre è annientare il sionismo cioè Israele stessa manifesta innanzitutto il proprio vuoto di conoscenza storica, sia riguardo al contenuto reale e alla storia del sionismo nelle sue molteplici espressioni, sia riguardo all’effettivo svolgimento dei fatti nelle vicende novecentesche della Palestina mandataria e della nascita di Israele dall’Yishuv. Dietro a questo, chi declina insieme genocidio e sionismo mira a ribaltare sulle vittime del genocidio per eccellenza l’accusa di essere divenute a loro volta carnefici, dando sfogo a un antisemitismo radicale prima represso, ora finalmente possibile e acclamato.
Le cronache recenti degli ennesimi cortei propal si aggiungono a molti altri episodi non più isolati di intolleranza verbale e anche fisica nei confronti di singoli cittadini ebrei; si accompagnano alla sequela di crociate anti-israeliane in forma di talk show televisivi, agli incessanti e velenosi articoli dei giornali di una sinistra ormai visceralmente filopalestinese e antiebraica schierata in netta maggioranza in opposizione a una legge contro l’antisemitismo (in paradossale contraddizione con i propri fondamenti); emergono in un sottobosco di social media anch’esso intessuto del più becero antiebraismo. Tutto, in sostanza, induce a delineare il quadro di un sostrato antisemita sempre più diffuso e ramificato: nei mass media, nello spazio pubblico, nei salotti buoni e “virtuosi”, tra la gente comune. La difficile posizione di Israele in guerra diviene l’accusa contro il suo governo, poi contro l’intero Stato canaglia; il dito puntato contro lo Stato “genocida” si sviluppa in calunnia contro il sionismo e l’ebraismo in quanto tali, e poi fatalmente in condanna pregiudiziale di tutti gli ebrei.
Per fortuna non è più (o non è ancora?) il tempo dell’antisemitismo istituzionale, delle leggi razziali anzi razziste. Sembra però essere il tempo, non meno allarmante, dell’antisemitismo sociale, della condivisione popolare antiebraica non in nome di fandonie pseudoscientifiche o di ideologie totalitarie ma di un falso umanitarismo che si dipinge integralmente democratico mentre svolge il ruolo di inconsistente schermo rispetto all’onda del fondamentalismo islamista in ascesa. I diritti umani invocati e protetti a senso unico (sì per Gaza, no o molto meno per Darfour, Sud Sudan, Yazidi, Uiguri e mille altri casi) favoriscono in realtà l’espansione di sette di riferimento del terrorismo quale tra le altre i Fratelli musulmani, che recentemente proprio i deputati europei di Pd, Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi Sinistra non hanno voluto inserire tra i gruppi messi al bando.
In questo clima, accusando Israele e gli ebrei, la società benpensante di oggi si sente “buona”, si erge a strenuo difensore dei diritti umani e di un diritto internazionale sempre più strumentalizzato per interessi di parte, fingendo di ignorare l’impotenza dell’Onu, il suo essere diventato ormai un baraccone istituzionale privo di democrazia e di libertà interne, un organismo di comodo nelle mani di blocchi di Stati coalizzati contro bersagli politici prestabiliti, bersagli tra i quali Israele occupa il posto d’onore.
L’antisemitismo sociale dei “buoni e virtuosi cittadini”, che certo rifiutano con sdegno di essere definiti antisemiti, è patologia oggi molto diffusa, nata nella nuova era che si è aperta dopo il 7 ottobre 2023. È molto difficile opporvisi, proprio perché mascherata da difesa dell’altro e dell’oppresso. È la nuova frontiera della lotta all’antisemitismo.
