28 Giugno 2026

Dario Calimani – anglista e docente di letteratura inglese – riflette sulla grande letteratura che contiene forme di antisemitismo

Cosa fare degli autori antisemiti? Risponde Dario Calimani

Una figlia quindicenne, i primi romanzi “per adulti”, e una domanda che dal contesto domestico contagia un interrogativo più ampio: che cosa succede quando la grande letteratura, quella che si continua a leggere e insegnare, contiene anche forme di antisemitismo? Sul Jewish Chronicle Druin Burch parte da una situazione familiare che rende il problema non eludibile per ragionare sulla questione, che non è “se” leggere o meno questi autori, ma “come” continuare a leggerli. Burch non propone esclusioni dal canone, né operazioni di pulizia retrospettiva: Dickens, Trollope e Roald Dahl restano parte della tradizione letteraria inglese anche quando includono rappresentazioni dell’ebreo oggi riconoscibili come stereotipi, semplificazioni, deformazioni. Il punto è capire che cosa significa tenerli dentro il nostro modo di trasmettere la letteratura.

Su questo nodo si inserisce la riflessione di Dario Calimani – anglista e docente di letteratura inglese, già professore ordinario all’Università Ca’ Foscari, Presidente della Comunità Ebraica di Venezia – che innanzitutto sposta il discorso sulla responsabilità del contesto in cui si legge. Il problema, osserva, è «avere sempre una guida sicura, una guida intelligente», perché «il problema non è tanto la lettura in sé, ma con chi si legge». E aggiunge subito una soglia critica che riguarda il canone stesso: «È chiaro che se noi eliminassimo ogni autore antisemita, anche solo vagamente, dalla storia della letteratura commetteremmo un crimine». Per Burch un esempio è praticamente inevitabile: Dickens e Fagin in Oliver Twist. Una figura entrata nell’immaginario collettivo come scorciatoia visiva del pregiudizio, la cui forza narrativa rende la struttura stereotipica anche più persistente proprio perché memorabile. Trollope sposta il problema su un piano meno immediato: figure come Ferdinand Lopez mostrano come l’ambiguità narrativa possa convivere con tratti che rientrano in una grammatica più ampia di rappresentazioni dell’ebreo nella letteratura vittoriana. Nel Novecento il quadro si complica: Irène Némirovsky, autrice ebrea, viene letta anche attraverso alcune rappresentazioni giudicate stereotipate, che mettono in crisi la distinzione netta tra autore e oggetto del pregiudizio fino a una possibile interiorizzazione che passa attraverso la scrittura stessa. E poi Céline, frattura esplicita e non ricomponibile: da un lato la potenza formale della prosa, dall’altro gli scritti antisemiti, diretti, non mediati, che non possono essere separati con un gesto interpretativo pulito. La contraddizione non è risolvibile. In questo contesto Calimani introduce il nodo centrale del suo ragionamento: «Mi sono occupato, anche con un certo senso di colpa, di T. S. Eliot: può imbarazzare quando si leggono certe cose e si tenta di giustificarle a se stessi perché resta comunque un grande poeta. Non ho code di paglia, sono troppo vecchio, e mi sono occupato volutamente anche di autori antisemiti o problematici come Eliot e Yeats in parte». Il problema riguarda il lettore stesso: «È difficile, perché non si tratta soltanto di mettere alla prova il testo, ma anche di mettere alla prova se stessi come lettori: fino a che punto si può accettare l’antisemitismo presente in un testo?». Ma, aggiunge, «è possibile distinguere tra antisemitismo del testo e antisemitismo dell’autore, due cose che non necessariamente coincidono». Il punto, osserva Calimani, è che questa distinzione non è mai neutra: «Può essere una componente inserita nel testo per provocare una reazione nel lettore ma diventa problematico parlarne, se non si tiene conto della distinzione». Ed è proprio nella pratica della lettura che, secondo Calimani, si misura il problema: «Questo atteggiamento aiuta a diventare lettori critici, a non accettare necessariamente il testo per quello che la sua superficie suggerisce; è ciò che ho tentato di fare con Shakespeare, sondando il testo in tutte le sue pieghe, leggendolo diversamente non per difenderlo ma per accettarlo per quello che è».

Le contraddizioni

La questione si sposta allora sullo statuto stesso delle contraddizioni: «La domanda è se hai visto tutto, se hai voluto vedere tutto, e se di fronte alle contraddizioni sei in grado di misurarti e di venirne a capo, testando il testo per vedere se si risolvono o restano aperte. È più facile parlare di Shylock che di Eliot, perché in Shylock c’è una voce antisemita evidente ma anche una voce che la contraddice, e resta aperta la domanda su quale delle due prevalga». La conseguenza è metodologica: «Servono contesto, struttura, strumenti critici e capacità interpretative per provare a venirne a capo, e quando ci sono contraddizioni la cosa più onesta è accettarle, perché appartengono all’altro ma sono anche inevitabilmente fra noi e l’altro». Il problema non si risolve nemmeno sul piano morale della lettura: «Quando si legge ci si dispone sempre pro o contro, e anche questa è una contraddizione che si deve confrontare con le contraddizioni del testo. Ma non si può eliminare un autore perché ha un personaggio antisemita o una linea antisemita». Sul caso Céline le cose si complicano: «Se si prende Céline si può dire “mi fa schifo”, si può anche riconoscere che in larga parte credeva a ciò che scriveva, ma il romanzo resta un capolavoro indipendentemente da questo. Prendiamo Dante, anche se siamo su un altro livello: se fosse antisemita… lo si cancella? E se Joyce fosse stato antisemita e avesse voluto dipingere Bloom come un personaggio disdicevole, schifoso, da disprezzare, che cosa faremmo? Cancelliamo l’Ulisse? Ma come possiamo pensare oggi al romanzo senza l’Ulisse? Certo, è stato difficile per me parlare di T. S. Eliot, che anche negli scritti privati ha lasciato battute antisemite, ma non è possibile cancellarlo, non è possibile non tenerne conto, non si può oggi leggere poesia fingendo che non sia esistito». La conseguenza è anche editoriale, per Calimani ogni testo problematico ha bisogno di una lettura critica, servono una buona introduzione e una guida intelligente ma, spiega, è l’unico modo per non cancellare la letteratura. La questione è spinosa e diventa culturale, oltre a riguardare la politica della lettura perché, aggiunge ancora: «Non si può obbligare tutti a leggere attraverso un unico commento né assumere automaticamente una visione ideologica del testo. E del resto non possiamo cancellare gli antisemiti dal mondo».

Visioni diverse

Il punto per Calimani si sposta allora sulla coabitazione delle visioni: «Abbiamo una nostra visione perché siamo ebrei, e quella dell’altro può non piacerci ma esiste. Bisogna riuscire a venire a patti con le contraddizioni, nostre e dell’altro, e farle emergere, perché non si può cancellare la storia. Certe letture diventano un invito ad accettare la complessità e a ribellarsi all’idea che la vita e la verità siano superficiali. Bisogna lottare contro se stessi come lettori, non cedere al facile, al certo, al superficiale, perché quella è la via più semplice ma lascia sempre un’interrogazione aperta». Resta aperto un punto, importante: serve anche distinguere tra scritti di antisemiti che non sono necessariamente antisemiti, negli scritti, e invece scritti di antisemiti che sono veicoli di antisemitismo. Restano molte domande, e Calimani conclude: «È possibile censurare? La mia libertà presuppone necessariamente la libertà dell’altro, e la mia possibilità di dire la mia mezza verità presuppone la possibilità dell’altro di dire la sua mezza verità, che per me può essere una non verità. Ma che fare? È possibile tacitare una voce? È possibile tacitare la malvagità? Possiamo sopprimerla sopprimendo chi la rappresenta? Non siamo riusciti a sopprimere i Protocolli dei Savi Anziani di Sion e il Mein Kampf. Non si sopprimono i libri così come non si sopprimono gli uomini. Dobbiamo attendere che facciano del male in modo definitivo per poterli poi condannare e isolare dalla collettività, quando ormai è troppo tardi per evitare le conseguenze del pensiero “malato”, portatore di odio e portatore di azioni malvagie. Non possiamo che accettare, attendere, subire. Possiamo sì opporci, controbattere, contestare, lottare, criticare ed esprimere i nostri giudizi, ma ben poco di più. Purtroppo, affermando il diritto del malvagio affermiamo anche la nostra libertà. È la condizione dell’essere umano».

(Nell’immagine, Shylock dopo il processo di John Gilbert, fine Ottocento)