6 Ottobre 2026

Daniele Scalise commenta l’adozione della mozione “antisionista” da parte dei Verdi britannici

Fonte:

www.setteottobre.com

Autore:

Daniele Scalise

Quando la sinistra decide che Israele non deve esistere
I Verdi britannici dichiarano il sionismo una forma di razzismo e cancellano Israele dal futuro che immaginano. Se questa è la sinistra che avanza, si capisce perché tanti abbiano smesso persino di guardarla

Bisognerà ricordarseli, questi giorni. E bisognerà ricordare i nomi, le parole, i voti. Perché verrà un tempo in cui qualcuno proverà a spiegare che si trattava soltanto di solidarietà con i palestinesi, di opposizione al governo israeliano, di indignazione per Gaza. Sarà bene allora avere conservato i documenti.

Domenica 4 ottobre, al congresso di Brighton, il Green Party of England and Wales ha approvato con il 56 per cento dei voti contro il 44 una mozione che definisce il sionismo una forma di razzismo. Hanno votato 1.835 iscritti su oltre 200 mila. Da oggi questa posizione è politica ufficiale del partito. La mozione sostiene inoltre la nascita di «un unico Stato democratico in tutta la Palestina storica». E Israele, voilà, scompare. Naturalmente ci assicurano che in questo futuro Stato tutti avrebbero uguali diritti, ebrei compresi. È la vecchia meraviglia delle formule politiche: prima si cancella uno Stato esistente, poi si tranquillizzano i suoi abitanti spiegando loro che potranno continuare a vivere sotto qualcos’altro.

Il presidente dei Verdi Zack Polanski, ebreo e antisionista, non ha partecipato al voto. Interrogato esplicitamente sul diritto di Israele a esistere, ha preferito rispondere che sono gli esseri umani ad avere diritto all’esistenza. Israeliani e palestinesi, ha detto, hanno diritto a esistere; non spetta ai partiti politici difendere il diritto all’esistenza degli Stati. Nel partito, per fortuna, qualcuno ha capito perfettamente dove si stava andando: dirigenti ed ex dirigenti, tra i quali Caroline Lucas, Carla Denyer e Adrian Ramsay, hanno contestato la mozione.

Poi c’è un particolare che sembra scritto da un autore satirico particolarmente crudele. Durante il congresso di Brighton gli organizzatori hanno predisposto una «safe room», una stanza protetta, per gli iscritti ebrei che si fossero sentiti minacciati. Un esponente ebreo del partito ha spiegato di esserne membro da anni e di non avere mai visto gli ebrei verdi costretti ad affrontare una situazione del genere.

Fermiamoci un momento sull’immagine. Un partito progressista, antirazzista, paladino delle minoranze, approva una mozione che dichiara razzista il movimento nazionale ebraico e, contemporaneamente, prepara una stanza dove mettere al sicuro gli ebrei. Difficile trovare una rappresentazione più perfetta del punto a cui siamo arrivati. Se questa è la direzione verso cui si muove una parte della sinistra verde, radicale e cosiddetta progressista europea e occidentale, c’è poco da stupirsi se un numero crescente di persone si rifiuta ormai persino di voltarsi a guardarla.

Per decenni la sinistra ha rivendicato per sé il vocabolario dei diritti, delle minoranze, dell’autodeterminazione dei popoli, della lotta contro il razzismo. Poi è arrivato Israele. E improvvisamente l’autodeterminazione ha incontrato un’eccezione. C’è un popolo al quale si può spiegare che il suo movimento nazionale è intrinsecamente razzista. C’è uno Stato membro delle Nazioni Unite del quale si può serenamente progettare la scomparsa. Guarda caso, sono il popolo ebraico e lo Stato degli ebrei.

Chiamatelo pure progressismo, se vi fa sentire meglio. Io faccio molta fatica. Il sionismo può essere discusso, criticato, attraversato nelle sue molte anime, perché di anime ne ha molte. Ma non nella sua essenza, sorry. Israele può essere governato bene o male, e i suoi governi possono essere contestati con tutta la durezza possibile. È ciò che fanno ogni giorno milioni di israeliani. Trasformare invece il diritto degli ebrei all’autodeterminazione nazionale in una forma di razzismo significa compiere un salto completamente diverso. E qui appare qualcosa di antico sotto abiti molto moderni che però puzzano di muffa.

L’antisemitismo ha avuto nei secoli una formidabile capacità di cambiare lessico. L’ebreo è stato accusato di essere troppo diverso e troppo assimilato, cosmopolita e nazionalista, capitalista e bolscevico. Oggi può diventare colpevole persino quando rivendica ciò che il progressismo considera sacrosanto per gli altri: il diritto di un popolo a determinare il proprio destino.
La cosa più impressionante è l’assoluta sicurezza morale con cui tutto questo viene proclamato. Sono antirazzisti mentre dichiarano razzista il movimento nazionale degli ebrei. Sono difensori delle minoranze mentre preparano una stanza protetta per gli ebrei del loro stesso partito. Sono custodi della diversità mentre stabiliscono quale identità ebraica sia politicamente accettabile e quale debba essere sottoposta a rieducazione. La storia, però, ha una memoria più lunga dei congressi di partito.

L’assurda e violenta negazione del diritto di Israele a esistere resterà attaccata a chi l’ha sottoscritta. Li marchierà a vita. Potranno cambiare parole, precisare, contestualizzare, raccontare un giorno che intendevano altro. I documenti resteranno e resterà soprattutto una domanda semplicissima: come è stato possibile che persone autoproclamatesi progressiste, antirazziste, custodi dei diritti delle minoranze siano arrivate, ottant’anni dopo la Shoah, a considerare moralmente accettabile l’idea che proprio lo Stato degli ebrei sia quello di troppo? Forse la risposta è ancora più sgradevole della domanda. Certe idee del passato non sono morte affatto. Hanno soltanto imparato un nuovo vocabolario.