16 Settembre 2026

Cardinale Koch: impossibile essere discepoli di Cristo e, al contempo, antisemiti

Intervista al cardinale prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani su “Un cammino di speranza”, la nota a sessant’anni dopo la dichiarazione conciliare Nostra aetate

Quanto è importante per la fede cristiana la coscienza delle radici ebraiche? Quanto cammino va ancora fatto perché queste vengano riscoperte?

«Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo». Con tali parole inizia l’articolo 4 di Nostra aetate; esso mette così in evidenza che il rapporto con il popolo di Israele, il popolo dell’Alleanza, è parte integrante dell’auto-concezione della Chiesa cattolica, la quale non potrebbe comprendere sé stessa senza un riferimento all’ebraismo. Pertanto, Nostra aetate richiama le radici ebraiche della fede cristiana e parla di un «patrimonio spirituale comune» di ebrei e cristiani. Questo patrimonio deve essere ricordato e mantenuto vivo anche oggi nella catechesi e nell’annuncio del Vangelo. A ciò potrà contribuire in modo essenziale l’approfondimento dell’intima unità tra Antico e Nuovo Testamento nel pensiero cristiano e nella liturgia della Chiesa.

La Nota riconosce che “conflitti che negli ultimi anni sono divampati in Medio Oriente hanno lasciato il loro segno anche sul dialogo ebraico-cristiano. Molti ponti di comunicazione hanno vacillato…”. Come far sì che la condanna di quanto avvenuto e avviene nei Territori palestinesi non offuschi l’amicizia e il dialogo con gli ebrei?

Molti cristiani si trovano in una dolorosa tensione tra il loro legame con il popolo ebraico e obbligo etico verso chi soffre a Gaza, soprattutto tra le vittime civili. Dobbiamo parlare onestamente gli uni con gli altri di questa nuova situazione. Perché è proprio in situazioni come queste che è essenziale non lasciare che il dialogo si interrompa, come ha sottolineato Papa Leone XIV: «Anche in questi tempi difficili, segnati da conflitti e malintesi, è necessario continuare con slancio questo nostro dialogo così prezioso». La Chiesa riconosce dunque il suo obbligo di operare a favore della pace sia per il popolo israeliano che per il popolo palestinese. La Santa Sede è sempre stata convinta che solo la creazione di due Stati possa portare la pace in Medio Oriente.

L’antisemitismo cresce nel mondo. Qual è il compito dei cristiani di fronte a questo fenomeno, a partire dagli insegnamenti di Nostra aetate?

Non si può essere un buon membro della famiglia se non si apprezza e non si ama la propria madre. L’ebraismo è la terra madre da cui è germogliato il cristianesimo. Il Concilio condanna quindi l’antisemitismo non solo per ragioni politiche, ma anche spinto da «religiosa carità evangelica». Ciò significa che è impossibile essere discepoli di Gesù Cristo e, allo stesso tempo, antisemiti. Tutti i pontefici che si sono susseguiti dal Concilio Vaticano Secondo in poi lo hanno ribadito con grande convinzione, e Papa Leone XIV lo ha sottolineato ancora una volta.