17 Settembre 2026

Rav Haim Fabrizio Cipriani commenta le aggressioni contro i rabbini

Fonte:

Facebook

Autore:

Haim Fabrizio Cipriani

AGGRESSIONI
Care e cari,
Dopo l’aggressione del collega rabbino milanese a cui va tutta la mia solidarietà ed empatia (grazie ai molti fra voi che mi hanno scritto inquieti temendo si trattasse di me), mi sembra opportuno semplicemente copiare qui quanto pubblicai il 30 novembre 2023 immediatamente dopo la mia prima aggressione (oggi si tiene peraltro la terza udienza per il processo), a cui molte altre sono seguite, per strada, in treno, in aereo, nei negozi, in Italia come all’estero. Come scrivevo ancora ieri, ne calcolo circa due a settimana, la maggior parte solo verbali di cui l’ultima, con violenti insulti per strada in luogo affollato, ha avuto luogo sabato pomeriggio scorso. Ma ho smesso di denunciare e sabato, anche se avevo la polizia in vista a circa 50 metri, ho ribattuto all’insulto e me ne sono andato. D’altronde, come il mio aggressore diceva in ottimo italiano “denunce ne ho decine, puoi evitare di chiamare la polizia”
Ecco quanto scrissi nel 2023, mi sembra ancora valido:
La spinosa questione del portare o meno la Kippà, che come per molte aggressioni è stata il trigger del mio assalitore, è tornata moltissimo in questi giorni, con numerosissimi inviti, specie da parte ebraica, a evitare di farlo. Al di là dell’evidente rispetto dovuto a ogni tipo di scelta individuale al riguardo, è mio dovere in quanto rabbino e quindi insegnante di chiarire un paio di concetti. L’ebraismo costituisce in buona parte un progetto di crescita individuale e collettiva, che da un gruppo ristretto si estende all’umanità intera. Al centro di questo progetto vi è il riconoscimento di ogni essere umano come portatore di una impronta divina, concetto questo poi ripreso da altre culture ma di cui la cultura ebraica detiene il Copyright esclusivo. Questa idea implica anche che ogni individuo e gruppo abbia diritto a essere semplicemente ciò che è, e che in nessun caso questo debba essere impedito o limitato, al di là naturalmente di situazioni in questo lederebbe l’integrità altrui. Si tratta quindi di diritto alla propria specificità e differenza, mirabilmente esposto in questa frase tratta dai Profeti: “Perchè tutti i popoli andranno, ognuno nel nome del suo Elohim. E noi andremo nel nome di YHWH, nostro Elohim, per i secoli dei secoli.” (Michea 4:1-5).
Come in ogni processo vi sono tensioni tra diversi elementi che talvolta possono entrare in conflitto. In questo caso il conflitto è fra l’evidente necessità di autoprotezione e il messaggio comunicato nascondendo la propria identità, per esempio coprendo una Kippà o non portandola. È evidente che le conseguenze dell’assumere un atteggiamento di basso profilo per timore sminuisce la propria autopercezione ai propri occhi e agli occhi altrui. Come già ebbi modo di dire sarebbe auspicabile che, analogamente a quanto fece il Re di Danimarca durante l’occupazione nazista con la stella gialla, fossero i nostri amministratori a portare la Kippà e a chiedere a tutta la cittadinanza di farlo, quantomeno per un certo tempo o con una certa regolarità. Sarebbe un messaggio fortissimo e, anche se è un’idea utopica, lo riterrei oggi dovuto, come forma di reale condanna dell’antisemitismo che sta esplodendo ovunque. Non potendo contare su questo, effettivamente la condizione di chi si mostra in quanto ebreo è di grande fragilità, ma continuo a pensare che nella serena affermazione della propria identità vi sia una fondamentale difesa dei valori della nostra società, che tutti (o quasi) vorrebbero rispettosa e aperta. L’ebraismo da sempre lotta per il riconoscimento del diritto alla differenza, di ogni differenza, e ritengo che ogni membro, o anche solo simpatizzante, di questo popolo, dovrebbe avere il coraggio di affermare tale diritto anche attraverso questo tipo di gesti. L’alternativa è quella di cedere alla paura, che a mio avviso non è mai una buona scelta.
[…] A forza di ripetere slogan di disprezzo urlati nelle piazze e in altre forme di comunicazione, chiunque si sente oggi autorizzato a usare quegli slogan, anche brandendo un’arma, contro il primo ebreo che vede per strada, come è accaduto a me. Ci troviamo davanti a un nuovo “insegnamento del disprezzo” (termine che lo storico Jules Isaac coniò per descrivere le radici cristiane dell’antisemitismo europeo) che dalla base religiosa si sposta su un’asse politico-sociale ma ha lo stesso scopo e natura, oltre a far leva anche sul forte senso di colpa europeo riguardo alla Shoah, che l’attuale situazione permette di ribaltare. Purtroppo quando le istituzioni comprenderanno il danno di questo insegnamento del disprezzo che si lascia sfogare con la foglia di fico della liberta di espressione, sarà sempre troppo tardi.
Speriamo, preghiamo e agiamo per tempi migliori.
A quanto scrissi aggiungo solo che dopo trent’anni di aggressioni (per quanto mi riguarda personalmente), questa escalation lascia il tempo che trova. Non ci faremo intimidire, quale che sia il costo. Perché il valore della libertà è superiore a qualsiasi altra cosa, e se i nostri governanti non lo capiscono, sono semplicemente indegni di essere in quella posizione.
AGGIORNAMENTO
Intanto, stamane c’è stata la terza udienza per una delle mie aggressioni con l’aggravante dell’odio razziale.
Il Giudice ha condannato l’imputato a un mese e dieci giorni di reclusione.
Gli ha riconosciuto le attenuanti generiche e non ha applicato la recidiva.
Inoltre, il sequestro è stato convertito in confisca definitiva e l’imputato è stato condannato a pagare le spese processuali.
Per uno che mi ha aggredito col cacciavite urlando slogan abtiebraici.
Il che mi ricorda perché ho smesso di denunciare