2 Luglio 2026

Rav Roberto Della Rocca commenta i 1000 giorni dal 7 ottobre

1000 giorni. L’emarginazione della cultura ebraica dal dibattito pubblico
Dopo il 7 ottobre, la progressiva esclusione delle voci ebraiche dagli spazi culturali rivela una crisi del pluralismo che impoverisce il confronto democratico e riduce una tradizione millenaria a semplice oggetto del conflitto politico

L’Italia ama raccontarsi come la patria del pluralismo culturale. Lo testimonia la straordinaria diffusione di festival, rassegne e incontri dedicati ai grandi temi del nostro tempo: identità, memoria, diritti, religioni, democrazia, convivenza. In questi luoghi si celebrano il confronto tra idee e la ricchezza delle differenze, evocando spesso le radici ebraico-cristiane dell’Europa come fondamento della civiltà occidentale. Proprio per questo sorprende una presenza sempre più rarefatta: quella della cultura ebraica come protagonista del dibattito pubblico. La progressiva diminuzione di studiosi e relatori appartenenti al mondo ebraico, ad eccezione di quelli organici all’attuale mainstream dominante, non rappresenta un dato episodico, ma rivela un fenomeno di portata ben più ampia.

Lo stesso andamento sembra riscontrarsi anche nel panorama dell’informazione nazionale, dove le voci ebraiche trovano oggi uno spazio sempre più limitato sulle pagine dei quotidiani, delle principali riviste culturali e nelle trasmissioni e nei dibattiti televisivi e radiofonici. Una progressiva emarginazione che impoverisce il pluralismo del dibattito pubblico e riduce la possibilità di confrontarsi con prospettive diverse all’interno della stessa tradizione ebraica.

Dopo il 7 ottobre 2023, accanto alla legittima discussione sulle scelte politiche dello Stato d’Israele, sembra essersi progressivamente affermata una forma di diffidenza verso l’ebraismo in quanto tradizione culturale. Come se una delle più antiche matrici della civiltà europea fosse improvvisamente diventata un interlocutore problematico, da osservare con sospetto più che da ascoltare. È un passaggio che merita attenzione perché riguarda la qualità stessa del nostro spazio pubblico. Una democrazia matura distingue sempre tra il giudizio sulle decisioni di un governo e il valore di una tradizione culturale. Quando questa distinzione si attenua, il dibattito perde profondità e la critica rischia di trasformarsi in una rappresentazione essenzialista, nella quale una cultura viene identificata con un conflitto, una religione con una politica, una storia millenaria con la cronaca del presente.

Il fenomeno appare ancora più sorprendente se si considera che l’ebraismo costituisce da oltre duemila anni una componente organica della storia italiana. La presenza ebraica ha attraversato imperi, comuni, stati regionali e Italia unita, contribuendo alla costruzione della cultura nazionale senza mai rinunciare alla propria specificità. La sua vicenda storica dimostra che identità e apertura non sono termini incompatibili. Al contrario, una delle caratteristiche più originali della tradizione ebraica è stata proprio la capacità di confrontarsi con il mondo circostante, accogliendone linguaggi, strumenti e categorie senza dissolvere il proprio patrimonio. Assimilare senza assimilarsi: una formula che racchiude una delle esperienze interculturali più feconde della storia europea. Non è un caso che la stessa tradizione biblica proponga una riflessione permanente sul valore della pluralità. Il racconto della Torre di Babele non rappresenta semplicemente la dispersione delle lingue, ma il fallimento di ogni progetto fondato sull’uniformità assoluta. L’ebraismo rabbinico svilupperà questa intuizione trasformando il dissenso in metodo di conoscenza.

Il Talmud è forse il più straordinario monumento della cultura del confronto: un’opera costruita attraverso discussioni, interpretazioni divergenti, opinioni conservate anche quando risultano minoritarie. La verità non nasce dall’eliminazione delle differenze, ma dalla loro continua elaborazione. Questa eredità culturale sembra oggi spesso ignorata. Sempre più frequentemente testi biblici vengono estrapolati dal loro contesto storico e interpretativo per sostenere tesi politiche contemporanee, riproponendo immagini stereotipate dell’ebraismo che la ricerca storica e filologica aveva da tempo superato.

Colpisce soprattutto che tale atteggiamento emerga anche in ambienti che si definiscono laici e progressisti. Una cultura autenticamente laica dovrebbe infatti invitare allo studio delle fonti, alla conoscenza della storia, alla complessità delle interpretazioni, non alla semplificazione ideologica.

Anche il mondo accademico riflette, almeno in parte, questa marginalità. Gli studi ebraici occupano ancora uno spazio limitato nel panorama universitario italiano e raramente trovano una collocazione proporzionata al loro peso nella formazione della cultura europea. L’ebraismo continua spesso a essere percepito prevalentemente come fenomeno confessionale, mentre la sua dimensione filosofica, giuridica, letteraria ed ermeneutica rimane poco conosciuta al di fuori degli ambiti specialistici.

Eppure le domande che attraversano la tradizione ebraica coincidono con alcune delle grandi questioni del nostro tempo: come conciliare identità e universalismo? Come custodire la memoria senza trasformarla in nostalgia? Come riconoscere il valore delle differenze senza costruire gerarchie tra le culture? Sono interrogativi che attraversano l’intera modernità e che l’ebraismo affronta da secoli con strumenti intellettuali di straordinaria ricchezza.

Forse il vero banco di prova del pluralismo contemporaneo consiste proprio qui. Non nel celebrare astrattamente la diversità, ma nel riconoscere piena cittadinanza culturale anche alle tradizioni che, in determinati momenti storici, possono apparire scomode o controcorrente. Una cultura vive infatti soltanto quando può raccontarsi con la propria voce, senza essere ridotta alla rappresentazione che altri costruiscono di essa.

L’ebraismo non è una reliquia conservata nei musei della memoria né una semplice testimonianza del passato europeo. È una tradizione viva, capace ancora oggi di interrogare criticamente il presente, di alimentare il dialogo tra culture e di ricordare che il progresso non nasce dall’omologazione, ma dall’incontro tra differenze che si riconoscono reciprocamente. Restituire alla cultura ebraica uno spazio pieno nel dibattito pubblico non significa compiere un gesto di cortesia verso una minoranza. Significa, più semplicemente, restituire complessità alla nostra stessa idea di cultura.

Rav Roberto Della Rocca
Rabbino e direttore del dipartimento Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.