24 Giugno 2026

Sergio Della Pergola analizza la Jerusalem Declaration on Antisemitism (Jda)

Quando ti sputano e vogliono farti credere che è pioggia

La Jerusalem Declaration on Antisemitism (Jda), elaborata nel 2020 da un gruppo di ricercatori vicini all’Istituto Van Leer di Gerusalemme, definisce brevemente l’antisemitismo come «discriminazione, pregiudizio, ostilità, o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o contro istituzioni ebraiche in quanto ebraiche) e propone dieci indicatori di che cosa sia l’antisemitismo. Di questi: – uno riguarda la distruzione degli ebrei; tre riguardano l’eccessivo potere o l’estraneità degli ebrei nella società; – uno riguarda atteggiamenti negativi verso la Shoàh; – cinque riguardano la delegittimazione di Israele.

La definizione Jda si distingue da tutte le altre, a partire da quella della Ihra, perché, in aggiunta a una selezione di modalità antisemite, propone cinque modalità di ciò che non è antisemitismo. Tutte e cinque riguardano Israele, nessuna la Shoàh o gli ebrei in generale. Queste modalità sono: – sostenere la richiesta palestinese di giustizia e diritti umani; – criticare o opporsi al sionismo come una forma di nazionalismo; – criticare Israele come Stato, incluse le sue istituzioni e i suoi principi fondanti; – boicottaggio, disinvestimento e sanzione (Bds) contro Israele; – criticare Israele in modo che possa apparire come eccessivo o tendenzioso, o riflesso di “due pesi e due misure”.

Alcune di queste proposte della Jda – a parte il paternalismo di chi pretende di suggerire un pensiero omologato a chi dovrebbe essere in grado di esprimere un proprio giudizio indipendente – sono molto problematiche e contraddittorie. Sostenere che non sia antisemita criticare Israele come Stato, comprese le sue istituzioni e i suoi principi fondanti, contrasta con la percezione dominante tra l’88% degli ebrei europei – secondo gli studi della Fundamemtal Rights Agency (Fra) dell’Unione Europea – per cui è antisemita affermare che «il mondo sarebbe un posto migliore senza Israele». Sostenere come fa la Jda che il Bds non è antisemita contraddice la realtà empirica delle percezioni ebraiche contemporanee, dove l’82% degli ebrei europei ha valutato il boicottaggio di Israele e degli israeliani come antisemita. Né può essere accettabile il voler minimizzare il doppio standard del discorso politico e mediatico – per esempio applicato al conflitto coinvolgente Israele rispetto ad altri conflitti.

In questo contesto, si potrebbe anche voler riesaminare l’affermazione della Jda secondo cui l’antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o contro le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche, e si potrebbe aggiungere: contro Israele in quanto Stato ebraico. Che l’intenzione critica sia rivolta o meno all’ebraicità dell’ebreo (o dello Stato ebraico) e non semplicemente all’ebreo in quanto individuo (o a Israele in quanto paese), il risultato è certo: molte delle persone in questione si sentono chiamate in causa personalmente. Per la maggior parte degli ebrei comuni, un ebreo è un ebreo e non ha bisogno di essere un ebreo ebreo. O in altre parole, è sostenibile che l’antisemitismo esista solamente se trasforma un ebreo in un ebreo? Per quanto la cosa possa apparire paradossale, e a taluni esperti perfino sgradita, agli occhi della stragrande maggioranza degli osservatori ebrei, la definizione Jda include venature percepite come antisemite. La partizione e la rivalità osservabile fra i sostenitori della Ihra e della Jda, primariamente in campo accademico ma oggi anche in campo politico, rammenta da vicino un tifo da tribuna e ha poco a che fare con una disamina pacata, analitica e approfondita dei pregi e dei difetti rispettivi delle due definizioni che tenga conto delle esperienze e delle opinioni di un pubblico di ebrei in carne ed ossa. Ma è ancora più paradossale il fatto che, al di là delle differenti sottolineature delle definizioni rivali, tutte sono accomunate dal difetto di essere state formulate da giudici esterni che dalla loro torre d’avorio emettono un giudizio sulla base delle loro conoscenze, solitamente in buona fede, o addirittura in mala fede dagli stessi perpetratori.

Per comprendere meglio la natura dell’antisemitismo e le sue conseguenze perverse, è necessaria una base di giudizio molto più ampia rispetto alle opinioni circoscritte di piccoli gruppi selezionati di esperti – sia pure competenti, ma solitamente omogenei per formazione accademica, relazioni sociali, presupposti epistemici, e perfino interessi di corporazione e dipendenza nella filiera delle carriere accademiche. Spesso questi giudici non sono direttamente connessi o addirittura consapevoli rispetto alle esperienze, percezioni e preoccupazioni che costitiscono la realtà quotidiana in un ambiente sociale ebraico più ampio. Nella pratica attuale, gli esperti ci dicono: «Noi sappiamo cos’è l’antisemitismo. Gli ebrei pensano di saperlo». Questo atteggiamento paternalistico, nonostante tutte le buone intenzioni degli esperti, non può sostituire le persone direttamente coinvolte come vittime dell’antisemitismo. La reazione percettiva emotiva è una parte essenziale di ciò che rende l’antisemitismo una fenomenologia saliente, spiacevole e purtroppo quotidiana nella vita degli ebrei comuni, e le definizioni tipo la Jda – o perfino la legge – non possono ignorare questa realtà. Se era sputo o pioggia, lo sappiamo noi.

(Testo estratto dal libro di prossima pubblicazione: Antiebreismo: Riflessioni su “nuovo” e “vecchio” “antisemitismo”)