15 Giugno 2026

Daniele Scalise commenta il tentativo di discriminare lo scrittore israeliano Eskhol Nevo

Eshkol Nevo sotto processo per il reato di esistere
Dalla Puglia parte l’ennesima campagna contro uno scrittore israeliano. Tra i firmatari anche un arcivescovo

Alla fine Eshkol Nevo salirà sul palco oppure no e, a ben vedere, è l’aspetto meno interessante della vicenda. Ciò che merita attenzione è il meccanismo che si è messo in moto ancora una volta, con una precisione quasi rituale, ogni volta che sulla scena pubblica compare un israeliano che abbia l’imprudenza di continuare a esistere senza chiedere perdono.

Nevo non è un ministro. Non è un generale. Non è il portavoce di un governo. È uno dei maggiori scrittori israeliani contemporanei, tradotto in decine di lingue, letto in tutto il mondo, autore di romanzi che hanno raccontato le fragilità, le inquietudini e le contraddizioni della società israeliana con una sensibilità che gli stessi promotori dell’appello contro di lui si guardano bene dal contestare. Sarebbe difficile farlo, ed è per questo l’accusa si sposta altrove. Non riguarda i libri che scrive ma la persona che è. O, più precisamente, riguarda la sua insufficiente abiura.

L’appello contro la sua partecipazione al festival Il Libro Possibile rappresenta infatti qualcosa di più inquietante di una protesta politica. È l’ennesima manifestazione di una cultura che pretende dagli israeliani una sorta di certificato di innocenza preventiva. Non basta essere scrittori. Non basta essere critici verso il proprio governo. Non basta avere espresso dissenso. Occorre pronunciare le parole giuste, nella sequenza giusta, con l’enfasi giusta, davanti ai giudici autoproclamati della rispettabilità morale contemporanea e chi non supera l’esame viene collocato nella categoria dei reprobi.

Dopo il 7 ottobre questo meccanismo è diventato quasi automatico. Agli israeliani viene chiesto qualcosa che non viene chiesto a nessun altro popolo coinvolto in un conflitto. Devono dimostrare pubblicamente di meritare il diritto alla parola. Devono dissociarsi, autocriticarsi, prendere le distanze, esibire attestati di buona condotta ideologica. Ogni esitazione viene registrata e ogni sfumatura diventa una prova a carico.

La cosa più grottesca è che Eshkol Nevo appartiene a quell’universo culturale israeliano che per anni ha criticato Benjamin Netanyahu e numerose scelte dei governi israeliani. Chiunque abbia una sia pur vaga conoscenza della vita intellettuale e politica del Paese lo sa perfettamente. Eppure nemmeno questo basta. Perché il problema non è ciò che Nevo pensa. Il problema è che Nevo resta israeliano. E resta una voce ascoltata. E resta autorevole. In altre parole, continua a occupare uno spazio che qualcuno vorrebbe veder svuotato.

In questo contesto colpisce la firma dell’arcivescovo Franco Moscone. Colpisce perché aggiunge alla campagna una legittimazione morale che avrebbe meritato maggiore prudenza. Nessuno contesta a un vescovo il diritto di intervenire nel dibattito pubblico. Quel diritto appartiene a chiunque. Ciò che lascia perplessi (ma quali perplessi? Usiamo le parole giuste: disgustati) è la scelta di associarsi a un’iniziativa che, nei fatti, mira a delegittimare uno scrittore e a trasformare la sua presenza in un problema da risolvere.

Per decenni il cattolicesimo italiano ha preteso di rivendicare il valore del dialogo, dell’ascolto e dell’incontro persino nei momenti di maggiore tensione politica. Ha ricordato che le persone non coincidono mai interamente con gli Stati e con i governi ai quali appartengono. Ha sostenuto che la parola debba restare aperta soprattutto quando il clima si fa più acceso. Di fronte a uno scrittore israeliano, una parte di quella tradizione sembra improvvisamente evaporata.
Resta invece intatto il gusto antico dell’esclusione. Quel piacere severo e compiaciuto che accompagna sempre le campagne di scomunica civile. Cambiano le epoche, cambiano i bersagli, cambiano gli slogan, ma il meccanismo conserva qualcosa di terribilmente familiare. Si individua il colpevole, si costruisce il processo pubblico, si mobilita la folla e si misura il grado di purezza dell’imputato.

Sul fondo della scena riappaiono così le tricoteuses che a differenza di quello che facevano le loro sorelle della francesissima rivoluzione, non sferruzzano davanti a una lama che cade sul collo dei non allineati. Firmano appelli, rilanciano petizioni, compilano liste di proscrizione morale e osservano soddisfatte il proprio operato. Sono le nuove beghine dell’indignazione permanente. E sono anche uomini, naturalmente. Condividono la stessa convinzione: eliminare una voce equivale a migliorare il mondo.

La libertà, però, funziona diversamente. Uno scrittore non viene invitato a un festival perché supera un esame di ortodossia politica. Viene invitato perché scrive libri, perché porta idee, perché pone domande. Eshkol Nevo continua a fare esattamente questo.

Resta uno scrittore di valore, una voce essenziale della letteratura contemporanea. E resta israeliano. E resta ebreo. E’ probabilmente proprio questa combinazione a risultare insopportabile per chi pretende che il diritto di parola venga concesso soltanto a chi accetta di inginocchiarsi davanti al tribunale dell’opinione corretta. Le tricoteuses continueranno a sferruzzare. Lo hanno sempre fatto. Cambiano i nomi delle vittime designate, mai il piacere di assistere alla loro esposizione pubblica.