15 Giugno 2026

Riflessione di un pastore battista sull’antisemitismo post 7 ottobre

Fonte:

facebook

Autore:

Italo Benedetti

Cattivi maestri» e la civiltà del vero Dove ci sta portando l’antisemitismo Noterella civile sull’attuale opprimente clima

In italiano, l’espressione «cattivi maestri» pesa più che altrove, perché ci proviene direttamente dagli anni di piombo. Allora, il cattivo maestro era colui che aveva armato le menti senza armare le mani: il responsabile a distanza, mai presente sul luogo del delitto, eppure non innocente. È una figura che credevamo sepolta con quella stagione, e invece è riapparsa soltanto cambiata di mestiere e di mezzo. Conviene descriverla, questa figura, perché non si riconosce dalle sue opinioni — non è affatto un problema di opinioni — ma da ciò che tenta di fare in chi ascolta. Il cattivo maestro parla allo stanco. Gli allevia il compito di capire, gli dice quello che già vorrebbe sentirsi dire come verità; gli conferma quello che, intuitivamente, ha capito. Gli serve l’indignazione già pronta, nel cartone della pizza, da sfogare sul divano. Lo rimbocca come un bambino e lo lascia più sicuro di sé, non più esposto in prima persona. La sua certezza interiore non riguarda mai la verità di ciò che afferma, ma la necessità, la bontà e l’urgenza della causa per cui lavora; per questo esplode quando lo si contraddice. Non parla più dai pulpiti: il pulpito è personale, impegnativo, e ci sali da solo, assumendoti una responsabilità in proprio. No, scende amichevolmente dal pulpito per diventare «più vicino alla gente»; parla dagli schermi, dai microfoni, dalle colonne dei giornali, in una vicinanza rarefatta, da etere. Il suo modo più sottile di insultare l’intelligenza di chi lo segue, del resto, non è trattarlo dall’alto in basso: è lusingarlo, convincerlo che è lui il lucido, quello che ha capito, quello che vede giusto. Lo lascia persuaso di avere la mente ben affilata, e intanto gliel’ha addormentata. Tra i climi che costoro hanno fabbricato ce n’è uno che non voglio respirare, e della maggioranza che hanno costituito io non voglio far parte: quella di un nuovo antisemitismo teologico, culturale, politico, che ha smesso di chiamarsi col proprio nome. E lo dico subito, perché qui sta la mia posizione scomoda: non lo dico per lasciarmi le mani pulite, che sarebbe solo un altro modo di pensare a me stesso. Lo dico perché voglio rimanere nel vero, e il vero non è posseduto da nessuno, non è il monopolio di una parte. La verità è come una città in cui si abita, e l’autoinganno ne è il primo esilio. Però, esiste un metodo anche per difendere questo clima malato: quando affiora una verità scomoda — per esempio che un certo antisemitismo si annida anche tra i «giusti», e non solo nei soliti noti — non la si confuta nel merito, la si assegna all’avversario. «Lo dice la destra», e tanto basta a metterla in quarantena come merce nemica, senza doverla mai guardare in faccia. Ma confutare qualcosa in quanto detto dalla parte sbagliata non è confutarlo affatto: è soltanto cambiare discorso. E per un cristiano è doppiamente impossibile, perché — come diceva Tommaso — ogni verità, da chiunque sia pronunciata, viene dallo Spirito Santo. Rifiutarne una per il suo indirizzo terreno non è prudenza: è preferire la propria tribù al Dio del vero. Ed è qui che si vede dove tutto questo ci sta portando: verso un mondo in cui alla domanda «è vero?» si sostituisce stabilmente l’altra, «da che parte l’hai detto?», e in cui l’odio più antico torna rispettabile proprio perché nessuno riesce più a nominarlo senza essere subito schedato in una tribù. È l’uscita dalla civiltà del vero. Ma un clima non si combatte come si combatte una tesi. Non vive nelle idee, vive invece nell’aria che tutti hanno cominciato a respirare; e chi gli si oppone gridando più forte non fa che aggiungersi al coro, contribuendo ad avvelenare l’aria. Dietrich Bonhoeffer lo sapeva, e contro il clima del suo tempo — che era, alla radice, lo stesso — non scrisse opuscoli più persuasivi. Fece tre cose, e nessuna era una contro-accusa: confessò, formò, agì. Mi pare che tutte e tre, tradotte a oggi, dicano con precisione cosa ci sia da fare. Confessare, prima di tutto. La Chiesa Confessante, a Barmen, non si mise ad accusare il regime: disse il vero e tracciò una linea. Qual è, oggi, la confessione che la nostra situazione richiede? Che la Chiesa è innestata in Israele, non gli è subentrata. Paolo lo dice senza ambiguità: i pagani sono rami innestati nell’olivo, «non vantarti contro i rami», e «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11). Il Dio di Israele è il Dio di Gesù Cristo, e chi liquida il «Dio dell’Antico Testamento» con un sospiro di sollievo sta liquidando il Padre del proprio Signore. Per un cristiano, allora, l’antisemitismo non è un’opinione discutibile: è errore, è segare il ramo su cui si sta. Ma — ed è la stessa confessione a dirlo — il nostro legame è con l’alleanza e con un popolo, non con un governo. È questo che ci tiene liberi: liberi di non poter mai odiare gli ebrei, e insieme liberi di giudicare secondo giustizia gli atti di qualunque Stato, compreso quello. Secondo giustizia significa con lo stesso metro di giudizio con cui giudico altre guerre, altri bambini uccisi e altre distruzioni, non usando due pesi e due misure. Lo dico con la concessione che mi costa: la catastrofe di Gaza è reale, la critica è legittima, e quando la mia stessa federazione la chiama «crimine contro l’umanità» dice qualcosa che, in parte, devo condividere. Quella critica non è antisemitismo — e chiamarla così sarebbe il gesto speculare di chi ha fatto del semplice antisionismo «la frontiera più moderna dell’antisemitismo». Sono due sfocature opposte, e la confessione le rifiuta entrambe. Poi la formazione. A Finkenwalde, Bonhoeffer non tenne comizi: tenne un seminario e una «vita comune», e formò persone capaci di resistere perché formate diversamente. Tradotta a oggi, la formazione ha due aspetti. Il primo è semplice e severo: le fonti autorevoli e indipendenti esistono — i rapporti, i dati, le ricerche serie — e bisogna attenersi a quelle per restare dentro la realtà, invece di lasciarsi nutrire dal flusso tribale che ogni giorno ci ripete soltanto ciò che tutti pensano. Restare nel vero non viene da sé: è una disciplina, quasi una catechesi del reale. Il secondo aspetto guarda all’interno, ed è più scomodo: la formazione include l’attenzione ai propri autoinganni spirituali. Perché il clima non lavora solo fuori di noi, lavora soprattutto dentro, e la sua arma migliore è la lusinga. Il mio: «vedo il tuo inganno» è a un millimetro dallo stesso piacere tribale che rimprovero agli altri. Per questo il criterio che adopero deve poter valere anche contro di me: se la mia prova dell’odio scattasse solo di là e mai di qua, non sarebbe un criterio, sarebbe un’arma. Formarsi vuol dire, anche, imparare a sorprendersi di sé mentre ci si compiace di avere ragione. E infine l’azione. Di fronte allo Stato che perseguitava gli ebrei, Bonhoeffer scrisse che la Chiesa non deve solo fasciare le vittime finite sotto la ruota, ma ficcare un bastone fra le ruote stesse. Oggi, per la maggior parte di noi, l’azione non ha la forma drammatica della congiura: ha la forma più dimessa — ma non per questo più facile — del coraggio di esporsi. Vuol dire affermare la cosa scomoda dentro la propria parte, e non solo contro l’altra. Vuol dire rompere il pacchetto preconfezionato che ci viene messo in mano — per essere contro l’antisemitismo dovresti tacere su Israele, per criticare Israele dovresti tollerare l’antisemitismo — e pagare il prezzo di restare, su questo, senza coalizione. È mettere un bastone fra le ruote di un clima invivibile, sapendo che la ruota, per un po’, continuerà a girare lo stesso. Bonhoeffer non vinse contro il cattivo maestro che combatté con tutte le sue forze — lo impiccarono — eppure le sue parole sono tra le poche di quegli anni che oggi ancora leggiamo, perché venivano da dentro la civiltà del vero, mentre il clima che lo circondava, fatto di inganni e di autoinganni, è svanito, lasciando solo incubi e il senso di «banalità del male». Stare saldi non è vincere. Ma è già non mentire; ed è, in un tempo di cattivi maestri, il primo bastone fra le ruote e — spero — quando il vento che ha sollevato questo polverone si poserà, sentiremo di nuovo il suono flebile e dolce dello Spirito e non dovremo stridere i denti per la vergogna.

Jean-François Millet, Le spigolatrici (1857). La Torah lasciava le spighe cadute al forestiero e all’orfano; di quelle spighe, ancora, viviamo.