26 Maggio 2026

Daniele Scalise, direttore responsabile del Magazine Setteottobre, commenta l’esclusione di Keshet dal pride di Roma

Il veleno dell’esclusione, di nuovo contro gli ebrei

Ci sono momenti nei quali il silenzio delle istituzioni diventa più grave perfino dell’atto che dovrebbe condannare. E quello che sta avvenendo attorno al Roma Pride appartiene esattamente a questa categoria. Keshet, un’associazione ebraica LGBTQ+ viene di fatto esclusa dalla manifestazione nel nome dell’inclusione universale. Succede nel 2026, non nel 1938. Succede a Roma, non nella capitale di un regime autoritario. Succede dentro un movimento nato per difendere il diritto di ogni minoranza a non essere discriminata, umiliata, isolata. E invece eccoci qui: gli ebrei no. Gli ebrei diventano improvvisamente una presenza sgradita, un’identità da sottoporre a verifica politica preventiva. Bisogna dirlo senza girarci intorno e senza ricorrere al lessico ipocrita delle ambiguità militanti: questa esclusione è infame. E lo è ancora di più perché avviene sotto lo sguardo complice o codardo di tanti. Un limite minimo di decenza democratica. Nulla. Si tace, si nicchia, si aspetta che la polemica passi. È il riflesso antico delle società spaventate: quando gli ebrei vengono colpiti, troppi preferiscono guardare altrove. Chi l’ha decisa tradisce i principi delle battaglie civili. Chi vi aderisce non fa altro che approfondire quel tradimento. Io sono orgogliosamente gay perché esserlo con orgoglio significa, ha sempre significato per me, non dovermi vergognare di quello che sono. E proprio per questo provo un disgusto profondo davanti a ciò che sta accadendo. Perché il Pride, almeno nella sua idea originaria, avrebbe dovuto essere il contrario esatto di tutto questo. Doveva essere il luogo in cui nessuno veniva escluso per la propria identità, la propria origine, la propria appartenenza. Doveva essere il rifiuto radicale della discriminazione. Invece oggi assistiamo a una scena moralmente devastante: persone che si proclamano paladine dei diritti decidono che esistono ebrei accettabili ed ebrei non accettabili. E il criterio, guarda caso, è sempre lo stesso: Israele, il sionismo, la necessità di inginocchiarsi davanti al tribunale ideologico del momento. La storia europea dovrebbe averci insegnato qualcosa. Dovrebbe averci insegnato dove comincia il meccanismo dell’esclusione. Non si parte mai dai treni piombati. Si parte dal clima. Dalle liste informali. Dalla delegittimazione morale. Dall’idea che una categoria di persone sia “problematica”, “complice”, “non compatibile” con i valori dominanti. Prima li si isola simbolicamente, poi socialmente, poi culturalmente. E intanto gli altri si convincono che in fondo sia perfino giusto così. Quale sarà il prossimo passo? Fuori gli ebrei dalle università? Fuori i professori ebrei dalle cattedre? Fuori i medici ebrei dagli ospedali? Fuori gli scrittori dai festival? Fuori gli artisti dai teatri? Perché è sempre così che funziona il veleno quando entra nella vita pubblica: all’inizio sembra solo un’eccezione, una scelta politica, una sfumatura ideologica. Poi diventa un criterio morale generale. Agli organizzatori del Roma Pride va tutta la mia indignazione più totale. Hanno tradito non gli ebrei soltanto, ma l’idea stessa di Pride. E a tutti coloro che si voltano dall’altra parte e si fingono neutrali, dico che la neutralità davanti alla discriminazione non è neutralità. È complicità.
P.S. Se qualche cretino si dovesse ancora porre la domanda, lo precedo con la risposta: no, non sono ebreo.

Daniele Scalise, direttore responsabile del Magazine Setteottobre