3 Novembre 2014

Rubata la scritta Arbeit macht frei a Dachau

dachau_gate

Fonte:

Corriere della Sera

Autore:

Paolo Lepri

Rubata la scritta del lager a Dachau “Profanazione”

Era già successo nel 2009 ad Auschwitz

Un furto simbolico, un insulto alla Memoria. La porta di ferro con la scritta «Il lavoro rende liberi» che proprio a Dachau, poche settimane dopo l’ascesa al potere di Hitler, fece la sua prima, terribile apparizione è stata rubata nell’ex campo di concentramento non lontano da Monaco. I ladri, che hanno approfittato dell’assenza di un impianto di videosorveglianza, hanno agito di notte nell’intervallo tra le perlustrazioni degli agenti di vigilanza. Ora gli inquirenti seguono due piste: l’azione politica di fanatici neonazisti o un atto eseguito su commissione per conto di qualche collezionista legato agli ambienti dell’estrema destra nostalgica. La direttrice del Museo di Dachau, Gabriele Hannermann, ha parlato di una «profanazione». A Roma, il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna ha espresso la speranza che questo «episodio penoso e squallido» sia «un’azione sconsiderata compiuta da mitomani e non da un gruppo organizzato». Secondo le prime indagini gli autori del furto sono arrivati a bordo di un veicolo, hanno scardinato la porta di ferro con l’iscrizione (che misura due metri per uno e fa parte di una grande cancello che delimita l’ingresso dell’ex campo di concentramento), impadronendosene senza lasciare tracce. Il furto di Dachau ha un precedente che risale a poco meno di cinque anni fa. Nel dicembre del 2009 la grande scritta in ferro battuto «il lavoro rende liberi», collocata all’entrata dell’ex lager di Auschwitz, in Polonia, fu rubata su istigazione di un estremista neonazista svedese, Anders Högström, che fu condannato un anno dopo a due anni e otto mesi di reclusione insieme a due complici polacchi. L’iscrizione venne ritrovata, divisa in tre parti, in un bosco nelle vicinanze. Nel settembre dell’anno scorso Angela Merkel è stata la prima cancelliera tedesca a visitare l’ex campo di concentramento bavarese e ha espresso il suo profondo dolore e la sua vergogna per «il capitolo orribile della storia tedesca» rappresentato dal nazismo. Dachau ha svolto infatti un ruolo di primo piano nella storia delle persecuzioni. Le strutture costruite nel 1933 in una fabbrica di munizioni in disuso costituirono poi un modello per tutti gli altri lager dove il regime hitleriano realizzò nei due decenni successivi il suo folle programma di sterminio. Fino al 1945 in questo lager furono rinchiuse 200.000 persone sotto la diretta supervisione di Heinrich Himmler. In un primo tempo oppositori politici, poi ebrei, zingari, omosessuali. I morti furono 41.000. Eliminati, torturati o vittime delle feroci condizioni di prigionia. Tra loro anche George Esler, il falegname che aveva tentato di uccidere il Führer con un attentato dinamitardo a Monaco, fucilato nel 1945. Il suo profilo stilizzato, in acciaio scuro, si staglia oggi nella Wilhelmstrasse, a Berlino, dove si trovava un tempo il quartier generale del Terzo Reich. Uno dei tanti luoghi, come Dachau, che servono a non dimenticare.