28 Febbraio 2016

Prosegue la discussione sull’antisemitismo di Emilio Cecchi

Pischedda_Idiomamolesto_Aragno

Fonte:

IlSole24Ore

Autore:

Bruno Pischedda, Pietro Craveri

Cecchi era razzista o antirazzista?

Caro Massarenti, sono rimasto davvero sconcertato lo scorso 14 febbraio nel leggere l’articolo di Piero Craveri dal titolo: «Cecchi antisemita? Non risulta». Chi pubblica un libro, e tanto più su materie così delicate, deve aspettarsi certamente alcune critiche. Ma se a prendere la parola su un lavoro che guarda a Cecchi dal lato razzista e antisemita è un recensore strettamente collegato alla famiglia Cecchi, costui dovrebbe anche sentire la necessità di dirlo al pubblico che lo legge con grande chiarezza. Craveri non lo ha fatto. Ma nasce da qui l’assoluzione sommaria di cui egli si rende interprete affrettato. Cecchi invero concepì pregiudizi antisemiti molto presto, già negli anni Dieci del Novecento; un decennio più avanti, sotto la direzione di monsignor Benigni, fa circolare tra i colleghi un «Bollettino anti semita» compilato in più lingue e ricolmo di ingiurie preconcette; sul finire degli anni Trenta coniuga antisemitismo e segregazionismo antinegro in reportage come America amara e Appunti per un periplo dell’Africa. Tutto questo, e molto altro, è documentato alla lettera nel mio libro; e quasi 40 pagine di note in corpo minore ne certificano fuori di ogni dubbio la attendibilità. Il mio recensore evidentemente ha sfogliato i vari capitoli dell’Idioma molesto come fosse sulla pista di Indianapolis: di corsa. E ha abbozzato la sua difesa per parte familiare mescolando questo e quello; spostando il discorso in ogni direzione tranne che in quelle pertinenti (la moglie di Cecchi, l’antifascismo innegabile dei Pieraccini, la firma sul manifesto Croce, benché in seguito rinnegata, l’essenza laica del suo cattolicesimo); sino a insultare Paolo di Stefano – fatto sopra ogni cosa singolare – che sul «Corriere della Sera» ha giudicato il libro secondo indici di assoluto e credibile consenso (così come hanno fatto Massimo Raffaeli sul «Manifesto», Diego Gabutti su «Italia oggi», Paolo Mauri su «Repubblica»). L’introduzione all’antologia Americana del 1942, per indicare un minimo esempio, deprecava senza infingimenti «le nefandezze della promiscuità razziale» (poi corretto in un più blando e cronachistico «tragedie della promiscuità razziale»); e ancora si potrebbe aggiungere il ribaltamento delle tesi di Carlo Cattaneo intorno alle interdizioni israelite, la stroncatura ferocemente razzista di un romanzo di Guido Da Verona come Sciogli la treccia, Maria Maddalena; la discreta apologia di fanatici antisemiti francesi come Léon Daudet e Urbain Gohier; il ritratto derisorio, razziale e sessuale, a proposito del socialista Leon Blum sulle pagine del longanesiano «Omnibus»; la risposta insinuante resa quando Telesio Interlandi lanciò dalle pagine del «Tevere» e di «Quadrivio» il suo referendum sul tema L’arte e la razza, nel dicembre del 1938. La recensione pro domo cecchiana di Craveri insomma non invalida minimamente i dati e i ragionamenti che ho affacciato sulle pagine del mio libro (e in ogni caso io mi chiamo Bruno, non Marco).

Bruno Pischedda

A questo punto vorrei invitare il lettore a leggere le pagine del Cecchi, almeno quelle che sono incriminate da Bruno Pischedda. «America amara» è ripubblicata nel volume dei Meridiani Mondadori e vi si trovano le sue considerazioni sugli afroamericani, sulle loro condizioni di vita dopo l’urbanizzazione della società americana, la loro mancanza di diritti, l’inferiorità sociale a cui sono costretti. C’è un’analisi anche della comunità ebraica e dell’antisemitismo americano. Il linguaggio è quello dell’epoca in cui vennero scritti, lo stile è crudo, la sostanza morale apertamente antirazzista. Così in una abbastanza recente edizione de Il Saggiatore di «Aiola di Francia», può leggersi la distruttiva recensione agli scritti letterari giovanili di Leon Blum, per niente razzista, che nulla toglie al grande politico francese, che guidò il Front populaire, salvo osservare le distanze ideali di questi dall’esperimento sovietico, ed infatti egli nel dopoguerra schierò i socialisti su posizioni anticomuniste fin dal 1947. Lo stesso dicasi per Daudet di cui si sottolinea l’efficace vena di polemista, a differenza degli esempi coevi italiani, ma esplicitamente si respinge il contenuto delle sue idee. E lo stesso deve valere per le considerazioni di Cecchi sul Gohier, non raccolte in questo volume. Ma in esso possono leggersi i saggi su Proust per intendere anche che la demolizione che Cecchi fa di Guido Da Verona non ha fondamento razziale, ma letterario. Non ho ragione di nascondere che per tradizione familiare la consuetudine con Cecchi risale a più generazioni indietro. A riguardo posso dire che i rapporti di Benedetto Croce non furono da Cecchi mai “rinnegati”, come mostra il carteggio tra i due conservato nell’archivio Croce. Pischedda è nella sua ricostruzione biografica impreciso, anche in questa sua replica. Parlare, a proposito di Cecchi, di «essenza laica del suo cattolicesimo», è concetto del tutto inedito, tanto più che egli si professava “ateo”. Pischedda dice che Cecchi incubò il suo antisemitismo nei primi anni del ‘900, ma nel libro non ne da alcuna prova. Il “trait d’union” sarebbe stato monsignor Umberto Benigni, su cui scrive numerose pagine. Di costui ho appreso solo quanto ne scrive Pietro Scoppola. Clericale, di non trascurabile formazione intellettuale, apparteneva all’ala integralista della Curia, in cui storicamente era più palese l’inclinazione antisemita del cattolicesimo. Ebbe incarichi di rilievo in Vaticano e redigeva un bollettino di informazione sulla cultura ebraica. Come sono in genere le cose vaticane, doveva fornire molte informazioni. Cecchi lo riceveva e agli amici che gli chiedevano informazioni su questa materia diceva di consultarlo, come mostra la lettera di Bacchelli, citata dal Pischedda. Ma che Cecchi facesse parte del «Sapinière», l’associazione segreta fondata dal Benigni a difesa di Action française, anche l’autore dell’«Idioma molesto» si avventura a dire, come in gran parte della sua ricostruzione, solo per congettura.

Pietro Craveri

Il libro di Bruno Pischedda, «L’idioma molesto. Cecchi e la letteratura novecentesca a sfondo razziale», Aragno , pagg. 314, € 20, sarà presentato a Milano giovedì 3 marzo, alle ore 18, presso la Fondazione Memoriale della Shoah, Largo Safra, 1 . Intervengono Franco Contorbia, Mimmo Franzinelli, Salvatore Silvano Nigro. Coordina Irene Piazzoni. Sarà presente l’autore