23 Maggio 2017

Presentazione dell’edizione critica del Mein Kampf di Adolf Hitler, curata dall’esperto Vincenzo Pinto

lamiabattaglia

Fonte:

Corriere del Trentino

Autore:

Gabriella Brugnara

Il Mein Kampf italiano

Ecco l’edizione critica di Pinto. Domani la presentazione

In anteprima nazionale, la Biblioteca Archivio del Csseo organizza l’incontro-dibattito dal titolo Una battaglia persa? in occasione della presentazione dell’edizione critica de La mia battaglia (Mein Kampf) di Adolf Hitler, curata da Vincenzo Pinto (che ne è stato anche il traduttore, con Alessandra Cambatzu). Pinto — storico del sionismo e dell’antisemitismo, che ha all’attivo diversi saggi su questi temi e dirige la rivista Free Ebrei — interverrà domani alle 17,30 presso la Sala degli affreschi della Biblioteca comunale di Trento. In dialogo con lui ci sarà Gustavo Corni, introduzione di Massimo Libardi. Fino allo scorso anno in Germania era proibito ristampare il Mein Kampf di Hitler. Alla fine della seconda guerra mondiale, gli Alleati avevano assegnato i diritti d’autore del volume al Land della Baviera, che ne vietò la riedizione. Il 31 dicembre 2015 scorso sono passati 70 anni dalla morte di Hitler, e quindi i diritti d’autore sono entrati nel pubblico dominio. Così, all’inizio di gennaio 2016 è stata pubblicata una imponente edizione critica, due volumi, quasi 2000 pagine, a cura dell’autorevole l’Institut für Zeitgeschichte di Monaco di Baviera. Con grande sorpresa dell’editore, non appena giunto in libreria, la prima edizione di 4.000 copie è andata immediatamente esaurita Come per l’edizione tedesca dello scorso anno (85mila copie vendute), il primo volume raccoglie i due tomi scritti da Hitler tra il 1924 e il 1926: Eine Abrechnung (Resa dei conti), pubblicato nel luglio 1925, mentre Die nationalsozialistische Bewegung (Il movimento nazional-socialista), nel dicembre 1926. Hitler voleva un altro titolo, Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogna, stupidità e codardia, ma Max Amane, l’editore, lo convinse a scegliere Mein Kampf. A questo primo volume farà seguito a breve uno successivo in cui autori italiani e stranieri approfondiranno i principali problemi del Mein Kampf. «L’edizione uscita lo scorso anno in Germania — spiega Pinto — si poneva tre grandi obiettivi: ricostruire la genesi del testo, verificare la veridicità delle affermazioni fatte dall’autore; stabilire un confronto tra la teoria e i fatti. Il nostro lavoro si ricollega all’edizione tedesca perché fa uso di alcune note, ma si discosta sia dal punto di vista metodologico sia deontologico — prosegue — nel senso che il nostro scopo è stato di capire come è stato costruito il testo e qual è il suo funzionamento. Si tratta quindi di un lavoro di tipo semiologico e “storico-culturale”». Un saggio, quello di Pinto, che prende spunto da suoi precedenti studi in cui si era occupato di un precursore del nazismo, analizzando come i testi popolari venissero diffusi in Germania a fine Ottocento e perché ottenessero un grande consenso di pubblico. «Partendo da questi lavori sul mito nella Germania di fine Ottocento, mi sono dedicato all’analisi di Mein Kampf dal punto di vista della retorica e della logica, giungendo alla conclusione che il testo di Hitler sia molto innovativo nei due ambiti suddetti». Per compiere questo passaggio, Pinto utilizza il cosiddetto «paradigma indiziario» — studiato da alcuni storici come Carlo Ginzburg, ma anche da Umberto Eco — e lo applica allo studio del panorama politico. «Riprendo questi studi — continua Pinto — per dimostrare che il libro è un capolavoro di logica abduttiva a uso strumentale, una specie di romanzo criminale in cui l’autore dissemina di tracce il testo per dimostrare che il colpevole è il nemico storico della Germania, cioè l’ebreo. Lo scopo è di mettere in luce come la fortuna di movimenti come questo antisemita si basi proprio sul recupero di paradigmi interpretativi e semiologici che erano ampiamente diffusi, e quindi condivisibili dalle masse». Un testo quello di Hitler che ricalca il tipico modello dei romanzi di appendice di fine Ottocento. «L’aspetto interessante dell’uso di tale modello da parte di una persona non molto preparata e poco colta — specifica — è che ha applicato un paradigma molto diffuso all’epoca, e che tutto sommato oggi ha preso il sopravvento, cioè quello della non rilevanza dell’argomentazione razionale a vantaggio della rilevanza dell’argomentazione analogica. L’abduzione è un paradigma utilizzato in ambito scientifico — nota ancora — Il problema è che nel caso specifico di Hitler gli indizi disseminati e i casi studiati non sono reali, ma costruiti in modo strumentale al fine di dimostrare quello che voleva dimostrare. Non una scoperta scientifica che nasce dal raffronto tra dati e realtà, ma un modo per incastrare lo stereotipo, nel caso specifico l’ebreo, e condannarlo alla demonizzazione».