7 Settembre 2015

“Pecore in erba” del regista esordiente Alberto Caviglia affronta il tema dell’antisemitismo in chiave satirica

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Fonte:

Moked.it - www.lastampa.it

Autore:

Guido Vitale - Alberto Mattioli

Un film demolisce con le risate gli stereotipi dell’antisemitismo

di Guido Vitale

Battesimo del fuoco, e molti applausi sinceri, sul red carpet della settantaduesima Mostra del cinema di Venezia, per le “Pecore in erba” di Alberto Caviglia. Quello che pochi mesi fa poteva apparire un sogno nel cassetto, il castello in aria di un giovane ebreo romano che vorrebbe fare il regista, si sta rivelando un fatto nuovo, e importante, nel mondo del cinema italiano. Ma non solo. Si tratta anche di un passo significativo, il cui intento muove dall’interno del mondo degli ebrei italiani e riesce a entrare nell’immaginario collettivo. Il fatto che la presentazione ufficiale sia avvenuta proprio il 6 settembre, quando alla cittadinanza si aprivano le porte delle sinagoghe e degli altri luoghi di incontro per celebrare la Giornata Europea della Cultura Ebraica, ha così aggiunto un senso ulteriore a un film che ha visibilmente l’ambizione di ripensare la lotta all’antisemitismo e al pregiudizio. Della sceneggiatura, che attraverso le vicende di un giovanotto ossessionato dall’intero catalogo delle demenziali fissazioni antisemite e più in generale dal bisogno di immaginare un nemico nel disperato tentativo di definire la propria fragilissima identità, il lettore di questo notiziario è già bene informato grazie alle anticipazioni apparse negli scorsi giorni. Della irresistibile comicità che il film diretto da Caviglia è capace di sprigionare e soprattutto delle impressioni e delle reazioni del pubblico si comincia invece a parlare giusto adesso e ancora molto, probabilmente, si parlerà nelle prossime settimane, quando subito dopo Kippur, il 24 settembre, la pellicola entrerà nel circuito di distribuzione nazionale. Quello che oggi si è preso a chiamare un mockumentary, un film comico che riferisce vicende immaginarie costruito con la tecnica di un documentario, sulle prime colpisce per il richiamo popolare, il coinvolgimento di un nutrito plotone di celebrità che recitando il proprio ruolo imperano sull’Italia di oggi. La produzione, accanto ad attori professionisti di valore, ha chiamato in passerella – e loro si sono generosamente prestati, spesso rivelando grande ironia – vip come Corrado Augias, Tinto Brass, Claudio Cerasa, Ferruccio De Bortoli, Giancarlo De Cataldo, Elio, Fabio Fazio, Carlo Freccero, Linus, Giancarlo Magalli, Enrico Mentana, Vittorio Sgarbi, Kasia Smutniak, Mara Venier. Poi emerge con forza il brio, la comicità irresistibile che deriva dal dispiegarsi minuzioso e impietoso di tutti i luoghi comuni dell’antisemitismo e del pregiudizio. Infine, a ben guardare, la mano sicura di un giovane regista che è alla sua prima prova, ma ha avuto occasione di farsi le ossa come aiuto a fianco di Ferzan Özpetek. Un regista che si annuncia sulla scena del cinema italiano come qualcuno che è venuto per lasciare il segno. –

Ma quello che più conta, non è tanto la prova tecnica superata agevolmente, lo spettacolo riuscito. Caviglia dimostra infatti la capacità di rovesciare per una volta la frittata, di provocare, di denunciare con un sorriso tutte le idee preconfezionate e tutti gli stereotipi che inquinano la nostra vita quotidiana. E nel mirino finiscono non solo le aberrazioni demenziali degli antisemiti nostrani, di destra e di sinistra, cattolici o intellettualistici che siano. Ma anche la sostanziale propensione suicida a subire di una società, sotto la copertura del buonismo che non si nega a nessuno e la martellante ossessione della propaganda della demenza digitale. Una marmellata insopportabile, da cui persino gli ebrei, come appaiono nel film e talvolta nella vita, proprio loro che dovrebbero essere le prime vittime di questo stato delle cose, hanno difficoltà a tenersi al riparo. Le scene esilaranti in cui alcuni esponenti ebraici non riescono a uscire dalle frasi di circostanza, dai riti del buonismo obbligato, dalla rozza retorica che si ripete stancamente, e non trovano infine né l’ambizione né la forza di dire qualcosa di nuovo, dimostrano che in questo film, annunciato ironicamente dall’avvertenza al lettore di una produzione “plutogiudaicomassonica”, non si fanno in realtà sconti a nessuno. “Pecore in erba” ci restituisce così qualcosa di vero, perché era nostro e l’avevamo perduto. La capacità di ridere apertamente della quotidianità che ci tocca sopportare. Una emozione liberatoria e amara al tempo stesso, perché ci mostra che la capacità di denunciare le storture attraverso il senso dell’umorismo dovrebbe costituire certo una componente essenziale del patrimonio ebraico, ma ai tempi nostri e dalle nostre parti resta ancora un orizzonte remoto da riconquistare.

Moked.it

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L’antisemitismo incontra la satira. E alla Mostra finalmente si ride

di Alberto Mattioli

E al settimo giorno, Venezia rise. Dopo una settimana di ibernati sull’Everest, tragedie, lutti, preti pedofili, bambini soldato, operazioni che vanno male, soprani stonati e altre calamità, finalmente un po’ di divertimento. Doppio merito perché il film è italiano, triplo perché non lo sembra, quadruplo perché, ridendo e scherzando (ma si sa che nulla è più serio dello scherzo) affronta un tema importante e doloroso come l’antisemitismo. S’intitola Pecore in erba e lo firma un debuttante, Alberto Caviglia. Se andrete a vederlo, state attenti alla mascella: potreste slogarvela.

La formula è quella, non nuova, del «mockumentary», il falso documentario che sembra più vero di quelli veri. Siamo nell’estate del 2006. Da sei mesi è scomparso nel nulla Leonardo Zuliani, attivista per i diritti civili, genio della comunicazione, fumettista di successo, scrittore, stilista, imprenditore, insomma un’icona nazionale. Un imponente corteo lo ricorda a Roma, in diretta su Sky, con Mentana smitragliante in studio, i manifestanti con il cartelli «Je suis Leonard», le bandiere, gli slogan, la mamma e la sorella acclamate dalla folla, insomma tutto il solito impegno prêt-à-porter e la consueta commozione a favor di telecamera. Uno speciale tivù ricostruisce vita e opere del caro forse estinto, di certo sparito.

Soltanto, e qui sta il colpo di genio, Zuliani è un antisemita. Un antisemita forsennato, compulsivo, genetico, tanto che quando da scout scopre che Cristo era ebreo si riempie di bolle. Grazie a lui, l’antisemitismo diventa politicamente corretto e quella che le anime belle devono combattere è l’antisemifobia, insomma l’anti-antisemitismo. Fra i diritti civili, c’è anche quello di odiare gli ebrei. Zuliani inventa una versione «corretta» della Bibbia dalla quale è espunto ogni riferimento agli ebrei; Zuliani vende il kit da corteo comprensivo di bandiera israeliana e della benzina e dello zippo per darle fuoco; Zuliani inaugura una catena di fast food che cucinano solo ingredienti non kosher; Zuliani lancia il profumo «Eau d’aryen», la linea d’abbigliamento «Baci & breacci», il gioco da tavolo «Ghettopoli»; Zuliani pubblica una nuova guida turistica del Medio Oriente dalla quale sparisce Israele e resta solo la Palestina; Zuliani va ospite da Fazio e dalla Venier; Zuliani viene lodato, commentato, recensito da Freccero, Cazzullo, Elio, Augias, Sgarbi, De Cataldo, Linus, Brass, De Bortoli (tutti «veri», nella parte di loro stessi). Gli viene dedicato un film strappacore, con Vinicio Marchioni e Carolina Crescentini come lui e la sua fidanzata, e rilancia il cinema italiano con titoli come Forni felici, L’usuraio licantropo e In fretta e Führer.

Tutti i luoghi comuni dell’antisemitismo sono rivoltati come un calzino. Nelle sue sedute psicanalitiche con il professor Castrucci che tenta di capire gli strani comportamenti del ragazzo, Zuliani dà fondo al repertorio. Gli ebrei hanno ucciso Cristo? Sì, ma anche Confucio, il Buddha e la mamma di Bambi. Gli ebrei controllano la finanza, i media, lo showbusiness. Gli ebrei sono avidi, hanno il naso adunco e la voce acuta.

Come film, Pecore in erba è spassoso. Come satira dell’antisemitismo, efficacissima. Tanto più che gli antisemiti li prende di mira tutti, dai fascisti ai cattolici a quelli di sinistra che nei cortei pro palestinesi equiparano la stella di Davide alla svastica. Lui, Caviglia, è un ebreo romano di 31 anni, fondamentalmente serio e perfino un po’ malinconico come tutti i veri umoristi: «Rido per non piangere». E infatti dice cose serissime, che l’antisemitismo c’è, anche in Italia, che forse non è in crescita ma certamente è vivo, che si manifesta in molte forme diverse, che è un problema culturale e che il suo film è un modo per affrontarlo.

Soltanto, e qui sta la novità, Caviglia difende una posizione giusta e politicamente corretta come la lotta contro l’antisemitismo ma non lo fa con i modi predicatori o ricattatori del cinema «buono» e impegnato che ci viene ammannito anche qui a Venezia. In mezzo a quest’orgia di nobili sentimenti e buone cause progressiste che non puoi non condividere, a questi ditini perennemente alzati per ricordarti che è scorretto fare questo e non si può dire quest’altro, finalmente una sana, liberatoria, consolatoria risata. Molto più efficace, fra l’altro. Come diceva quell’altro allegrone, Giacomo Leopardi: «Grande tra gli uomini e di gran terrore è la potenza del riso: contro il quale nessuno nella sua coscienza trova se munito da ogni parte. Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire». Forza pecore.

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