1 Marzo 2016

Interviste a Omar Barghouti e Giulio Giorello sul BDS

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Fonte:

www.ilfattoquotidiano.it

Autore:

Ranieri Salvadorini

Boicottare gli atenei israeliani, Barghouti: “Se la ricerca è complice di gravi violazioni dei diritti umani è giusto chiederle conto”

L’attivista palestinese spiega le ragioni della campagna internazionale di boicottaggio Bds: “Le università tedesche hanno fatto ottima scienza negli anni Trenta, così il Sudafrica sotto l’apartheid. Gli istituti di Israele producono ricerca e tecnologia per mantenere l’occupazione”

“L’impatto del movimento nell’isolare il regime israeliano di occupazione, colonialismo e apartheid è ora riconosciuto dai vertici della politica, della sicurezza e dell’industria di Israele”. Così Omar Barghouti, attivista palestinese e fondatore della campagna internazionale Bds (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni): “Le università sono una parte intima dell’occupazione e lo sono per scelta attiva”

Qual è lo stato di salute del Bds? E a quali risultati ha portato fino a oggi?

Dal 2013 il contrasto al Bds è stato affidato al ministero degli Affari strategici. Lo stesso Ehud Barak (ex primo ministro israeliano, ndr) ammette che il movimento sta raggiungendo un “punto di svolta”, e l’ex capo del Mossad Shabtai Shavit ha scritto che “numerosi ebrei ne sono membri”, per questo rappresenta una sfida “critica”. L’elezione del governo della destra più estrema e razzista nella storia d’Israele ha svelato il suo vero volto di regime di oppressione. Questo ha aumentato la sofferenza palestinese, certo, ma ha anche intensificato la crescita, già impressionante, del Bds.

Eppure in Italia, parte della stampa mainstream ha accolto il boicottaggio accademico titolando “Hamas ringrazia”.

Il boicottaggio accademico è sostenuto dalla maggioranza assoluta della società civile palestinese inclusi i sindacati degli atenei e, recentemente, si sono unite le principali associazioni universitarie negli Stati Uniti, come l’American Anthropological Association, l’American Studies Association o la National Women Studies Association. E così in Sud Africa, Brasile, Irlanda, Italia, Belgio, Canada, e altrove, gli accademici danno appoggio pieno. Di conseguenza, il presidente israeliano Reuven Rivlin ha definito il boicottaggio accademico come una “minaccia strategica di massimo livello” per il regime. Non c’è da stupirsi che i media influenzati da Israele, in Italia e altrove, stiano facendo gli straordinari per cercare di minare questo significativo successo.

I rettori degli istituti che collaborano con il Technion, dicono che nella ricerca non valgono le ragioni della politica. Perché boicottare la “buona scienza” di un istituto famoso come il MIT di Israele?

Le università tedesche hanno prodotto ottima scienza negli anni Trenta, così il Sudafrica, sotto l’apartheid. Se l’accademia è complice di violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani, come il Technion e le altre università israeliane, si deve chieder loro conto di questo, a prescindere dalla “ricerca buona” prodotta. Come ha detto l’arcivescovo Desmond Tutu: “Le università israeliane sono una parte intima del regime israeliano, per scelta attiva. Mentre i palestinesi non sono in grado di accedere a università e scuole, le università israeliane producono ricerca, tecnologia, argomenti e leader per mantenere l’occupazione.”

ll rettore del Technion ha dichiarato che le il 20 per cento dei suoi studenti sono arabi. Dove sarebbe la discriminazione, di cui lo accusa il Bds?

Molte istituzioni sudafricane avevano maggioranze nere, ma rimanevano istituzioni razziste. Il razzismo non ha nulla a che fare con percentuali e numeri, ma con una struttura egemonica che disumanizza gruppi indesiderati e nega loro uguali diritti. Nessuna propaganda può occultare il razzismo e la complicità del Technion, è tutto molto ben documentato.

Un’accusa contro il Bds è quella di antisemitismo “mascherato da retorica antisionista”.

L’ideologia sionista è intrinsecamente razzista e affermare che il boicottaggio di Israele sia antisemita è di per sé una dichiarazione antisemita, perché stabilisce un’equivalenza tra Israele e “tutti gli ebrei”, come se si trattasse di un blocco monolitico rappresentato esclusivamente da Israele. Israele ha paura perché il Bds rifiuta categoricamente ogni forma di razzismo, compreso l’antisemitismo, e chiede parità di diritti per tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro identità.

Eppure in Europa le accuse di antisemitismo fanno particolarmente presa.

La macchina della propaganda sionista accusa immediatamente qualsiasi sostenitore di Bds di “antisemitismo”. Questa tattica agghiacciante è particolarmente usata contro gli europei che sostengono il boicottaggio, dato il senso di colpa per l’Olocausto e dopo decenni che Israele canalizza questa colpa in complicità con il suo regime di oppressione contro i palestinesi con relativo successo. Ma questa strisciante tattica anti-semitica non funziona con i palestinesi, le vittime del sionismo e del suo progetto coloniale, che non hanno giocato alcun ruolo nell’Olocausto e non dovrebbero pagare, per questo, con i loro diritti.

Perché il Bds spaventa così tanto Israele?

Israele sta usando ogni inganno possibile per combattere il Bds: è in difficoltà a combattere un movimento non violento, moralmente coerente, che si basa sul diritto internazionale e aderisce rigorosamente ai principi della Dichiarazione universale dei diritti umani. A disturbare Israele c’è anche la rapida crescita del numero di giovani attivisti ebrei tra le fila del Bds. Questo ha costretto il regime a ricorrere alla sua arma preferita: accusare il movimento con accuse ridicole e infondate, che ripete attraverso la sua massiccia rete di propaganda.

Perché boicottare proprio Israele, quando ci sono molti altri paesi dove la violazione dei diritti umani è prassi quotidiana?

I governi occidentali non sostengono i regimi della Corea del Nord o sudanesi nelle loro violazioni dei diritti umani. Ma hanno stretto con Israele un rapporto molto speciale, privilegiato e ipocrita che mantiene il suo sistema oppressivo e lo protegge dalle responsabilità internazionali. I cittadini, poi, devono assumersi la responsabilità di porre fine a questa complicità.

GGiorello

Boicottare gli atenei israeliani, Giorello: “Operazione inutile e dannosa che non giova neanche ai palestinesi”

Parla il filosofo e epistemologo della scienza che si schiera contro l’iniziativa alla quale in Italia hanno aderito 168 accademici: “Il sapere non è mai neutrale, ma l’operazione è così feroce da far pensare e a un vero e proprio antisemitismo mascherato dalla retorica antisionista”

“E’ un’azione inutile, perché non giova nemmeno ai palestinesi. E ingiustificata, perché, se così facessimo, ci sarebbero ben pochi paesi che non finirebbero sotto questo tipo di boicottaggio. Penso che sul lungo periodo possa avere conseguenze negative sul mondo della ricerca“, parola di Giulio Giorello, filosofo e matematico di fama mondiale che boccia senza appello l’iniziativa messa a punto dalla campagna per il boicottaggio accademico e culturale d’Israele (Pacbi), declinazione del Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni (Bds), il movimento non violento nato dalla società civile palestinese nel 2005 a cui nel nostro paese hanno aderito numerosi accademici .

Il Bds mette a tema l’uso che facciamo della scienza all’interno di un conflitto, quindi, la presunta “neutralità della scienza”.

Mi guarderei bene dal dire che la scienza sia neutrale. Abbiamo già dimenticato la lezione di Giordano Bruno o di Galilei? Pensiamo alla coraggiosa lotta di Charles Darwin nelle scienze del vivente contro le menzogne dell’establishment, che voleva servirsi della nuova biologia per giustificare concezioni razzistiche che, come Darwin mostrò, non avevano alcun fondamento scientifico.

Il Bds chiede una presa di distanza da una ricerca organica alla politica israeliana di colonizzazione. Come riformula l’idea di “responsabilità sociale degli scienziati” in questo contesto?

Prendo atto che l’iniziativa di cui stiamo parlando non coinvolge la scienza in quanto tale, ma solo indirettamente. Gli scienziati non devono rinunciare ad ascoltare la loro coscienza. C’è poi il contesto sociale in cui “si prende posizione”, dal pubblico generico alla grande stampa. E qui bisogna aver molta prudenza nell’indicare presunti “colpevoli”. L’estensione della colpa alle istituzioni scientifiche a Israele è così feroce da farci pensare a un vero e proprio antisemitismo mascherato dalla retorica antisionista. La cosa è stata denunciata da Pierluigi Battista in un articolo sul Corriere della Sera in questi giorni. Inoltre, toccare le istituzioni scientifiche, sul lungo periodo comporterebbe un’arbitraria restrizione di qualunque libertà di ricerca.

Il boicottaggio colpisce le istituzioni, non le relazioni tra i docenti.

Resta il fatto che, attaccando in quel modo le istituzioni si evidenzia un bando dell’intera cultura d’Israele, come Battista non manca di sottolineare. Il che mi pare inaccettabile.

L’accusa di antisemitismo al Bds sarebbe appropriata?

Non do giudizi generali di valore. Mi limito a dire che il rischio dell’antisemitismo è sempre presente. E che un attacco unilaterale contro Israele è un sintomo del deteriorarsi del dibattito in quelle che Popper definiva “società aperte”.

II sapere scientifico è un valore assoluto o conosce dei limiti?

Mi guardo bene dal fare della ricerca un valore assoluto, valore non negoziabile con metodi democratici. La conquista della relatività di tutte le nostre conoscenze è un grande successo del pensiero critico: la scienza non è mai “assoluta”. La libertà di ricerca è la condizione perché questo “gioco della scienza” possa continuare.

Ha definito il Bds inutile e ingiustificato, ma sono decenni che la comunità internazionale rimane inerte di fronte alla colonizzazione delle terre palestinesi. Che alternativa propone?

La denuncia delle violazioni dei diritti civili è una buona alternativa, specie nelle zone occupate dalle Forze armate. E proporrei anche una critica delle politiche, compresi gli aspetti militari, molto più specifica.

E cioè?

In quale paese avanzato un politecnico non è in qualche modo implicato nelle richieste che possono venire dall’Esercito? Uno dei nodi della questione è la colonizzazione israeliana di terre palestinesi. È qui che si deve dare ampio risalto alle proteste di chi viene espropriato del proprio paese. Ma la formulazione di appelli generici è solo una rabbiosa manifestazione di odio per qualunque dialogo tra le parti in causa.

Odio in che senso?

Vedo continuamente Israele messo sotto accusa, mentre su altre questioni cala tranquillamente il silenzio. Quante volte ho visto miei scrupolosissimi colleghi britannici, per esempio, prendersela con Israele e non aprire bocca contro le palesi violazioni dei diritti umani compiute dalle truppe britanniche nella cosiddetta Irlanda del nord?

Eppure il Bds è sostenuto da una parte di studiosi israeliani: “non lasciateci soli”.

Lo sdegno può essere molto forte, ma, se stiamo parlando di razionalità politica, le cose sono diverse. Questa azione inadeguata e inconsulta fa nascere il sospetto di un persistente anti-ebraismo della sinistra italiana, europea e anche statunitense.

La politica in tutto ciò sembra latitare.

Mi limito a constatare come quella che una volta si chiamava una politica appassionata oggi sia piuttosto assopita. Dubito che iniziative del genere la risveglino; siamo lontani dalla politica di grande respiro che al loro tempo veniva auspicata da figure come Einstein o Oppenheimer.

Negli Usa il Bds ha portato il discorso dentro le accademie. Da noi, la critica a Israele è tabù. Perché?

Non mi pare. Una certa parte della sinistra non perde occasione di prendersela con Israele, mescolando questi attacchi all’antisemitismo più o meno latente dei gruppi di estrema destra.

In Italia co-fondatore del Bds Omar Barghouti ha avuto visibilità nulla. Eppure negli Usa scrive regolarmente sul NYT e sul Globe. Come si spiega?

Nel nostro Paese c’è una certa sordità sui grandi temi internazionali e un’eccessiva insistenza sui fatti locali. Questo ha due conseguenze negative: una è che si spegne l’interesse per le grandi questioni del Pianeta; l’altra è che il concentrarsi sulla mediocrità della scena politica italiana genera stanchezza e un senso di fastidio nei confronti di qualsiasi discussione politica, giusta o sbagliata che sia.