16 Ottobre 2013

Intervista al vescovo Semeraro sui tradizionalisti lefebvriani

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Fonte:

Corriere della Sera

Autore:

Gian Guido Vecchi

«I Lefebvriani non fanno parte della Chiesa»

CITTÀ DEL VATICANO «Mi dispiace se è capitato che il dissenso sia stato espresso anche in modo violento o con offese, così si aggiunge sofferenza a sofferenza. Tuttavia la reazione e lo scandalo della popolazione di Albano erano prevedibili. E dimostrano quanto fosse nel giusto il Vicariato di Roma quando ha escluso esequie pubbliche proponendo una preghiera privata e discreta che è stata rifiutata…». Monsignor Marcello Semeraro, 65 anni, è il vescovo di Albano e una delle persone più vicine a Francesco. Il Papa lo ha nominato segretario del suo «G8», il Consiglio di otto cardinali. Già docente di ecclesiologia alla Lateranense, è appena rientrato a casa. Fuori c’è il caos. «I lefebvriani hanno una sede qui ad Albano dai tempi dello scisma. Io non sapevo nulla dei funerali, la loro comunità non dipende da me: non è la Chiesa Cattolica».

Eccellenza, dopo la revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani c’è molta confusione. Nel 2009 Benedetto XVI volle tendere la mano alla Fraternità San Pio X, perché rientrasse nella Chiesa. Tre anni di discussione sono finiti al punto di partenza: rifiutano il Concilio e tutto ciò che è accaduto dopo. La trattativa è fallita. E ora?

«La situazione resta la stessa di prima. Non sono in comunione con la Chiesa cattolica. C’è stata la revoca delle scomuniche ma lo stesso Benedetto XVI aveva chiarito che non per questo mutava lo statuto canonico della Fraternità. Poiché non sono in comunione con il successore di Pietro, i loro atti erano e rimangono illegittimi, come resta la sospensione a divinis».

Dice che ciò che è accaduto dimostra che il Vicariato aveva ragione…

«È evidente. Si parlava di “pubblico scandalo” ed è ciò che è avvenuto. Il Vicariato non ha escluso la preghiera di suffragio, in forma discreta e privata, per invocare la misericordia del Signore. La preghiera non si nega a nessuno, è un atto cristiano. Ma la legge canonica proibisce il funerale, che è un atto liturgico pubblico, ai peccatori “manifesti” che non abbiano dato segni di pentimento e là dove questo è motivo di scandalo per i fedeli. La proibizione è legata a eventi pubblici e notori…».

Cioè la responsabilità del capitano delle SS nella morte di 335 persone alle Fosse Ardeatine, la negazione della Shoah, la rivendicazione dei propri atti fino all’ultimo? «Certo. Pubblico è notorio è il delitto, pubblica e notoria è la mancata conversione, pubblico e notorio è lo scandalo che suscita nella comunità cristiana. È già accaduto: in alcune diocesi del Sud Italia i vescovi hanno proibito le esequie là dove è evidente e nota la responsabilità nei delitti di mafia e l’assenza di pentimento».

I lefebvriani non la pensano così…

«La proibizione delle esequie per “pubblico scandalo” c’era anche nel Codice di Pio X, che dovrebbero conoscere. Nelle loro valutazioni, evidentemente, ritengono che Priebke non abbia commesso un delitto e che non avesse nulla di cui pentirsi. Si vede che certe posizioni negazioniste, come quella del vescovo Williamson, non erano poi così isolate».

Il vescovo Fellay, superiore dei lefebvriani, ha detto che Francesco è «un modernista» e seguirlo «metterebbe in pericolo la nostra fede».

«La Chiesa cerca sempre la riconciliazione. Ma queste non sono parole di un bimbo, non si possono prendere alla leggera. Sono dichiarazioni molto gravi, offensive e ingiuste».