31 Ottobre 2010

Il negazionismo partecipe di una “crisi ermeneutica generalizzata”

MarcBloch

Fonte:

Il Sole24Ore

Autore:

Sergio Luzzatto

La neo-ignoranza è un digital divide

La crescente difficoltà a distinguere il vero dal falso pone interrogativi sull’utilizzo della rete come fonte certa, unica e credibile. Manipolazioni

Le recenti polemiche sul negazionismo hanno suscitato un effetto stucchevole di déjà vu. Già visto il protagonista in negativo, un oscuro docente dell’Università di Teramo che soltanto attraverso pseudo-lezioni sulla Shoah si è conquistato il suo angolino di visibilità Già vista una corporazione accademica pronta a indignarsi a buon mercato, dopo avere scambiato con il docente di Teramo fin troppe prebende culturali e scientifiche. Già visti i politici indignati a orologeria: sempre più sensibili all’avvicinarsi dell’appuntamento annuale con il Giorno della Memoria (27 gennaio), poi sempre meno fino alla scadenza dell’anno successivo.

Anche gli intellettuali hanno faticato a trovare parole nuove per descrivere il vino vecchio. Si sono dette e si sono lette le solite cose sull’inopportunità di sanzionare attraverso leggi una verità di Stato sulla Shoah. Si sono distribuite le solite raccomandazioni sulla necessità di chiudere i siti che alimentano l’odio razziale in rete. Si sono intonate le solite geremiadi sulla mala pianta dell’antisemitismo da estirpare con un’opera paziente di educazione. Si sono indicati i nomi dei soliti maestri venerabili (Primo Levi, Pierre Vidal-Naquet) come quelli di coloro che ancora ovvi possono spiegarci il fenomeno del negazionismo. Tutto già visto, tutto già detto, tutto già letto.

Meglio si sarebbe fatto ad allontanarsi dall’oggetto specifico per guardare al contesto generale: al rapporto che la società di oggi intrattiene con il vero e con il falso. Lungi dal risolversi in un déjà vu, la riflessione sul negazionismo dovrebbe uscire dal recinto entro cui viene confinata da decenni (la sempreverde tentazione di trasformare gli ebrei in capri espiatori, la sempreverde ostilità verso Israele eccetera) per allargarsi a un problema molto più ampio e almeno altrettanto grave:la difficoltà crescente che tutti noi proviamo nel distinguere il vero dal falso, il genuino dal taroccato, il vero dal verosimile, il falso dal “falsosimile”.

Come pensare che le fortune odierne del negazionismo non incrocino le fortune della fabbricazione di bufale in rete? Le cronache internazionali debordano ormai di storie sulle vittime della falsificabilità del reale nel mondo virtuale. Beninteso, si tratta di vittime assai meno tragiche di quelle della Soluzione finale: ma colpisce che si tratti spesso di vittime culturalmente non sprovvedute. L’ultimo caso in Francia: un rispettato giornalista di una rispettabile emittente televisiva che mette involontariamente a disagio la stella nascente degli ecologisti francesi, Cécile Duflot, presentandole come vera una fantomatica intervista a un professore cinese di economia secondo cui gli europei sarebbero votati alla rovina poiché si preoccupano ormai solo del calcio… Intervista-bidone che circolava da mesi online, minuscolo tassello nel grande mosaico – insieme reale e virtuale – del “sorpasso cinese” (o, per dirla all’antica, del “pericolo giallo”).

Il medievista Marc Bloch, forse il massimo storico del Novecento, scrisse quasi un secolo fa un saggio acutissimo sulle false notizie di guerra: le notizie generalmente allarmanti, più raramente rassicuranti che la Grande Guerra aveva prodotto intorno a lui, ufficiale dell’esercito francese, e che rimandavano a una vicenda millenaria di voci, imposture, leggende. In quel saggio Bloch dimostrava che le notizie false meritano attenzione come le vere, perché testimoniano di credenze diffuse, di mentalità collettive. E perché rivelano le paure profonde della società che le fabbrica, che le accoglie, che le moltiplica.

Oggi, Marc Bloch sarebbe un formidabile storico del web. Ragionerebbe da par suo sopra le false notizie che la rete produce, intrattiene, diffonde ai quattro angoli del pianeta. Una per tutte: la falsa notizia di Barack Obama musulmano. Secondo le ultime statistiche, il 18 per cento di americani ritiene che il presidente degli Stati Uniti sia effettivamente di confessione islamica (erano l’11 per cento un anno e mezzo fa), mentre il 27 per cento dubita che Obama sia nato (come dichiara) alle isole Hawaii: laddove se fosse stato partorito fuori dai confini degli Stati Uniti, il presidente abuserebbe di un titolo che la Costituzione americana riserva ai cittadini nati sul suolo nazionale.

La credulità di tanti americani nella favola di Obama musulmano riflette, evidentemente, ossessioni antiche e paure nuove: l’antica ossessione del male che può venire dagli uomini con la pelle scura; la paura nuova, post 11 settembre, del male che può venire anche oltreoceano dagli uomini che riconoscono in Maometto il loro profeta. Né è bastato all’allora candidato presidente, per contenere il diffondersi della leggenda, rendere pubblica fin dal giugno 2oo8 una copia digitale del suo certificato di nascita. Ma se neppure la scansione di un certificato di nascita vale oggi a convincere decine di milioni di americani che Barack Obama è davvero nato alle Hawaii, come stupirsi che la rete alimenti l’una o l’altra bufala sull’inesistenza delle camere a gas di Auschwitz, o sottolinei l’inesistenza (vera) di un ordine scritto di Hitler relativo alla Soluzione finale?

Le attuali fortune del negazionismo partecipano di una crisi ermeneutica generalizzata, della quale soprattutto meriterebbe discutere: e tanto più in quanto tale crisi investe frontalmente le nuove generazioni. Oggi, chiunque sia insegnante – dalle scuole medie all’università – sa che i ragazzi hanno un unico criterio di verità: «L’ho trovato su internet!». Oggi, il digital divide non separa soltanto chi ha accesso a internet da chi non ce l’ha: separa una generazione (la nostra) che ancora si è formata, bene o male, sulla forma-libro e sulla critica dei testi, da una generazione (quella dei nostri figli) il cui nativismo digitale significa un’impreparazione spesso totale rispetto alle insidie conoscitive della rete: si tratti della Shoah o di Obama o del professore cinese di economia.

In Germania, si ragiona da tempo dell’opportunità di includere internet fra le materie scolastiche. Internet come cosa diversa dall’informatica: un’epistemologia in se stessa, che i ragazzi devono imparare a conoscere prima ancora che a usare. Ragioniamone anche in Italia. Ragioniamo della necessità di insegnare ai ragazzi come avvicinarsi alla rete con il lume della critica. Imparando a distinguere un sito dall’altro così come noi, nel “medioevo” cartaceo, sapevamo distinguere un editore dall’altro o un autore dall’altro. E imparando a decrittare – con gli strumenti di un’indispensabile filologia del web – una fonte che prova qualcosa da una fonte che non prova nulla. Chissà che ciò non valga a sradicare la mala pianta dell’antisemitismo molto più di qualche assurda leggina sulla verità storica di Stato.