7 Maggio 2017

Discorsi della destra radicale francese

ClaudioVercelli

Fonte:

Moked.it

Autore:

Claudio Vercelli

Il sintomo e la malattia

Questa sera sapremo chi ha vinto il ballottaggio per le presidenziali francesi. Quale sia lo stile dei due candidati lo si è desunto dal confronto televisivo di mercoledì scorso, quando una Marine Le Pen, spesso a corto di argomenti che non fossero gli slogan “antimondialisti”, ha ripetutamente cercato di condizionare il suo avversario Emmanuel Macron portando la discussione, infervorata in non pochi passaggi, sul piano strettamente personale. Un esempio? La chiusa, inelegante e sgraziata, di tal genere: «D’accord, d’accord, d’accord, d’accord. J’espère qu’on n’apprendra pas que vous avez un compte caché aux Bahamas».Si tratta di attacchi che se da un lato dovevano servire a screditare, o comunque a ridurre, la credibilità di Macron dinanzi ai telespettatori, dall’altro funzionavano adeguatamente da cortina fumogena per coprire il vuoto di politica dietro ad una coltre di parole fini a se stesse. Il registro ripetuto ossessivamente era quello che intendeva ridurre Macron ad un esponente delle odiate élite globali («Vous n’avez pas d’esprit national, ne défendez pas l’intérêt supérieur de la nation mais des intérêts privés»), quelle che starebbero cannibalizzando i “territori”, della cui rappresentanza il neolepenismo familista dei Le Pen si candida invece ad essere l’alfiere (rifacendosi al motto da tutti comprensibile e sottoscrivibile: «rendre l’argent aux Français»). Oltre allo stile e alle tonalità impressionava l’evidente volontà di acquistare un po’ di spazio evitando di entrare nel merito di molti dei temi spinosi che invece si accompagnano alle elezioni di quest’anno, non solo in Francia. A partire dalla crisi dell’Unione Europa, punto di partenza e di arrivo di molti discorsi, non solo a Parigi. Le questioni che tali passaggi elettorali stanno sollevando sono, d’altro canto, molteplici e, inevitabilmente, si ripeteranno nelle prossime tornate elettorali, a partire da quella tedesca. Un punto di osservazione rilevante – e quindi di valutazione nel merito – è quello che prende in considerazione la capacità che una parte delle destre radicali europee (evidentemente diversificatesi dal loro stesso passato, altrimenti depositario esclusivo del retaggio fascista), sta manifestando nel cercare di raccogliere e rappresentare una parte del diffuso disagio sociale. Quando ciò avviene, il rigetto del “neoliberalismo mondialista”, assunto da esse come oramai esclusiva piattaforma di autovalorizzazione, diventa neonazionalismo e critica al liberalismo in quanto tale. Quindi, il più delle volte, alla democrazia tout court. Il tutto, condito dal presentarsi come “pensiero non conforme”, per sedurre il pubblico dando a temi vecchi una patina di assoluta originalità. Rimane il fatto che partiti nati in origine come espressione di una concezione del potere inteso in quanto blocco di interessi, da preservare e tutelare a prescindere, abbiano invece oggi rivestito i panni del movimentismo, dell’antagonismo allo stato di cose esistente, nel nome di una collettività intesa come un insieme di individui indistinguibili. Non a caso, quindi, molta attenzione è posta da questi al tema dell’identità come vera e propria ossessione alla quale piegare qualsiasi altro discorso. Si tratta della restaurazione di una concezione della politica fondata sulla «sovranità del popolo» e della «nazione». L’una e l’altra, tuttavia, intese come il superamento degli ordinamenti democratici in quanto tali, sempre più spesso presentati come dei ferrivecchi, farraginosi strumenti del passato se non pericolosi veicoli della colonizzazione della vita e dei sentimenti da parte di un «pensiero unico» di cui le leadership dell’internazionalismo capitalistico sarebbero le beneficiarie esclusive. Questo genere di visione delle cose, a tratti quasi al limite del parodistico ma senz’altro capace di attrarre non pochi consensi, presenta molti effetti di ritorno. Ad esempio, sul piano del comune sentire implica il riposizionamento dei legami sociali, il loro nuovo radicamento in un determinato territorio ma anche il vivere il rapporto con gli omologhi come un destino tanto ineluttabile quanto imprescindibile, come tale da considerare in quanto unico orizzonte possibile della propria esistenza. È come se ci si dicesse: “cerco quelli che considero identici a me stesso poiché il resto lo sento e lo percepisco come un rischio intollerabile”. Il pluralismo delle appartenenze è quindi rifiutato aprioristicamente. La modernità è vissuta, ancora una volta, come una minaccia che avanza e distrugge le persone, sostituendo all’umano la dimensione dell’artificiale e dell’artificioso. Da ciò deriva il comunitarismo di ritorno: con accenti a tratti quasi melodrammatici il «suolo», in quanto istanza generativa di identità e tradizione, viene contrapposto alla «tecnica»; è enfatizzato il valore della lentezza in contrapposizione alla velocità delle transazioni, soprattutto di quelle finanziarie; è identificata la prossimità nelle relazioni interpersonali come indice di schiettezza morale; si stabilisce un’affinità tra le persone in base ai vincoli di reciprocità etno-culturale e non al contratto e alle intermediazioni, altrimenti garantite dal diritto; si rimanda all’“autenticità”, che è tale sempre e comunque solo se considerata come tradita e quindi perduta (la famosa “crisi dei valori”, venuti meno e come tali da ritrovare attraverso un’opera collettiva di risanamento della società, identificando chi può fare parte di quest’ultima a pieno titolo e chi invece no); si accentua poi il ruolo delle emozioni come fonte sorgiva della comunità politica (l’immediatezza, la “spontaneità”, ancora una volta la naturalità di contro alla distanza, alla mediazione, alla ragione e al calcolo, freddi strumenti di una borghesia eurocratica). Già da questo primo novero di temi, il lettore attento non avrà difficoltà a ritrovare alcuni lineamenti di fondo della vecchia e mai tramontata «rivoluzione conservatrice», il vero filo nero dell’intelligenza fascista nel Novecento europeo. E tuttavia il catalogo non si esaurisce con questi accenni. Fondamentale, ad esempio, è il discorso sul «panico identitario», un’espressione che nel dibattito francese è entrata in gioco con forza, la quale nasce dal bisogno che molti elettori vivono di ridefinirsi in rapporto agli impatti dei processi migratori. Si tratta di una sorta di dinamica degli specchi: la percezione che gli “altri” siano un fronte unito, minaccioso, induce a riflettere sulla propria condizione presente, sempre più spesso intesa come uno stato di miseria che nasce dal non identificarsi in una dimensione intersoggettiva. La nozione di «popolo» si rigenera alla luce di questo riscontro che si fa paura: cosa sarà della mia individualità se, come collettività, non saremo capaci di diventare di nuovo qualcosa insieme? Marine Le Pen ha usato molto questo tema, concorrendo a trasformare l’idea di cittadinanza repubblicana nel fantasma di un vincolo etnico. Non di meno, come qualcuno ha avuto modo di rilevare: «le rivendicazioni identitarie degli uni spingono altri a cercare di ri-radicarsi in una data identità, come accade ogni volta che un’entità politica opera un qualche riposizionamento e le altre si sentono spinte, a causa del timore di restare isolate e senza appoggi, a ripiegare su principi che ritengono fondamentali». È questa la condizione per cui non solo gli individui ma una comunità politica si spostano sempre di più sul piano inclinato dettato da chi ha il controllo della costruzione di immagini angoscianti del presente. È la condizione, per essere chiari, per la quale ciò che resta di una sinistra senza spirito e priva di corpo si fa dettare l’agenda dalla “vecchia-nuova” destra espressamente illiberale. Un paradosso che non nasce solo dall’inanità culturale della prima ma soprattutto dall’inconsistenza del “liberalismo” del quale si ritiene depositaria. È proprio quest’ultimo elemento ad alimentare, come se si trattasse di una sorta di risarcimento, i fantasmi miracolosi di un ritorno ad un passato edenico, che si dice perduto. Ne deriva, come conseguenza prevedibile, l’insistenza sui «valori» e sulla restaurazione della morale. Lo scambio conflittuale che viene proposto è quello di «rimoralizzare spazi senza regole» di contro alla minaccia anomica. Da prepotente cornice a questo stato di cose si pone la violenza terroristica, che ha ad obiettivo «di obbligare ognuno a piegarsi sulla propria comunità, a scegliere il suo campo». Il nesso logico è questo: perdita del controllo del territorio e diffusione della mancanza di regole; reazione attraverso l’appello alla ricostruzione di una morale altrimenti oltraggiata; identificazione degli individui attraverso la loro appartenenza comunitaria; saldatura tra comunità e morale; crisi e superamento della democrazia e della cittadinanza inclusiva. Non è una sequenza ineluttabile ma uno scenario possibile, laddove delinea uno sbocco al disagio serpeggiante. Più che a dettare una precisa agenda, quindi, la destra radicalizzata europea fornisce il lessico del disagio in corso, dando una forma a ciò che, altrimenti, rischia di rimanere allo stato di banale sensazione. Per questo sta costruendo una sua egemonia culturale, spostando su di sé l’asse dell’attenzione di una parte della società che, sentendosi sempre più posta ai margini e sempre meno rappresentata, dinanzi all’imperativo del “non c’è alternativa allo stato di cose esistente”, registra in esso il suggello della sua non essenzialità. Ciò che la destra radicale, identitaria e sovranista, va quindi facendo, più che un’opera di tradizionale ideologizzazione, secondo i canoni abituali dell’appartenenza politica, è semmai quella di un “riconoscimento” dello stato di abbandono in cui versano gli esclusi, ossia quanti hanno perso o stanno perdendo lo status di cui sono stati depositari. Il suo ruolo, in altre parole, è di dare voce ad essi, sia pure usando il proprio lessico, dove si coniugano termini chiave come «identità», «straniero», «invasione e minaccia», «popolo e morale» (soprattutto nel senso di una ipotetica rottura dell’ordine naturale e della funzione della politica come strumento per ripristinarlo), «élite e popolo» (ovvero della lotta dal basso contro l’alto), quindi «prossimità e distanza» ed ancora «autenticità e artificiosità» (alla ricerca delle radici perdute del legame sociale) ma anche «Europa e antieuropeismo». Due sono le sintesi possibili di questo insieme di elementi che stanno nell’agenda della contemporaneità: ciò che viene identificata come una sindrome, politicamente profittevole, di «panico identitario» (la paura di non sapere più chi e cosa si è divenuti, affidando quindi ai partiti e ai movimenti più aggressivi e radicali il compito di offrire delle risposte rassicuranti) e, sull’altro versante, il sogno idealizzato e illusorio – che si fa incubo nei fatti – di fermare il mutamento garantendo la fissità dei ruoli e la cristallizzazione delle identità collettive. Non è una dinamica nuova. Storicamente, nei momenti di profonda trasformazione, si ripresenta. Con essa, la ricerca di una qualche responsabilità, che quasi sempre viene attribuita a una minoranza interna. Se ne può stare certi. Poiché il neolepenismo non è una malattia bensì il suo sintomo più evidente. Può anche conoscere un periodo di relativa quiete ma non per questo il problema, di cui è solo la punta dell’iceberg, si risolverà da sé.