17 Febbraio 2015

Antologia di articoli dedicati alle conseguenze dell’attentato antisemita di Copenhagen

copenhagen

Fonte:

Il Corriere della Sera - Il Foglio – la Gazzetta del Mezzogiorno - la Repubblica – Il Secolo XIX

La paura degli ebrei di Danimarca

«Avevamo chiesto aiuto più volte

Ci hanno detto di stare tranquilli»

Copenhagen Barak Tzfanya, comunità ebraica di Copenhagen, non è tipo da ingoiare un rospo senza fiatare. Quando gli sembra che qualcosa non funzioni si mette al computer e scrive email ai sui possibili interlocutori, quasi sempre politici. Il ministro della Giustizia, per esempio, oppure quello dell’Integrazione, dell’Educazione, ma anche la polizia e l’ombudsman, figura istituzionale che ricorda il nostro difensore civico.

«In questi ultimi due anni ho scritto lettere su lettere per spiegare a tutti che noi ebrei non ci sentiamo al sicuro, che abbiamo paura e che certi comportamenti e certe parole portano odio», dice Barak davanti al tappeto di fiori che cresce sempre più lungo il muretto della sinagoga, ultimo scorcio di mondo visto dagli occhi di Dan Uzan, ebreo ucciso nella notte fra sabato e domenica dal fanatismo di Omar el Hussein.

Barak si muove incerto su una stampella, è furente. «Mi hanno risposto cose tipo: non abbiamo segnali preoccupanti, un attentato è solo ipotetico. Oppure: grazie, prendiamo nota. Sono anche andato alla polizia di persona dopo l’attacco alla scuola dei nostri bambini, l’estate scorsa. E ancora una volta hanno sottovalutato quello che dicevo. “Passeremo spesso a fare controlli”, hanno promesso. Adesso forse hanno capito tutti che il mio non era allarmismo…».

Lui lo chiama «attacco», appunto. Quella volta, alla scuola ebraica, non c’era nessuno. È stato di notte, qualcuno ha rotto la recinzione, i vetri, ha mes so tutto sottosopra e il mattino dopo — racconta lui — i nostri bambini si sono ritrovati davanti all’ennesimo scenario di distruzione dettato dall’odio». Barak scrisse al ministro dell’integrazione: «Caro ministro Manu Sareen, la scena me ne ricorda altre, l’odio è lo stesso. Trovateli e teneteli dentro il più a lungo possibile».

Può anche darsi che Barak Tzfanya sia un grafomane ma oggi la sua preoccupazione è un pensiero comune per la comunità ebraica della città. «Ci sentiamo vulnerabili, sì», dice Carina («il cognome no perché non si sa mai») mentre piange abbracciata al suo amico Michael, ebreo pure lui. Dan era un loro amico, si vedevano tutti i giorni e sabato, dopo II primo attacco al centro culturale, avevano immaginato di essere un possibile bersaglio, ovvio. «Ma c’era la polizia ovunque ci credevamo al sicuro», spiega lei. Lui, Michael, pensa ai suoi due bambini piccoli: «Come faccio a stare tranquillo quando li lascio a scuola al mattino?». Ogni parola un pausa di lacrime. «Forse in questi ultimi mesi è stato sottovalutato il rischio. Soprattutto dopo Charlie Hebdo… è evidente che le misure di sicurezza prese finora non possono più bastare».

Bent Melchior, classe 1929, l’ex rabbino capo della Danimarca. Ieri mattina è arrivato davanti alla sinagoga a stringere mani, a chinare iI capo davanti a bandiere e disegni con la stella di David. Adesso avete paura?, si sente chiedere mentre guarda un ragazzino che lascia per terra l’ennesimo mazzetto di fiori. «Mai», risponde d’impeto. E’ uno dei pochissimi che si rifiuta perfino di immaginare una vita vissuta nella paura. «Guardi qui», e muove la mano verso la distesa di fiori, «guardi quanti amici abbiamo…siamo terribilmente scossi, questo sì, ma non possiamo passare le nostre giornate a essere spaventati da tutto, perché noi viviamo in pace e la paura non va d’accordo con la pace». Si ferma meno di un’ora, quest’uomo che si allontana lento e curvo dalla scena, «deve scusarmi ma ora devo andare dai genitori di Dan, li conosco da prima che quel ragazzo nascesse, vorrei tanto abbracciarli».

Giusi Fasano