L’antisemitismo

ANTISEMITISMO. Pregiudizio e odio nei confronti degli ebrei e dell’ebraismo, dal greco ντ = anti, e Σημ = Semita .

Il termine, improprio in quanto sono semiti anche altri popoli, fu coniato nel 1879, dal giornalista ed agitatore tedesco Wilhelm Marr, per definire la propaganda antiebraica allora diffusa in Europa, e nel tentativo di trovare un modo di definire gli ebrei che non fosse basato sulla religione.

In breve tempo antisemitismo è subito diventato di uso comune come un lemma atto ad indicare tutte le forme di ostilità verso gli ebrei che si sono manifestate nel corso della storia.

Ostilità antiebraica nella storia

Indice

I termini dell’ostilità antiebraica

Per indicare e concettualizzare storicamente l’intermittente ostilità antiebraica si usa abitualmente il sintetico ma anacronistico termine antisemitismo. Nonostante ciò, accertato che le numerose manifestazioni ostili (ideologiche o concrete) lungo i secoli non sono state tutte dello stesso tipo, e che per di più hanno avuto origine in epoche diverse, in contesti culturali, religiosi, psicologici, economici e socio-politici difformi, in società non omogenee per quanto concerne vita materiale e cultural-religiosa, per indicarle è più appropriata una terminologia articolata che, in qualche modo, marchi le differenze del loro significato sociale: possiamo allora parlare, a grandi linee, di antiebraismo nazional-religioso egiziano, antiebraismo ellenistico-romano, di antigiudaismo teologico cristiano, di antiebraismo politico-religioso islamico; a partire dall’Ottocento, in un contesto che vede la progressiva emancipazione degli ebrei, per le ideologie e le azioni a loro ostili si usa antisemitismo, e antisemitismo razzista (o razzismo antisemita) per il sistema di idee e le manifestazioni contro gli ebrei in quanto valutati membri della “razza ebraica o semita”. A volte i sentimenti antiebraici irrazionali e immotivati, quali il timore eccessivo, la ripugnanza e il forte odio, sono etichettati col più generico ebreofobia (giudeofobia).

Una precisazione per quanto concerne i rapporti fra ebrei e i popoli in mezzo ai quali essi vivono: si presta attenzione non solo alle persecuzioni e ai persecutori, alle loro ideologie e alle loro presumibili motivazioni, ma anche agli atteggiamenti ostili degli ebrei e ai loro comportamenti ideologici nei confronti degli altri popoli.

Antiebraismo nazional-religioso nell’antico Egitto

Primi pregiudizi – Le prime manifestazioni ideologiche di ostilità antiebraica nel mondo antico hanno origine nell’Egitto faraonico – in cui predomina il sospetto per tutti i gruppi tribali provenienti dall’Asia – in seguito all’esodo degli ebrei. I sacerdoti egizi, depositari e difensori delle memorie religiose, storiche, culturali e dell’identità nazionale, per reazione alla minaccia rappresentata dalla traduzione in greco del racconto biblico dell’Esodo nei confronti delle virtù politico-religiose attribuite al Faraone elaborano un mito antiebraico. Il ruolo umiliante che il racconto biblico fa svolgere al Faraone – garante e difensore dei più alti valori su cui si regge il paese – e agli dèi del paese viene contrastato con una versione “revisionista”; il racconto ebraico dell’uscita degli ebrei dall’Egitto è capovolto, le loro origini sono dipinte con immagini infamanti: popolo-feccia afflitto da malattie e tare fisiche e mentali. Questo racconto è perduto e noi ne conosciamo in parte il contenuto solo tramite alcune testimonianze letterarie successive. Un esempio lo troviamo nella cosiddetta “Storia degli impuri”: un racconto xenofobo che più tardi, in età ellenistica, viene inserito in alcune opere storiche. I proto-pregiudizi infamanti, prodotto dell’ostilità ideologica scaturita dall’opposizione fra due identità nazional-religiose che cercano di delegittimarsi reciprocamente, diventano più tardi la base sulla quale cresce la tradizione letteraria antiebraica greco-ellenistica e romana.

Primo conflitto – Il primo episodio di ostilità antiebraica cruenta storicamente documentato avviene nel cuore dell’Egitto faraonico (410 a.e.v.), a Elefantina (odierna Assuan), contro una guarnigione militare ebraica, al tempo della dominazione persiana. La popolazione egiziana aizzata da sacerdoti distrugge il locale tempio degli ebrei. Si tratta di un’azione scatenata sicuramente da motivi religiosi: nel loro tempio gli ebrei sacrificano degli animali che per gli egiziani sono invece sacri. Il fatto, inoltre, si verifica in un contesto politico di forte risentimento nazionalistico antipersiano, perché gli ebrei sono al soldo degli odiati dominatori.

Antiebraismo ellenistico-romano

Conflitti identitari, politici, sociali, culturali, religiosi e nazionali nel mondo ellenistico – I sovrani persiani e, dopo di loro, i sovrani ellenistici (Egitto, Siria ecc.) considerano utili e leali le minoranze ebraiche presenti nei loro regni (numerosi ebrei sono sollecitati a trasferirsi nelle nuove città fondate da Alessandro e, in seguito, dai Diadochi; molti militano nei loro eserciti), ma il successivo espansionismo romano nei regni ellenistici muta progressivamente le relazioni fra gli ebrei e i loro vicini. Dal II sec. a.e.v., scontri intercomunitari politico-sociali e rivalità cultural-religiose, complicati da sentimenti filo o antiromani, alimentano la forte rivalità fra i diversi gruppi nazionali nell’area siro-giudaica e, più tardi, nella città di Alessandria. Gli ebrei, comunque, non appaiono quasi mai deboli e impotenti e dispongono di un considerevole potere politico, recepito spesso dagli altri come minaccioso.

Violenze antigiudaiche nell’area siro-giudaica – Gli ebrei di Giudea, provincia del regno di Siria, sotto il dominio del re Antioco IV Epifane (175-164 a.e.v.), subiscono una persecuzione religiosa. Il sovrano per frenare la disintegrazione del regno e opporsi all’imperialismo di Roma impone, con l’appoggio di gran parte del gruppo dirigente di Gerusalemme, l’ellenizzazione del culto giudaico; ne consegue la ventennale rivolta degli Asmonei-Maccabei che porta all’indipendenza della Giudea (142 a.e.v), alleata-satellite dei romani. Il conflitto politico-religioso scatenato da Antioco ha ricadute negative sui rapporti fra gli ebrei e una parte dei non ebrei delle città ellenistiche della Giudea e della Siria. Dopo la successiva nascita del regno di Giudea si intensifica la diffusione di odi e di pregiudizi a causa dell’espansionismo militare, territoriale e religioso del nuovo regno ebraico a scapito di alcune città ellenistiche. Nelle città a maggioranza ebraica o gentile della zona gli attriti fra le due comunità diventano endemici e a volte sfociano, come accade più tardi, al tempo della prima guerra di indipendenza della Giudea da Roma (66-73), in reciproci scontri sanguinosi, quasi sempre attivate da sobillatori. Gli scoppi di violenze evidenziano un forte astio antiebraico di una parte della popolazione gentile, comunque sempre ricambiato dagli ebrei; non sono però sentimenti generalizzati perché moltissimi gentili sono filogiudei e numerosi si convertono al giudaismo.

Gli stereotipi antiebraici di alcuni scrittori greco-ellenisti – L’avversione antiebraica espressa da alcuni intellettuali greco-ellenisti con accuse di asocialità, xenofobia, culto barbaro e sanguinario, sterilità culturale ecc. va valutata all’interno del complesso conflitto fra gruppi sociali in contrasto a causa di conflitti politici, sociali, cultural-religiosi. Gli stereotipi negativi sul popolo ebraico non sono inediti; in epoche diverse, accuse di crimini orribili più o meno simili sono rivolte dagli egiziani ai persiani, dai romani agli egiziani; anche gli spartiati sono presi di mira dai loro nemici, e anche altri popoli – romani compresi – si sono vicendevolmente accusati di comportamenti più o meno terribili, più o meno esagerati, spesso completamente inventati.

Il particolarismo ebraico – La tradizione ebraica richiede pratiche che distinguono gli ebrei da tutti gli altri uomini. Essi, avendo orrore dell’idolatria, non partecipano alle feste dei loro vicini, rifiutano i loro cibi e il loro vino e quando celebrano le proprie festività non li invitano. Da qui le accuse di misantropia, xenofobia, esclusivismo, arroganza. Il particolare rapporto col proprio Dio, una divinità unica non condivisibile con i non ebrei è ritenuto offensivo dai gentili. Il fatto che il Dio degli ebrei sia unico, innominabile e non raffigurabile, porta spesso i gentili a conclusioni filo-ebraiche, ma anche alla deduzione che gli ebrei sono atei, o all’accusa chimerica che praticano riti mostruosi o criminali nel Tempio di Gerusalemme (assassinio rituale di uno straniero). Inoltre, il fatto che essi non riconoscano le divinità dello Stato e delle città in cui vivono fa sorgere l’accusa di nutrire sentimenti incompatibili con il diritto di cittadinanza.

Violenze antiebraiche ad Alessandria nel I sec e.v. – Ad Alessandria, dopo la conquista romana dell’Egitto (30 a.e.v.), in un contesto culturale in cui aleggia il conflitto ideologico fra ellenismo e giudaismo, si sviluppano tra i cittadini greco-alessandrini e gli ebrei della città sentimenti di inimicizia e gelosia che, a causa di motivi politico-sociali, economici e nazionalistici, assumono ben presto le caratteristiche dello scontro intercomunitario. Nell’Egitto ellenistico gli ebrei sono percepiti – a ragione – come sostenitori degli odiati romani che, pur godendo di ampi privilegi, aspirano ad avere pieni diritti di cittadinanza per beneficiare dei medesimi privilegi politici e socio-economici dei cittadini greco-alessandrini. Gli ebrei alessandrini, come tutti i loro correligionari dell’Impero, sono liberi di vivere secondo le proprie tradizioni nazional-religiose, e perciò sono esonerati dal prestare culto all’imperatore e agli dèi della città. Ciò provoca l’astio dei nazionalisti greco-alessandrini ed egiziani antiromani. Costretti a frenarsi sotto gli imperatori Augusto e Tiberio, per la ferma volontà imperiale di far rispettare la legislazione che protegge gli ebrei e il giudaismo (religio licita), i greco-alessandrini e gli egiziani si scatenano quando l’imperatore Caligola (37-41) pretende di essere adorato come dio. Essi spingono, infatti, il prefetto (governatore) romano dell’Egitto a minare la libertà del culto giudaico. Egli, asseconda la mania autodivinizzatrice di Caligola e fa porre con la forza le immagini dell’imperatore nelle sinagoghe. La profanazione infiamma la reazione ebraica. Scoppiano disordini (38 e.v.), il prefetto fa intervenire le truppe con l’ordine di uccidere chi si oppone alle sue disposizioni. In tale occasione si scatena l’odio xenofobo della plebaglia alessandrina: ci sono uccisioni, saccheggi e incendi nei quartieri ebraici. Successivamente il prefetto impone altre misure vessatorie, del tutto illegali, contro gli ebrei. Alla morte di Caligola (41 e.v.) gli ebrei si sollevano in armi contro i loro nemici e la città è di nuovo teatro di violenti scontri. In seguito all’intervento del nuovo imperatore, Claudio (41-54), la lotta cruenta per breve tempo cessa. La sua politica pacificatrice non migliora però i rapporti fra le due comunità; e quando nel 66 e.v. inizia la rivolta antiromana in Giudea, il mai sopito odio intercomunitario si riaccende. I greco-alessandrini e gli egiziani, sicuri dell’appoggio romano, danno inizio a sanguinose provocazioni contro gli ebrei, spingendoli così a sollevarsi in massa. Il nuovo prefetto tenta di riportare la calma, ma di fronte agli scherni e agli insulti degli insorti fa intervenire le truppe contro i quartieri ebraici e la rivolta termina con una nuova carneficina.

Gli stereotipi di alcuni scrittori latini – Anche alcuni autori latini muovono accuse agli ebrei. Le principali, associate spesso a grossolane assurdità, riguardano le basi dell’identità ebraica: il monoteismo privo di immagini (da alcuni è però lodato), la circoncisione, il riposo sabbatico, l’astensione da certi cibi e alcuni aspetti della vita comunitaria e privata. Incolpati di essere misantropi presuntuosi pigri e atei, sono spesso derisi per la loro modestia e povertà. Complessivamente questi giudizi ostili rimangono un fenomeno circoscritto agli ambienti colti e perciò non influenzano le masse popolari come invece succede ad Alessandria; non si ha infatti notizia di attacchi cruenti agli ebrei o ai loro luoghi di culto in Italia e nella parte occidentale dell’Impero. Nonostante le ribellioni in Giudea (66-73 e 132-135) e nella Diaspora ellenistica (115-117), i romani non strumentalizzano quasi mai l’astio antiebraico di una parte della popolazione gentile. Essi sono i dominatori di un impero di popoli e, in linea di principio, nonostante i pregiudizi, non utilizzano quasi mai un popolo a loro soggetto come capro espiatorio (in alcune occasioni lo fanno con i cristiani perché essi, al contrario degli ebrei, non sono i membri di una nazione e neppure di una religione legale).

Diffusione del proselitismo ebraico – Aleggia una certa diffidenza per questa gente che, in parte originaria della zona sud-orientale dell’Impero i cui abitanti, ebrei e non ebrei, sono genericamente disprezzati dai romani, cerca di diffondere attivamente i propri sistemi di vita e le proprie credenze religiose. L’enfasi polemica di alcuni scrittori latini riservata sul piano ideologico al monoteismo e al culto ebraici, totalmente estranei alle credenze religiose dominanti nel mondo romano, è generata dalla forte diffusione del sistema di vita e delle credenze degli ebrei fra tutti i ceti romani. Il proselitismo attivo e passivo è esteso – lambisce anche le famiglie imperiali – e ci sono anche consistenti gruppi di cittadini romani che gravitano intorno alle sinagoghe come “tementi Dio”. Tale espansione viene percepita come una pericolosa minaccia – ben fondata – che le “superstizioni” ebraiche (ebraismo e cristianesimo) stanno lentamente distruggendo i valori culturali e religiosi della società romana

Pregiudizi e ostilità degli ebrei contro i gentili

Pregiudizi degli ebrei contro i gentili – L’antagonismo fra ebrei e gentili del mondo ellenistico-romano non è a senso unico ma è alimentato anche da una forte e sprezzante critica ebraica nei loro confronti. Gli ebrei respingono il politeismo con repulsione: sul piano religioso a causa dell’orrore che suscita loro l’idolatria e, sul piano morale a causa dei costumi sessuali. Gli ebrei nutrono pregiudizi contro i gentili: li sospettano a priori di intenzioni malvagie o illecite, come essere inclini a praticare unioni sessuali proibite e all’assassinio. Poiché la religiosità ebraica si esprime nel rispetto di precetti e condotta etici, gli ebrei giudicano i gentili sulla base alla distinzione fra giusto e malvagio: considerano giusti quei gentili che osservano alcuni precetti etici (noachidi) e considerano malvagi quelli che conducono una vita valutata immorale secondo l’etica ebraica.

Disprezzo e derisione degli ebrei verso gli dèi e i culti pagani – Nei testi biblici, nella letteratura giudeo-ellenistica e nelle opere dei maestri dell’epoca le statue degli dèi e i loro fedeli sono trattati con ostentata ironia, derisione, condanna e disprezzo. Il culto degli animali praticato dagli egiziani è ridicolizzato. Giuseppe Flavio testimonia un diffusissimo astio contro i culti politeisti. L’imperatore Claudio in una lettera inviata a tutti gli ebrei dell’impero li esorta, tra l’altro, a non canzonare le convinzioni religiose degli altri popoli. Anche Tacito, più tardi, li accusa di disprezzare gli dèi. In un mondo pienamente tollerante in materia religiosa l’intolleranza ebraica nei confronti del politeismo è perciò spesso concausa di scontri con i gentili.

Violenze ebraiche contro i gentili – Gli ebrei, quando ne hanno la possibilità, si difendono con animosità e accanimento e, in alcuni casi, dimostrarono di avere un fortissimo ed aggressivo sentimento antigentile (alimentato da speranze regal-messianiche), pari per violenza a quello dei loro nemici; per queste ragioni non è sempre possibile distinguere gli atteggiamenti antiebraici dai reciproci scontri provocati da un bisogno di autoidentificazione o dalla “normale” ostilità intercomunitaria. A volte sembra che tutte queste ragioni siano presenti: come nelle successive furiose e sanguinarie ribellioni ebraiche a Cipro, in Cirenaica, in Egitto e in Mesopotamia (115-117) contro i loro concittadini gentili e i dominatori romani.

Antigiudaismo teologico cristiano

Antigiudaismo – L’originario legame fra il giudaismo e il cristianesimo produce un’ostilità speciale per intensità e durata, l’antigiudaismo. Il termine connota infatti le forme di inimicizia sorte da rivalità pseudo-religiose. Il cristianesimo, sorto dopo la morte e resurrezione del maestro ebreo Gesù come corrente ebraica riformista, a partire dalla predicazione di Paolo di Tarso accusa il giudaismo postbiblico, in quanto insegnamento e pratica di vita sul piano religioso teologico e filosofico, di nullità perché sostituito dal messaggio innovatore evangelico.

Delegittimazione teologica del giudaismo – Fin dalle origini cristianesimo e giudaismo sono antagonisti a causa delle rispettive inconciliabili posizioni, gli scogli principali sono: la dottrina che afferma che con la venuta di Gesù le prescrizioni della Torah non hanno più alcun valore, e la diversa concezione della divinità (Unità trinitaria) che col tempo si afferma nel cristianesimo. Il rifiuto opposto dalla maggior parte degli ebrei (fedeli all’Unità assoluta) spinge il movimento riformista a dichiararsi il vero interprete della stessa tradizione e rivelazione (la Bibbia ebraica nell’esegesi cristiana diventa il Vecchio Testamento), e il vero erede delle promesse divine. L’ebraismo nell’ottica cristiana è considerato una religione “carnale”, incapace di cogliere l’autentico significato delle proprie scritture sacre (Bibbia ebraica). Ciò produce forte rivalità e reciproca delegittimazione. I cristiani, per fugare l’intollerabile dubbio sulla propria verità sollevato energicamente dagli ebrei decisi a respingere come eretica la loro dottrina (verità messa spesso in dubbio anche dai gentili che i cristiani vogliono convertire) e per risolvere il proprio problema identitario, elaborano una visione teologica negativa dell’ebraismo e degli ebrei in netto contrasto con le immagini positive di sé. Al passo con l’elaborazione teologica cristiana, tutti gli ebrei, giudicati colpevoli di “deicidio”, sono considerati maledetti da Dio e “giustamente puniti” come testimonierebbe la loro dispersione nel mondo.

Diaspora ebraica – La dispersione non ha alcun rapporto con la morte di Gesù: è molto più antica ed è generata da numerose cause storiche, non ultima la conversione di numerosissimi gentili al giudaismo.

Adversus Judaeos – A partire dal II secolo e.v. i Padri della Chiesa, per debellare la persistenza di singoli cristiani e intere comunità che uniscono usi e credenze ebraiche a quelle cristiane, insegnano ai propri fedeli a disprezzare e diffamare gli ebrei, e iniziano a produrre un consistente corpus di scritti adversus Judaeos nei quali gli ebrei sono descritti non per quello che sono nella realtà ma con caratteristiche negative immaginarie.

Una delle testimonianze più pregnanti di tale letteratura sono le fanatiche omelie di Giovanni Crisostomo. A partire dal 386 e.v., egli porta al culmine la diffamazione degli ebrei e dell’ebraismo per combattere il sincretismo filo ebraico di molti fedeli di Antiochia, e per difendere a oltranza l’identità cristiana che si sente minacciata sul piano teologico dalle critiche ebraiche. Nelle sue violente omelie scivola pesantemente dall’antigiudaismo dottrinale alla pura ebreofobia. Afferma che gli ebrei soni esseri amorali, strumenti del diavolo ripudiati dal Signore, pieni di odio verso il vero Dio. Li accusa di bestialità, avidità, odiosità, li paragona agli animali privi di ragione, sostiene che essi, un tempo scelti da Dio, sono ora respinti e diventati simili a cani, esseri immondi e spregevoli, capaci di qualsiasi nefandezza. Per spingere i cristiani a non frequentare le sinagoghe, equipara queste ultime a postriboli, a caverne di briganti, a tane di belve frequentate da ebrei che si comportano come maiali e caproni, con la loro indecente rozzezza e la loro eccessiva ingordigia. L’offensiva antigiudaica ed ebreofobica lo porta a interpretare le tragedie della storia ebraica – le disastrose guerre di liberazione contro Roma (66-73 e 132-135), e la sanguinosa rivolta degli ebrei diasporici contro i gentili (115-117) – come il giusto castigo divino, e a sostenere che poiché Dio odia gli ebrei, i buoni cristiani debbono imitarlo. Nelle sue opere appare anche l’archetipo mitico del legame fra gli ebrei e Satana: riprendendo l’accusa di Giovanni 8, 44: «Voi che avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro», predica che le anime degli ebrei sono le dimore del demonio.

Violenze antiebraiche – Sul piano pratico questo tipo di predicazione antiebraica fatto da vescovi, preti e monaci spinge spesso folle di fanatici fedeli a incendiare le sinagoghe e attaccare fisicamente gli ebrei.

La “sopravvivenza” degli ebrei nell’Impero romano cristiano – Agostino (354-430) assegna agli ebrei il ruolo di servi emarginati, testimoni delle verità cristiane: paria marchiati che non debbono essere uccisi, puniti per l’eternità devono testimoniare la validità del cristianesimo con i propri testi sacri che essi, spiritualmente ciechi, non sono in grado di capire. Il papa Gregorio I (590-604) esorta i vescovi dell’Occidente a non perseguitarli e a non costringerli al battesimo, perché l’eventuale conversione dovrebbe essere il risultato del libero convincimento conseguito con l’insegnamento e non con la costrizione. Gregorio stabilisce inoltre che essi possono vivere all’interno della società cristiana entro i limiti posti dalle leggi e fruire della libertà di culto: non possono però costruire nuove sinagoghe né abbellire quelle esistenti.

La Chiesa insegna la cultura dell’infamia e del disprezzo – Nei secoli successivi l’antigiudaismo della Chiesa (ma anche le Chiese ortodosse seguono la stessa via) accentua l’insegnamento della cultura dell’infamia e del disprezzo, e scivola gradualmente nell’ebreofobia. Non si limita infatti a osteggiare e umiliare il giudaismo sul piano religioso ma, tramite numerosi canali di comunicazione – liturgia, predicazione, catechismo, diritto canonico, educazione – influenza le dinamiche sociali, politiche, economiche, culturali e psicologiche connesse ai rapporti fra i cristiani e gli ebrei.

La Chiesa inasprisce l’emarginazione e l’intolleranza – A partire dal XIII secolo la Chiesa per spingere gli ebrei alla conversione muta in senso ancor più negativo la sua politica antigiudaica. Il ruolo di ciechi “testimoni” della verità cristiana continua a essere riconosciuto, ma all’interno di norme “profilattiche” più severe per separarli il più possibile dai cristiani. Innocenzo III con la bolla Etsi Iudaeos (1205) elabora giuridicamente la teoria agostiniana della “servitù perpetua” degli ebrei. In seguito, il IV Concilio del Laterano (1215) impone, per meglio identificarli, l’obbligo di portare sui vestiti un segno distintivo (mutuato probabilmente dal mondo musulmano), obbligo di pagare alla Chiesa la decima sui loro averi, divieto di avere balie e serve cristiane, di ricoprire cariche pubbliche, di frequentare i bagni pubblici (possono frequentarli nel giorno riservato alle prostitute), di uscire di casa nel periodo pasquale, di abitare nelle stesse case dei cristiani ecc.

Condanna del Talmud – Dopo aver adottato misure che attaccano la persona fisica e sociale degli ebrei, le autorità ecclesiastiche si occupano della loro letteratura post-biblica. Nel regno di Francia, una commissione di teologi, vanamente contrastata da una composta da eminenti rabbini, giudica il Talmud un testo eretico contenente errori e bestemmie contro la religione cristiana e ne ordina la confisca e la distruzione: migliaia di manoscritti sono bruciati (1242 e.v.), altri lo saranno nei secoli successivi.

Evangelizzazione coatta e dispute interconfessionali – Più tardi, accogliendo le istanze dei domenicani e dei francescani, Nicolò III (1277-1280) permette ai frati di predicare nelle sinagoghe. Intanto si intensificano le dispute pubbliche sulle verità del cristianesimo e del giudaismo tra domenicani e francescani da un lato e rabbini dall’altro: quasi sempre istigate da ebrei convertiti al cristianesimo hanno sicure conclusioni negative per i loro ex correligionari. Il nuovo corso imposto dalla Chiesa nei suoi rapporti con gli ebrei contribuisce a far crescere tra i fedeli un’atmosfera sempre più ostile.

Ghettizzazione – Nel XVI secolo la Chiesa radicalizza l’intolleranza antiebraica; agli antichi divieti e ordini concernenti la vita personale e sociale degli ebrei e dei loro testi sacri post biblici, all’obbligo delle prediche conversionistiche, il papa Paolo IV aggiunge l’imposizione per i paesi cattolici della reclusione in recinti murati (ghetti) (1555) per separarli ulteriormente dai cristiani, e nuove e complicate disposizioni sui battesimi forzati di bambini e adulti: queste ultime producono uno stato di perenne apprensione all’interno delle famiglie e delle comunità ebraiche.

Oppressioni nell’area tedesco-asburgica – Tra il XVI e il XVIII secolo, la vita delle comunità ebraiche dell’area tedesca e asburgica è caratterizzata da espulsioni, violenze e spogliazioni. La nascita e la diffusione della Riforma protestante ha ripercussioni anche sulla vita degli ebrei, ma, mentre le Chiese riformate di impronta calvinista (area francofona, Paesi Bassi, Inghilterra) portano a una lieve, progressiva, mutazione di segno positivo, nelle regioni e nelle città della Germania influenzate dal luteranesimo il cambiamento è invece di segno opposto: dove non sono cacciati subiscono una dura emarginazione.

Lutero contro gli ebrei – Lutero, con epiteti ingiuriosi auspica che le sinagoghe siano bruciate, le case degli ebrei abbattute, confiscati i loro libri di preghiera e vietato l’insegnamento rabbinico, proibito il prestito e gli ebrei costretti a fare solo lavori manuali.

Editto sopra gli ebrei di Pio VI (1775) – Nel Settecento, in un contesto politico-culturale che vede, da un lato, il progressivo indebolimento del controllo della Chiesa sugli Stati cattolici e, dall’altro, la dura condanna della cultura illuminista, l’inesorabile politica antiebraica raggiunge l’acme con l’Editto sopra gli ebrei (1775) promulgato da Pio VI: il decreto infatti ripristina, peggiorandola, tutta la tradizionale legislazione antiebraica elaborata dalla Chiesa nei secoli precedenti, e la cui osservanza si era in parte affievolita. Alcune clausole dell’ Editto, tra le tante, proibiscono agli ebrei gli studi talmudici e i cortei funebri, di pernottare anche una sola notte fuori dal ghetto, di vendere a cristiani pane carne e latte, di avere negozi fuori dal ghetto e assumere domestici cristiani, di avere relazione coi vicini cristiani e di invitarli nelle sinagoghe, di entrare nelle chiese e nei monasteri, di avvicinarsi alla Casa dei catecumeni (dove vengono preparati gli ebrei che, spontaneamente o con raggiri e falsità, sono in attesa del battesimo) e di pagare per il suo mantenimento, di condurre carri a Roma o nelle vicinanze; vieta agli argentieri cristiani di fare lampade a sette braccia; obbliga tutti gli ebrei a portare il segno giallo anche all’interno del ghetto; i rabbini sono responsabili della frequenza obbligatoria degli ebrei alle settimanali prediche conversionistiche ecc.

Da cittadini romani a “servi” dei sovrani cristiani

Gli ebrei nell’Impero romano cristiano – A partire dal IV secolo e.v., i pregiudizi teologico-religiosi sono all’origine di una prassi politica vessatoria che, ispirata da influenti ecclesiastici, spinge gli imperatori romani cristiani ad annullare i diritti giuridico-sociali che gli ebrei godono come cittadini romani, a sottoporli a leggi speciali, al progressivo allontanamento dalle cariche pubbliche e dalla proprietà terriera.

La vita degli ebrei nei regni cristiani – Nei secoli seguenti, la presenza degli ebrei nel mondo cristiano è contrassegnata da mutamenti diversi e complicati. Periodi di relativa tranquillità e tolleranza si alternano, in qualche regno, a periodi gravosi di persecuzione e di conversione coatta (Spagna visigota, Impero bizantino, Francia merovingia ecc.). Gli atteggiamenti e i provvedimenti dei poteri politici, ispirati quasi sempre da autorità religiose locali, mutano, peggiorando progressivamente le loro condizioni economico-sociali. In alcuni paesi gli ebrei reclamano la protezione reale e, nel contesto della progressiva feudalizzazione di gran parte dei regni cristiani, finiscono col diventare “servi” della corona, proprietà del re.

Emarginazione economica e prestito a interesse – Nel Medioevo prosegue l’emarginazione socio-economica. Esclusi quasi ovunque dal possesso fondiario, gli ebrei, in molti luoghi sono via via allontanati anche dai settori mercantili e artigianali: di conseguenza mutano le loro abitudini e i loro comportamenti economici. Alcuni gruppi famigliari trovano possibilità di sopravvivenza dedicandosi ad attività creditizie formalmente vietate dalla Chiesa ai cristiani, ma tollerate se esercitate da “infedeli”, perché economicamente indispensabili. Tutti coloro che hanno rapporti con il denaro, finanzieri-banchieri-prestatatori, cambiavalute, amministratori, sono bollati dai teologi dell’epoca come usurai e accomunati ai peggiori peccatori. Spesso – ma non sempre – per gli ebrei la scelta di queste attività è obbligata: di frequente è l’unico modo per sopravvivere e per ottenere dalle autorità cittadine il diritto di residenza; ma è anche vero che, nonostante i pericoli, permette cospicui guadagni. In seguito alle accuse rivolte agli ebrei dai francescani di essere sfruttatori della povera gente nasce lo stereotipo dell’”ebreo strozzino”, sanguisuga dei poveri cristiani. Con la crescita delle grandi famiglie di banchieri cristiani in Italia e in altri paesi, il credito ebraico è più che altro confinato a svolgersi tra la povera gente: contadini, artigiani, lavoratori ecc. I prestatori cristiani sono chiamati banchieri, i prestatori ebrei usurai.

Specialisti” in campo finanziario – Gli ebrei non sono portatori di una predisposizione “naturale” per le attività finanziarie in genere e per il prestito in particolare, diversa da quella dei cristiani. Il loro successo in queste attività non è scontato e dipende dalla specializzazione. Per cause storiche contingenti, un discreto numero, ma non tutti, si qualifica – come fanno i prestatori cristiani – esercitando tale professione all’interno della tradizione famigliare e dei legami parentali. Nei tempi antichi e in quelli moderni – dopo l’emancipazione – gli ebrei svolgono qualsiasi tipo di attività manuale e professionale (basti pensare alla società israeliana), sono i divieti vessatori medievali a spingere gruppi di ebrei privilegiati nelle attività legate al denaro.

Le monarchie si servono degli ebrei – I sovrani feudali utilizzano alcuni ebrei in campo finanziario e amministrativo (esattori delle tasse, banchieri, prestatori di denaro, amministratori, consiglieri ecc.). A poco a poco questi ebrei (i quali hanno la responsabilità della sopravvivenza delle rispettive comunità) diventano strumenti del potere reale per rastrellare il denaro necessario per finanziare la politica dei sovrani, divengono le “spugne” fiscali della corona: i guadagni che questi ebrei privilegiati riescono ad accumulare sono infatti quasi sempre versati nelle casse reali sotto forma di tassazioni normali o straordinarie e confische; in tal modo, alla crescita dell’avidità dei sovrani corrisponde l’aumento dell’esosità degli ebrei. È un circolo vizioso che permette però al rapace fisco reale di nascondersi dietro la figura dell’”avido ebreo”.

Conversione o espulsione – Nel basso Medioevo la crisi delle monarchie feudali coinvolge anche gli ebrei. Le monarchie trovano nuovi alleati nelle borghesie cittadine ostili agli ebrei per motivi concorrenziali e religiosi. In Germania dopo il 1250 inizia un periodo di persecuzioni e di espulsioni. I sovrani di Inghilterra (1290), Francia (1394), Castiglia-Aragona (1492) abbandonano la tradizionale politica di esoso sfruttamento dei loro “servi protetti” e, per motivi religiosi dichiarati, ma soprattutto per occulti motivi politico-sociali e di spoliazione, cacciano dai loro regni tutti quelli che non si convertono al cristianesimo. In Portogallo la conversione è forzata (1497). In Sicilia e Sardegna sono espulsi nel 1492, qualche decennio più tardi è la volta di quelli del regno di Napoli e degli altri possedimenti spagnoli in Italia. Nei regni iberici la vita dei convertiti, “nuovi cristiani”, è durissima: sottoposti al feroce controllo del tribunale dell’Inquisizione, esclusi per legge – per motivi proto razzisti – da cariche pubbliche ed ecclesiastiche, sono spesso vittime di scoppi di odio popolare. In Germania e Italia, nelle città o villaggi dove ottengono il permesso di residenza, quasi sempre con l’obbligo di aprire un banco di prestito, gli ebrei sono costretti a pagare tasse altissime alle autorità da cui dipendono: comunali, signori territoriali, autorità religiose, sovrani, imperatore o papa. Inoltre debbono far fronte a continue e pressanti richieste di contribuzioni straordinarie e confische per i motivi più assurdi.

Persecuzioni in Polonia (XVII sec.) – Anche le già fiorenti comunità ebraiche della Polonia (in questo regno gli ebrei vivono liberamente quasi ovunque, si vestono come i cristiani, esercitano qualsiasi attività ecc.), in seguito all’aumento del potere della Chiesa cattolica e alla nascita delle borghesie mercantili cristiane, cominciano a vivere una vita meno tranquilla. I loro privilegi e le loro libertà, a causa delle pressioni dei concorrenti, subiscono una lenta ma progressiva limitazione. Ma i pericoli maggiori derivano dall’ostilità degli ambienti ecclesiastici. Il clero, per mezzo delle prediche, divulga insistentemente tra i fedeli immagini negative e false accuse, col risultato che anche in queste regioni si diffondono le calunnie di assassinio rituale e di profanazione delle ostie. In quest’opera di sobillazione all’odio sono particolarmente attivi i francescani. La situazione peggiora nella seconda metà del XVI secolo, dopo la vittoria della Chiesa cattolica sulle forze protestanti. I gesuiti, punta di diamante della riscossa cattolica, diventano i più accaniti accusatori e vessatori degli ebrei. Nel secolo successivo gli ebrei polacchi affrontano una terribile prova. Nel 1648, i cosacchi, dopo l’ennesima repressione dei loro dominatori polacchi, si ribellano insieme ai contadini ucraini e ai tartari della Crimea e si scagliano contro i loro padroni e contro gli ebrei, loro fattori e intendenti, in parte responsabili dello sfruttamento dei contadini. È una ribellione istintiva che, con una forza distruttiva enorme coinvolge un territorio vastissimo e gran parte delle comunità ebraiche del regno.

Ebreofobia popolare cristiana

Fanatismo e massacri al tempo delle crociate – Verso la fine dell’XI secolo, nel contesto della lotta del mondo cristiano contro i musulmani in Palestina, lo stimolo alla guerra contro gli “infedeli” esterni accende altresì l’odio popolare contro gli “infedeli” interni, gli ebrei. La rozza predicazione di monaci fanatici contro gli “infedeli deicidi” da un lato, e la brama di saccheggiare i loro beni dall’altro, provocano l’eccidio di intere comunità, inefficacemente protette da autorità civili e religiose. Negli anni successivi i comportamenti dei cristiani verso gli ebrei tendono a peggiorare: periodi tranquilli di coesistenza pacifica sono preceduti o seguiti da scoppi di furore antiebraico, quasi sempre accesi ad arte da fanatici e da approfittatori.

Nuove accuse – Dall’XI secolo nuove e diverse motivazioni di ostilità vanno a aggiungersi a quelle tradizionali pseudoreligiose; in alcune regioni europee, l’antica animosità popolare si carica di contenuti passionali e irrazionali; il processo dell’identità negativa degli ebrei giunge all’estremo quando una serie di calunnie prodotte da paure ataviche e dalla mentalità superstiziosa assumono caratteri allucinatori, e porta al massimo livello il processo di mitizzazione negativa: nell’immaginario comune l’”ebreo” è percepito come un satanico “infedele”, pericoloso sotto il profilo religioso quanto sotto quello economico-sociale e criminale. Nella mentalità comune scompaiono a poco a poco gli ebrei reali, uomini con pregi e difetti, sostituiti da “ebrei” immaginari, mitici, odiosi e maledetti figli del demonio. Si propaga il mito, di derivazione musulmana, della cospirazione organizzata da un inesistente consiglio segreto ebraico per rovinare spiritualmente e materialmente i cristiani. Gli ebrei, in diverse località, sono accusati di profanare le ostie consacrate per scopi magici, di rapire i bambini cristiani per ucciderli e utilizzare il loro sangue per scopi rituali (questa accusa dura in ambiente cristiano fino al Novecento ed è ancora oggi diffusa nel mondo islamico), di avvelenare i pozzi e le fonti, di diffondere la peste (1348) (oggi in alcuni ambienti islamici si accusano gli israeliani di diffondere l’aids).

Stragi – Il nuovo assurdo irrazionale complesso accusatorio, nonostante l’opposizione di alcuni sovrani e papi, ritorna periodicamente in quasi tutti i paesi cristiani e scatena feroci persecuzioni contro singoli ebrei o intere comunità. In Italia la prima strage di cui si ha notizia avviene nel Meridione nel XIII secolo: incitati della monarchia angioina i cristiani uccidono migliaia di ebrei loro vicini. Altri eccidi si verificano nei secoli successivi (le ultime stragi in Italia avvengono nel periodo 1796-99 nel clima della rivolta antifrancese del movimento sanfedista dei “Viva Maria”, fomentata anche dal clero).

Motivazioni palesi o occulte per spiegare l’ebreofobia popolare – All’origine dell’ebreofobia popolare che sfocia ripetutamente nella cieca sanguinosa violenza ci sono il fanatismo superstizioso della gente comune, motivi economici culturali e sociali, ma anche il pubblico disprezzo, l’invidia per le buone posizioni economiche di alcune famiglie ebree e la brama di saccheggiarle. Tutte queste cause interagiscono ovviamente sullo sfondo dell’ odio religioso alimentato dalle numerosissime norme canoniche e civili antiebraiche, dalle prediche del clero che si serve di immagini de-umanizzanti per definirli: dominante è il mito dell’ebreo-creatura del demonio che fa guerra alla cristianità servendosi dell’usura, dell’assassinio rituale, della profanazione delle ostie e della diffusione delle pestilenze. Nei rapporti fra ebrei e società cristiana si innesca, talora, una sorta di circolo vizioso, che dall’ostilità porta a divieti vessatori, i quali generano certi comportamenti fra gli ebrei e un’immagine che a loro volta alimentano il pregiudizio ostile dei persecutori: un circolo vizioso che ha funzionato come un potente meccanismo di perpetuazione dell’atteggiamento» antiebraico.

La cultura dei lumi: progetti emancipatori e critica del giudaismo

Gli ebrei agli albori dell’età contemporanea: modello negativo religioso e sociale – Agli inizi del Settecento, l’immagine dominante degli ebrei fra i cristiani è quella di “modello” religioso e sociale totalmente negativo (l’opposto dell’ordine morale cristiano), frutto della sedimentazione di tutti i pregiudizi e di tutte le accuse di tipo teologico morale economico-sociale e criminale rivolti loro nel corso dei secoli. L’idea che essi sono ciò che un buon cristiano non deve essere è un assioma. I tratti negativi loro attribuiti sono sovente il negativo di tutto ciò che la società cristiana considera positivo. Lungo i secoli, il transfert crea una sorta di modello negativo, con funzione pedagogica, che le Chiese e le società cristiane utilizzano per allontanare i propri fedeli da certi comportamenti considerati peccaminosi. Condannando gli ebrei, le società cristiane esorcizzano il male che portano dentro di sé. L’identità degli ebrei trasmessa per inerzia dalla tradizione antigiudaica può essere paragonata all’”identikit” di un gruppo criminale accusato di odiare e disprezzare i cristiani, di imbrogliarli, depredarli, ucciderli, di profanare le ostie, avvelenare i pozzi, fare sacrifici rituali, mantenere relazioni col demonio, di non rispettare le leggi comuni ecc. Secoli di omelie, agiografie, catechismi, scritti, drammi sacri, opere drammaturgiche e pittoriche antiebraici, hanno educato decine di generazioni e si sono fissati con forza incredibile nell’inconscio della cultura dei paesi cristiani. Le idee negative sugli ebrei si sono fuse nel sistema morale comune. L’identità cristiana si è costruita in antitesi all’identità ebraica e, a causa dell’inerzia dominante in ogni società, i suoi assiomi e i suoi modelli cognitivi di base, e un odio enorme, sono riprodotti di generazione in generazione: la società medievale li trasmette a quella moderna, quest’ultima a quella contemporanea.

Reazioni ebraiche – In verità secoli d’oppressione e segregazione trasformano gli ebrei, salvo poche eccezioni, in gruppi sociali in parte estranei alla maggioranza in cui sono inseriti. Costretti a vivere in spazi insufficienti e malsani e a svolgere attività considerate socialmente disonorevoli e, spesso, delinquenziali, subiscono anche l’odio e la riprovazione di chi li costringe a una vita spesso subumana. Le secolari esperienze negative li spingono ancor più a serrare i ranghi e a porli sulla difensiva producendo opere apologetiche che rafforzano la volontà di continuare sulla strada indicata dai propri maestri. Sempre più isolati socialmente continuano, a dispetto delle sofferenze, ad andare avanti nella direzione che si sono tracciata: per molti la preghiera e lo studio delle proprie tradizioni culturali religiose diventano il punto di riferimento principale della loro vita, in attesa del tanto atteso riscatto finale con l’avvento dell’era messianica. Odiati apertamente e spesso fatti oggetto di violenze, essi rispondono con odio represso. con rancore, con maledizioni e invocazioni a Dio affinché li liberi, e anche con testi che confutano il cristianesimo e ricostruiscono polemicamente la vita di Gesù (Toledot Yesu).

Antigiudaismo illuministico – Nel settecento la battaglia di alcuni uomini illuminati a favore dell’emancipazione degli ebrei in nome dei diritti universali dell’uomo e del cittadino fa progressi, ma al tempo stesso ravviva, nel proprio campo, ostili polemiche (spesso per combattere di riflesso il cristianesimo) contro il particolarismo ebraico e il monoteismo, giudicato fonte di intolleranza e fanatismo.

Emancipazione civile degli ebrei europei – Nel 1790-91 l’Assemblea rivoluzionaria francese, coerente con la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, abolisce le leggi discriminanti imposte agli ebrei nei secoli precedenti dalle Chiese e dagli Stati confessionali. Si avvia lentamente e faticosamente il processo della loro emancipazione: la concessione dell’uguaglianza dei diritti avanza gradualmente in Europa da Occidente a Oriente fra il 1790-91 (Francia) e il 1917 (Russia).

Fine della “Nazione ebrea” medievale – L’emancipazione distrugge l’esistenza comunitaria degli ebrei perché determina la fine della società separata di origine medievale. Si spaccano gli elementi costitutivi dell’identità ebraica legati prevalentemente all’halahà (diritto rabbinico) e sorgono i mai risolti problemi sulla loro identità personale e collettiva.

Antisemitismo: ideologie e prassi antiebraiche moderne

I cittadini ebrei – I nuovi cittadini ebrei sono posti di fronte a scelte individuali mai sperimentate prima nel mondo cristiano, in un contesto che vede l’Europa centro occidentale sconvolta da un caotico processo di modernizzazione: industrializzazione, sviluppo economico capitalistico, inurbamento, politica di massa, rivoluzioni liberali, nazionalismi.

Successo economico e potere di numerosi ebrei – L’ingresso di numerosi ebrei nelle economie capitalistiche europee avviene, per ragioni contingenti, da posizioni favorevoli: antico radicamento urbano, alta qualificazione professionale in campo commerciale e finanziario, mancanza di legami corporativi in campo economico, assenza di proprietà fondiaria, marcata alfabetizzazione, legami fra le comunità diasporiche a livello internazionale, forte desiderio di riscatto: il sogno di molti ebrei emancipati è di essere uguali agli altri e, se possibile, più bravi degli altri.

Gli ebrei e il mondo moderno – Numerosi ebrei, intesi come singolarità non come gruppo sociale compatto, prendono parte alacremente, nel bene e nel male, alla formazione, alle dinamiche attività e ai mutamenti del mondo moderno. Lavorano all’espansione e allo sviluppo del cosmopolitismo intellettuale ed economico. Partecipano alla costruzione di un mondo metanazionale che mantiene, e insieme oltrepassa, le nazioni. Animano la mondializzazione economica e la mondializzazione culturale delle idee umaniste, «contribuendo così all’universalizzazione dell’universalismo». Cosmopolitismo capitalista e internazionalismo socialista sono i punti focali e contrapposti in cui operano, con più o meno successo, numerosi ebrei.

Nuova ostilità antiebraica – Nei ceti sociali vittime dei cambiamenti portati dalle rivoluzioni politiche e economiche, ma anche in quelli in ascesa, soprattutto fra i ceti borghesi colti in competizione con gli ebrei, spesso si accende forte animosità e odio per i nuovi arrivati. Il relativo successo economico-finanziario, la mobilità sociale e il presunto potere conseguito da alcuni ex paria, dimenticando le miserabili condizioni in cui vivono, intanto, le masse ebraiche dell’est europeo e dei paesi musulmani, fa sorgere la certezza che sono gli ebrei i promotori, oltre che i principali profittatori, dei nuovi assetti economici e politici. Sono perciò identificati con tutto ciò che nell’ottica dei tradizionalisti e dei reazionari minaccia l’ordine dell’”antico regime”: massoneria, liberalismo, democrazia, socialismo, comunismo ecc.

Nuove diffamazioni – Già nei primi decenni dell’Ottocento, in numerosi paesi europei, particolarmente Francia e Germania, appaiono gli stereotipi che caratterizzano la moderna ideologia antiebraica. Migliaia di libelli denunciano il pericolo rappresentato dagli ebrei per il benessere della popolazione cristiana: tutti indicati con modelli negativi che li designano come stranieri diversi e ostili, pericolosi perché dotati di una natura corrotta e corruttrice imbrogliona disonesta e astuta, dotati di eccezionali capacità commerciali e finanziarie, adoratori del denaro, peggiori sfruttatori capitalisti del popolo, padroni delle ricchezze nazionali, gestori di poteri e influenze occulti, infidi operatori di infamie e di complotti rivoluzionari internazionali, “deicidi” nemici del cristianesimo ecc. Contestualmente sono trascurati i contributi positivi di molti ebrei nei rispettivi paesi: i successi scientifici di alcuni scienziati, l’impulso positivo allo sviluppo economico-industriale, i grandi esempi di filantropia, la militanza in movimenti e partiti che lottano per l’emancipazione sociale e politica ecc.

Semiti – Semita è un termine che, dalla fine del Settecento, è utilizzato nell’ambito della linguistica comparata per indicare un determinato gruppo di lingue imparentate fra loro; per esempio sono considerate lingue affini, appartenenti al gruppo linguistico chiamato semita perché parlate da popoli che secondo la tradizione biblica discendono da Sem, l’accadico, il babilonese, il fenicio, l’aramaico, l’ebraico e l’arabo. Ben presto “semiti” è utilizzato impropriamente per indicare gli ebrei.

Antisemitismo – Le nuove manifestazioni di avversione negli anni settanta sono etichettate concettualmente con il termine antisemitismo. La parola composta “anti-semitismo” è coniata dal filologo ebreo Steinschneider e deriva dal sostantivo semita. La paternità lessicografica del termine è di una rivista ebraica, “Algemeine Zeitung des Judenthums”, che in un articolo (1879) annuncia l’intenzione dell’agitatore politico tedesco Marr (1818-1904) di pubblicare un “settimanale antisemita”. Marr è il primo a introdurlo nel linguaggio politico-razzista. Il neologismo, divenuto ben presto popolare, serve a indicare in termini nuovi, laici, l’inimicizia per dei “vecchi nemici” e nel contempo individua anche dei “nemici nuovi”, cioè gli ebrei emancipati: gli ebrei che si “muovono” liberamente a livello sociale, economico, giuridico, politico.

Anche anti-semitismo, il cui significato letterale, “contro i semiti”, dovrebbe indicare l’ostilità rivolta a tutti i semiti (per esempio anche agli arabi), viene usato solamente per indicare le forme di ostilità contro i soli ebrei. Il suo valore concettuale indica le posizioni ideologiche o pratiche antiebraiche che hanno raggiunto una certa organicità all’epoca in cui il neologismo è stato coniato; ma tale significato è ben presto usato estensivamente e anacronisticamente per indicare, in una accezione più ampia, qualsiasi tipo di ostilità antiebraica dall’antichità ai giorni nostri.

Antisemitismo politico – Il luogo e la data di nascita della moderna ostilità antiebraica politicamente organizzata è la Germania imperiale degli anni settanta, ma ben presto, in modi e tempi diversi, si diffonde nel mondo. In Germania e in altri paesi, nelle diverse condizioni della dinamica società moderna, la “presenza” dei cittadini ebrei all’interno della vita economica e sociale è sottoposta a indagini e critiche via via più ostili. L’ebreo del ghetto è pidocchioso e da evitare, ma la rapidità con cui i suoi figli si assimilano alla società circostante è avvertita come molto più pericolosa e minacciosa. Circola un indovinello: domanda: «Qual è la differenza tra un povero ebreo venditore di abiti usati e un agente di borsa?» risposta: «Una generazione».

Intellettuali legati a settori delle ideologie dominanti, giornalisti, politicanti, con diverse motivazioni, la giudicano negativa e oscuramente pericolosa. I più importanti indirizzi di pensiero di matrice cristiana, positivistico-“scientista”, socialista, reazionaria, capaci di influenzare con i loro punti di riferimento ideologici i comportamenti collettivi, elaborarono, chi più chi meno, progetti politici che utilizzano alcune idee-forza antisemite.

La strumentalizzazione politica di temi antisemiti fatta dai nascenti partiti e movimenti di massa, diviene ben presto un fenomeno generalizzato che influenza e caratterizza il modo di pensare della maggior parte della popolazione europea. L’antisemitismo si diffonde in quasi tutti gli Stati europei e in quasi tutti gli strati sociali (esclusi i piccoli gruppi liberal-progressisti): da quelli popolari – sia urbani sia rurali – a quelli borghesi, dall’aristocrazia al clero. Poiché gli addebiti che vengono fatti agli ebrei riguardano soprattutto la loro diversità e la loro crescita – numerica, economica, sociale, politica, culturale – vengono elaborati progetti politici che mirano a de-emanciparli, ridurre drasticamente la loro presenza nell’economia, espropriare le loro proprietà, “liberare” la società dalla loro presenza: cacciandoli o sterminandoli.

Difficoltà a definire l’antisemitismo – L’ostilità antisemita non è facilmente definibile. Possiamo provarci affermando che, pur nella multiformità e occasionalità delle sue manifestazioni e cause, è una forma di avversione verso l’intero gruppo sociale ebraico, considerato “negativo” a priori. Non ha quasi mai a che fare con gli ebrei reali che, come ogni essere umano, possiedono qualità e difetti che non gli sono per nulla specifici di tutti gli ebrei. Può manifestarsi socialmente in conformità a motivazioni diverse interconnesse tra loro. I motivi attraverso i quali si manifesta non sono quasi mai le cause reali ma danno solo vita alle condizioni e agli strumenti tramite i quali può apparire nella vita sociale. Prima ancora che determinate condizioni (economiche, sociali, politiche) spingano la gente a produrre sul piano sociale comportamenti antisemiti vi è il saldo pregiudizio che l’ebreo – tutti gli ebrei – sia fonte di ogni male. Questa concezione è un lascito del passato trasmesso per inerzia di generazione in generazione. Gli uomini hanno una predisposizione naturale ai pregiudizi, questa predisposizione è legata alla tendenza a formulare generalizzazioni, concetti e categorie il cui contenuto rappresenta una semplificazione del mondo dell’esperienza. La sua funzione consiste nel razionalizzare il comportamento di rifiuto e di ostilità verso una persona appartenente ad un gruppo sociale, semplicemente in quanto appartenente a quel gruppo, e che pertanto si presume, a priori, portatrice di qualità negative attribuite al gruppo medesimo. Il presupposto è: se una persona appartiene a un determinato gruppo sociale che, per tradizione, viene definito con pregiudizi negativi, questa persona non può essere definita che con pregiudizi negativi. Lo stereotipo perciò è un’idea fissa che accompagna la categoria. È un modo rigido e persistente di categorizzare un gruppo umano deformandone ed impoverendone la realtà sociale.

Verità diventate paranoiche – L’antisemitismo è partorito anche da paure e angosce che tendono a fare degli ebrei un capro espiatorio. Secondo Proust l’odio per l’ebreo è la devianza di “verità diventate paranoiche”. Una verità diventa paranoica quando viene esaminata separata dal suo contesto e poi inserita in un ambiente ideologico manipolato: così è la specificità ebraica esaminata fuori dal suo ambito storico e sociologico e interpretata in un contesto ideologico, nazionalista, xenofobo e razzista. «È una verità parziale parallela che si considera come verità totale quando la mente riduce una totalità complessa a un solo frammento isolato e ipostatizzato. » È una verità parziale che viene generalizza surrettiziamente. La follia consiste nell’introdurre la verità osservata, nel nostro caso la particolarità ebraica, in una fissazione che accolla tutti i mali passati, presenti e futuri, alla sola attività malefica degli ebrei.

Esempio di verità divenuta paranoica –            Per spiegare quali sono le cause antropologiche, storiche, psicologiche e sociali del comportamento antisemita possiamo partire dall’identificazione degli ebrei col denaro. Il denaro è la dannazione degli ebrei. È vero che dall’XI secolo è l’aspetto più appariscente del mondo ebraico; c’è una continuità dal prestito ebraico medievale alle grandi compagnie commerciali ebraiche di esportazione-importazione del XVII secolo, e poi dagli ebrei banchieri di corte del XVIII secolo, che prestavano il denaro ai principi per le loro guerre e utilizzavano il reticolo parentale e intercomunitario internazionale per i loro rapporti con l’estero, ai grandi banchieri di Stato del XIX secolo, come i Rothschild, e ai moltissimi finanzieri contemporanei. In questo caso, come in altri, identificare gli ebrei con la ricchezza finanziaria significa confondere la parte, costituita da un ceto minoritari, con il tutto: la maggior parte degli ebrei, nel corso dei secoli, è per lo più povera e spesso indigente. Coloro i quali esercitano mestieri legati al denaro, dal medioevo fino a oggi, non formano, in realtà, che la minoranza più visibile di una popolazione costituita di ceti medi e popolari, come è il caso degli ebrei dell’Impero ottomano e di quelli nei paesi dell’est europeo. Ma nell’immaginario paranoico dell’antisemita una verità storicamente accertabile come: minoranze di ebrei hanno avuto e hanno uno stretto rapporto con il denaro, diventa una verità folle che si manifesta nel pregiudizio: tutti gli ebrei hanno uno stretto rapporto col denaro per scopi malefici.

Vittimismo degli antisemiti – Alla radice dell’odio antiebraico vi sono anche, quasi sempre, fantasie vittimistiche, legate al mito della “onnipotenza” degli ebrei. Sovente, infatti, negli individui o nei gruppi la molla che fa scattare l’odio per la minoranza ebraica muove da mentalità che, incapaci di affrontare razionalmente gli aspetti complessi e spesso negativi della società, si esprimono con schemi mentali guidati da impulsi emotivi non sottomessi alle regole della razionalità, della logica e dell’analisi della realtà. Il soggetto che odia a priori e globalmente gli ebrei ha quasi sempre una struttura mentale tesa a una visione manichea del mondo. In tale ottica, in cui ogni realtà finita è vista come un composto di elementi buoni ed elementi malefici, l’ebreo è immaginato come una manifestazione immanente di ciò che è male. Più sinteticamente, l’antisemita può essere considerato un soggetto affetto da una fissazione, una monomania, che gli fa vedere dappertutto, indipendentemente dalla ragione e dall’esperienza, un nemico segreto, onnipotente e onnipresente che egli, in un secondo momento, identifica con l’”ebreo”.

La “questione ebraica” – Il luogo e la data di nascita dell’ostilità antiebraica politicamente organizzata è la Germania imperiale degli anni settanta dell’Ottocento (qui nasce la “questione ebraica”) e ben presto, in modi e tempi diversi, si diffonde anche in altri paesi: in Francia, nell’ultimo decennio del secolo, il latente odio antiebraico esplode con l’affare Dreyfus e rivela la popolarità delle nuove forme di ostilità. In un contesto politico europeo dominato dal progetto dello Stato-nazione, dall’ipernazionalismo, dal pangermanesimo, dal panslavismo e dall’imperialismo, nelle diverse condizioni della dinamica società moderna, la “presenza” dei nuovi cittadini all’interno dei vari settori della vita nazionale è sottoposta a indagini e critiche via via più ostili e radicali. Non si tratta di un’ostilità indirizzata ai membri di una minoranza per ciò che essi sono realmente, ma diretta all’immagine fantasmagorica dell’”ebreo” costruita dall’ideologia antisemita e dall’antigiudaismo.

Antisemitismo nazionalista – Prima lo sviluppo dell’idea di nazione, poi il nazionalismo (soprattutto quest’ultimo) contribuiscono ad aumentare la fantasmagoria antiebraica. Negli Stati in cui sono emancipati la stragrande maggioranza degli ebrei fa ogni sforzo per assimilarsi alla comunità nazionale, ma i nazionalisti antisemiti, contro ogni evidenza empirica, li accusano di non volere o di non potere entrare a pieno titolo nel corpo sociale della nazione a causa dei loro particolarismi religiosi, culturali e sociali: fondamentalmente essi chiedono agli ebrei di rinunciare alla loro identità, di non essere più ebrei. Di fatto, come nella nuova Germania unita, si escludono gli ebrei perché si vuole dar vita a una comunità nazionale omogenea di tipo etnico-razziale. Oppure si respingono con l’accusa che con la loro sete di potere, solidarietà e legami internazionali sono un pericolo per la nazione. L’Italia è forse uno dei pochi paesi in cui l’inserimento e il contributo attivo degli ebrei nel processo di unificazione e di consolidamento dello Stato avviene senza ostacoli significativi, nonostante l’opposizione della Chiesa e di alcuni settori ipernazionalisti. Gli integralismi nazionalisti, fondandosi sulle religioni cristiane e da queste sopportati, edificandosi sulla venerazione delle identità nazionali e da questa sostenuti, fanno delle comunità nazionali delle realtà omogenee fondate su un legame di sangue. Così le inclinazioni dei nazionalismi estremi si convertirono al razzismo.

Antisemitismo razzista

Razzismo pseudo-scientifico – Mentre i vari filoni dell’ostilità antiebraica si organizzano, si consolida il razzismo “scientifico”, caratterizzato dal mito della superiorità razziale dei popoli europei nordici, chiamati ariani. La dottrina razzista si può schematizzare in quattro punti:

1) fissa uno stretto legame tra il patrimonio genetico delle persone e i loro comportamenti, le loro abitudini e inclinazioni intellettuali e morali;

2) considera le proprietà genetiche da cui dipendono capacità, comportamenti e inclinazioni come possesso comune di tutti i componenti di certi gruppi umani chiamati “razze”;

3) ordina le “razze” secondo una scala valutativa sulla base del loro patrimonio genetico;

4) sostiene che le differenze di superiorità o inferiorità autorizzano le “razze” dette “superiori” a comandare e sfruttare quelle dette “inferiori”, ed eventualmente a distruggerle.

Il mito della razza ariana – Studi filologici tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento indicano il sanscrito come la lingua parlata da popoli, i mitici ariani, che dall’India sarebbero emigrati in Europa, e scoprono la parentela fra la loro lingua e quelle europee. Presto si afferma la credenza, condivisa dagli antropologi, che gli ariani sarebbero i progenitori dei popoli europei. Numerosi intellettuali di prestigio iniziano a fantasticare sulla supposta superiorità intellettiva, morale, estetica e culturale degli ariani; una superiorità trasmessa razzialmente ai loro discendenti, gli indoeuropei. I popoli germanici cominciano ad essere surrettiziamente considerati i loro più puri discendenti. A partire da metà Ottocento numerosi studi pubblicati in Francia, Germania e Inghilterra trasformano la supposta superiorità culturale dei “popoli ariani” rispetto ad altri popoli, in superiorità razziale biologica, e interpretano i fatti storici come storia di razze disuguali in lotta fra loro.

Il mito della razza si regge su discorsi che intendono dire la “verità” in modo organico e coerente; esso, tuttavia, non offre alla verifica, sia in termini d’esperienza che di logica di discorso, i contenuti che enuncia. Il discorso mitico dei razzisti non è aperto alla discussione logico-razionale. Il suo principio basilare contrappone dualisticamente l’ideale di un “uomo” fisico e spirituale assolutamente positivo e superiore a un “subumano” totalmente negativo e inferiore. Ma, come dimostrano abbondantemente gli studi nel campo delle scienze naturali e antropologiche della seconda metà del Novecento, si tratta di modelli inesistenti sul piano empirico, perché le differenze biologiche tra i diversi e più distanti gruppi umani non sono più rilevanti di quelle che si riscontrano all’interno di ciascun gruppo.

Darwinismo sociale – Per dare un fondamento scientifico al predominio delle classi dirigenti del tempo sono utilizzate anche le scoperte scientifiche di Darwin. Le pseudo-scienze biologiche ottocentesche ratificano i preconcetti popolari che accolgono l’autoevidenza e il pregiudizio che gli individui ricchi e istruiti ereditano un’intelligenza maggiore rispetto alle classi di livello socioeconomico inferiore. Eugenisti, antropologi e zoologi, con un’operazione scientificamente scorretta che manipola le teorie dello scienziato, introducono arbitrariamente nel campo storico-sociale le tematiche della selezione naturale e della lotta per l’esistenza: nasce il “darwinismo sociale”, una pseudo-scienza che ha lo scopo di giustificare la supremazia “naturale” delle classi dominanti dell’epoca all’interno dei rispettivi paesi. Le classi “inferiori” debbono perciò stare al loro posto e accettare di buon grado il predominio di quelle superiori.

Il razzismo come giustificazione dello sfruttamento imperialistico – Nell’insieme, questa ed altre teorie razziali hanno scarsa o nulla scientificità; hanno invece una forte connotazione mitica e contenuti frutto di pregiudizi, fandonie, inganni. Esse servono anche per ratificare i preconcetti popolari che accolgono l’autoevidenza del predominio militare e tecnologico di alcuni popoli di razza bianca su altri popoli. I bianchi hanno perciò il diritto di colonizzare a sfruttare i popoli indigeni e, eventualmente, il diritto di eliminare quelli che non possono essere sfruttati o che si oppongono al loro dominio: stermini degli indios centro e sudamericani, dei “pellerossa” delle praterie americane, degli aborigeni australiani, degli africani ecc.

Distinzione razziale fra ariani e semiti su basi linguistiche – Il razzismo ottocentesco aggrega surrettiziamente gli ebrei a una scala valutativa razziale di tipo biologico. Ancora su basi linguistiche e ancora arbitrariamente gli ebrei, cioè i semiti, sono considerati un gruppo razziale separato, privo delle caratteristiche culturali, morali e fisiche positive degli ariani e carichi, al contrario, di proprietà negative. In tal modo, partendo dalla linguistica (la distinzione ariani/semiti nasce dalla distinzione sanscrito/ebraico), nella cultura europea prende forma il dualistico mito della insanabile contrapposizione razziale fra ariani e semiti. In realtà non esistono né popoli ariani né popoli semiti, esistono invece lingue che si possono classificare come semite e lingue imparentate col sanscrito, tutte parlate da svariati popoli.

Antisemitismo razzista – In Inghilterra, Francia, Germania, Austria-Ungheria, Russia, Stati Uniti ecc. le teorie razziali hanno grande successo, spesso accettate dagli stessi ebrei: molti dei quali parlano con orgoglio della “loro razza”. Negli ultimi decenni dell’Ottocento, l’antisemitismo razzista diventa un’ideologia peculiare della cultura tedesca e si eleva a mito fondante della civiltà occidentale. I razzisti tedeschi, con una forzatura nazional-integralista, elaborano la favola della superiorità razziale del loro popolo, vertice dei popoli indoeuropei, l’unico in grado di dar vita ad una libera civiltà creatrice; ma, sempre secondo i razzisti, sul suo futuro incomberebbe un pericolo mortale: la minaccia della razza semita. Gli ebrei sono accusati di avere una costituzione spirituale-morale negativa, corruttrice, perciò a causa della loro intrinseca natura malvagia, non debbono essere visti come individui ma come collettività estranea alla società che li ospita e pericolosa. In tal modo, negli stessi anni in cui essi stanno quasi ovunque ottenendo la parificazione, l’inserimento e l’avanzamento economico e sociale, i loro nemici utilizzano un nuovo strumento ideologico per tenerli distinti: legalmente simili ai vicini ma marchiati e separati da loro dalla barriera razziale. Le accuse razziste contro gli ebrei hanno in gran parte gli stessi scopi di quelle utilizzate contro le popolazioni colonizzate, la più pericolosa è che sarebbero propagatori di elementi razziali nocivi per la razza ariana.

L’ebreo causa di tutti i mali – Nei paesi (soprattutto Francia, Germania, Austria-Ungheria, Russia, Stati Uniti ecc.) in cui sono concettualizzati con il binomio “razza ebraica”, o razza semita, gli ebrei diventano il simbolo e la fonte di tutto ciò che minaccia l’ordine naturale del mondo. Secoli di insegnamento religioso antigiudaico hanno trasmesso per inerzia, da una generazione all’altra, il fantasma religioso fissato, spesso indelebilmente, nell’immaginario comune dei popoli cristiani dell’”ebreo demoniaco” che complotta per la rovina della società cristiana. La moderna ideologia antiebraica non fatica molto a trasformare questo mito religioso dai caratteri allucinatori, nel secolarizzato mito razzista dell’“ebreo-male biologico”. L’antisemitismo razzista è, infatti, il naturale prosecutore moderno di un odio secolare, la cui progettazione cognitiva cristiana riecheggia nell’atmosfera sempre più laica dell’epoca con una forza ben poco diminuita.

Le tare biologiche degli ebrei sono ineliminabili – Con l’antisemitismo razzista l’odio antiebraico non ha più nulla a che fare con la cultura religiosa, ma con la natura. Con la svolta razzista l’avversione antiebraica si distingue totalmente dall’antigiudaismo nella sua modalità di determinare gli ebrei, perché la diversità religiosa dell’ebreo è modificabile: l’ebreo che nei secoli precedenti ha scelto il politeismo o il cristianesimo o l’islamismo è quasi sempre stato accettato come un gentile, un cristiano, un musulmano. Diverso è il discorso razzista: essere ebreo non è più una diversità culturale modificabile bensì una diversità biologico-genetica maligna, definitiva e immutabile.

Antigiudaismo cristiano e antisemitismo razzista a confronto – La decostruzione dell’apparato ideologico del razzismo antiebraico mostra che i suoi componenti di base sono quelli elaborati dall’antigiudaismo e dall’ebreofobia cristiani. Però con una differenza importante. Mentre l’ostilità antiebraica cristiana considera gli ebrei agenti del demonio, l’antisemitismo razzista li giudica il demonio stesso. Perciò, se nel Medioevo gli ebrei, in un modo o nell’altro, fossero scomparsi, non sarebbe scomparsa la fonte del male perché il demonio sarebbe rimasto. Nel mondo moderno laico nella costruzione dell’antisemitismo razziale, invece, poiché l’ebreo viene trasformato da agente del demonio nel demonio stesso, la sua scomparsa coincide con la scomparsa del male. La potenza simbolica e le connessioni metaforiche razziste conferiscono in questo modo al razzismo antisemita una rinnovata carica esplosiva, perché l’”ebreo” in questa figurazione mitica è percepito come un virus che mina la purezza della razza ariana.

Il “messianismo” dell’antisemitismo razzista – L’ideologia razzista inizialmente non ha alcun rapporto con il mondo tangibile. Il razzismo sostituisce il mito alla realtà e il mondo da esso creato, con i suoi stereotipi, le sue virtù e i suoi vizi, è un mondo da favola, che fa balenare l’utopia davanti agli occhi di chi anela trovare una via d’uscita alla confusione portate dalle trasformazioni moderne. L’ideologia razzista antiebraica contiene un messaggio “salvifico”, profetizza il futuro necessario del divenire storico: la felicità e il benessere della razza ariana sono a portata di mano, dipendono solo dalla distruzione della razza semita.

Un antisemita razzista sterminazionista – Tra i numerosi antisemiti razzisti radicali primeggia Theodor Fritsch. un razzista antisemita allo stato puro. Instancabile teorico dello sterminio degli ebrei, esprime il suo pensiero nel Manuale della questione ebraica, un libro che più tardi influenza Hitler. “Allievo” di Marr, ben presto se ne stacca per aderire ad un antisemitismo radicale, semplicistico e fanatico come testimonia egli stesso in una lettera:

Per quanto riguarda gli ebrei, appartengo ai ‘radicalissimi’. Non la considero una disgrazia, se la ‘forza bruta del popolo sparge ‘del sale sulla coda delle sanguisughe’. [… ] Per come oggi è la mia immagine dell’autentico carattere ebraico, non posso accettare l’ebreo come uomo […] Dio ha creato gli animali nocivi affinché costituiscano uno stimolo. Dove si accumula lo sporco, si moltiplicano gli insetti; per liberarci dei parassiti che ci molestano, dobbiamo cercare di tenere lontano lo sporco. Così gli insetti costituiscono un incitamento alla pulizia e con ciò la spinta a tutti gli sviluppi ed affinamenti della civiltà. Il distorto intelletto ebraico trarrebbe la conseguenza che occorre onorare e curare gli animali nocivi in quanto ‘portatori della civiltà’. Il giusto intelletto dell’uomo trae altre conclusioni. La civiltà non nasce coltivando parassiti, ma nasce e consiste lottando contro di essi. Qui c’è tutta la mia professione di fede : la missione degli ebrei è di tormentare gli uomini, la missione degli uomini è di schiacciare gli ebrei. […] Così la questione ebraica ha qualcosa di terapeutico: sveglia ed acuisce la ragione.

Fritsch non si sforza di trovare una giustificazione per la presunta pericolosità degli ebrei, perché per questo “apostolo” dell’antisemitismo razzista più radicale ciò non è necessario: gli ebrei, metaforicamente paragonati ad animali o erbacce nocivi, sono per lui tautologicamente dannosi.

La futura “società”, scientificamente programmata – Nell’Ottocento, la scienza occidentale sviluppa l’ipotesi e il convincimento che la realtà, materiale o spirituale, sia conoscibile e che, con opportune tecniche, anche trasformabile. Le trasformazioni avrebbero come fini il benessere e la felicità umana. Si comincia a fantasticare che, se la conoscenza scientifica del mondo fisico viene estesa al mondo umano, nulla impedisce di creare una specie umana affrancata dalle inadeguatezze della specie iniziale: ciò che è logico per i cavalli e le mucche lo è anche per gli uomini. Nel clima scientista dominato dal postulato, non scientifico, che la realtà sia conoscibile, viene accettato con spirito fideistico che i risultati della ricerca scientifica siano veri e non debbano essere discussi. In tal modo viene aperta la strada ai futuri “ingegneri” politico-sociali per operare anche nelle società umane quelle trasformazioni che avrebbero portato “all’instaurazione del paradiso in terra” (nella prima metà del Novecento, gli “ingegneri” politici bolscevico-marxisti tradurranno l’originario sogno di una palingenesi liberatrice umana in un incubo; lo stesso faranno quelli nazisti con il tentativo di realizzare la pura comunità razziale; la memoria di questi due utopici tentativi totalitari «è inseparabile da alcune delle peggiori tragedie e dei più infami crimini contro l’umanità compiuti nella storia contemporanea»).

Mondializzazione dell’antisemitismo e del razzismo antisemita – Tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi del Novecento, in tutti gli Stati europei, negli Stati Uniti, nelle zone sottoposte al dominio coloniale europeo, particolarmente nei periodi di crisi economica, grazie alla micro-pubblicistica e alla strumentalizzazione politica fatta da alcuni piccoli partiti e movimenti politici, i pregiudizi antisemiti e razziali diventano una stabile caratteristica del modo di pensare della maggior parte della gente. Sono diffusi in quasi tutti gli strati sociali e politici (esclusi i gruppuscoli liberal-progressisti): da quelli popolari – sia urbani sia rurali – a quelli borghesi, dall’aristocrazia al clero. Poiché le accuse rivolte agli ebrei riguardano principalmente la loro crescita numerica, economico-sociale (ma anche la loro “pericolosa” povertà), politica, culturale, e la loro influenza negativa, vengono elaborati progetti che mirano a sottoporli a una legislazione speciale, discriminatoria, tesa a ridurre drasticamente la loro presenza nell’economia e a confiscare le loro proprietà, “liberare” la società dalla loro presenza cacciandoli o, come auspicano i più estremisti, sterminandoli. Le numerose proposte politiche antisemite conoscono fasi alterne, ma non scompaiono più e, insieme ai vecchissimi pregiudizi religiosi, diventano un elemento stabile, pubblico o recondito a seconda dei periodi e dei paesi, a livello mondiale fino ad oggi. I momenti di crisi sono quelli più propizi per riaccendere gli animi, utilizzando gli ebrei come “capro espiatorio”, responsabili di tutto ciò che provoca paura, disorientamento, insicurezza nelle società.

Antisemitismo razzista in Europa fino agli anni trenta del Novecento

I pogrom nell’Impero russo – Nell’Europa orientale, diversamente da quanto accade in quella occidentale, non avviene il processo di emancipazione degli ebrei. Nell’Impero russo gli ebrei permangono sottoposti a leggi arbitrarie e discriminatorie; a partire dal 1882 si intensificano violenze, massacri, incendi, stupri, distruzioni, espulsioni. Inizia l’emigrazione ebraica verso gli Stati Uniti e altri paesi. Nel 1906, dopo il fallimento della prima rivoluzione russa, si verificano nuovi eccidi. I pogrom sono istigati dal governo zarista: incapace di risolvere i problemi sociali, solletica il fanatismo religioso antiebraico nella speranza di sopire il malcontento popolare.

I “Protocolli dei savi di Sion” – Negli stessi anni, la propaganda statale antiebraica russa è molto attiva. Per screditare gli ebrei la polizia segreta fabbrica e pubblica documenti falsi. Il più famoso è conosciuto come Protocolli dei savi di Sion: un pamphlet che contiene relazioni totalmente false e cervellotiche e pretende di svelare i particolari di una presunta cospirazione internazionale degli ebrei per dominare il mondo. Come nella società religiosa per secoli si sono spiegati gli accadimenti oscuri con l’accusa rivolta al demonio di esserne la causa, così nelle società moderne o in via di modernizzazione si strumentalizza l’”ebreo” per gli stessi scopi. La gente, nell’impossibilità di razionalizzare gli eventi negativi e dolorosi per la loro complessità e quantità, reagisce accogliendo le spiegazioni più semplici e facilmente comprensibili: tutte le tragedie e gli sconvolgimenti sono il frutto di una grande cospirazione ebraica.

Processo Dreyfus in Francia – Negli ultimi decenni dell’Ottocento, l’antisemitismo è molto virulento in Francia, specialmente a destra e all’estrema destra. Per i nazionalisti integralisti gli ebrei sono considerati un corpo estraneo e nocivo. L’accusa fatta al capitano Dreyfus di essere una spia al soldo della Germania intensifica l’antisemitismo nel paese. Alfred Dreyfus, ebreo, capitano dello Stato Maggiore francese nel 1894 è condannato da un tribunale militare con l’accusa di alto tradimento, nonostante i documenti su cui si basa il processo siano palesemente falsi. In Francia il caso giudiziario diventa motivo di divisione politica. L’opinione pubblica si spacca tra i dreyfusards e gli antidreyfusards. I primi considerano il processo e la condanna un caso di palese antisemitismo razzista, xenofobia e cieco nazionalismo. Gli antidreyfusardi, i quali considerano la colpevolezza del capitano razzialmente indubitabile, scatenano una violenta campagna antisemita, razzista, antigiudaica, che coinvolge tutti gli ebrei.

Gli ebrei nella Prima guerra mondiale (1914-18) – Nei paesi in guerra i militari ebrei combattono, soffrono e muoiono per le loro rispettive patrie come i loro commilitoni cristiani. Ritornati dai vari fronti si sentono cittadini uguali agli altri e sono decisi a integrarsi ulteriormente nelle rispettive società nazionali. Ma i fermenti antisemiti latenti o inattivi si risvegliano in occasione di crisi storiche.

Le «religioni politiche» nell’Europa del primo dopoguerra – Negli anni del primo periodo postbellico l’Europa, sfinita dalle tragedie della lunga guerra, diventa un fecondo terreno di nascita e sviluppo per le entusiaste predicazioni di esaltati utopisti e di profeti che offrono alle masse disorientate «religioni politiche», alternative a quelle ufficiali. Sorgono così, e si affermano con grande successo, movimenti che riescono a dar vita a totalitarismi con aspirazioni onnicomprensive: il comunismo, il fascismo, il nazionalsocialismo, i quali, pur con diversità anche rilevanti tra loro, propongono il paradiso in terra, la giustizia sociale, la creazione di un “uomo nuovo”. I Partiti sono idealizzati e i Capi quasi divinizzati. Questi partiti e questi capi, pur con modalità sostanzialmente diverse, finiscono per condurre le loro letali “battaglie” anche contro la cultura ebraica e le vite degli ebrei europei.

 Gli ebrei diventano il capro espiatorio delle crisi postbelliche – Terminata la guerra le condizioni di vita per gli ebrei, a causa della ripresa della propaganda nazionalista e antisemita, in alcuni paesi comincia a deteriorarsi. Da quel momento, per molti è chiaro che il processo di inserimento nella vita nazionale non ha ridotto, come speravano, l’ostilità a fenomeno provvisorio e localmente limitato; al contrario, il seme piantato da intellettuali, politici, giornalisti, scrittori, in quasi tutta Europa e in America nei decenni precedenti è germogliato: nella maggior parte della popolazione è ormai latente un potenziale di pregiudizi che, come già in passato, politici senza scrupoli ricominciano a utilizzare per influenzare l’opinione pubblica. Dopo la fine della guerra e fino al 1945 si apre il periodo più negativo della storia moderna degli ebrei europei. Nei paesi sconfitti o in altri di recente formazione sorti sulle ceneri degli Imperi collassati, alle prese con mille problemi, gli ebrei sono strumentalizzati come capro espiatorio. Vincitori e vinti vivono in un ambiente perturbato da penuria alimentare, crisi economiche ricorrenti, disoccupazione, inflazione, rivendicazioni operaie, scioperi, odi etnico-nazionalisti di ogni tipo, violenze bolsceviche e incitamento alla rivoluzione mondiale, delegittimazione delle classi dirigenti, crescita dell’aggressività dei movimenti razzisti ecc. In questo contesto negativo gli ebrei sono accusati da settori dell’estrema destra politica di essere i responsabili dello scoppio della guerra e, nei paesi vinti, della sconfitta. I “Protocolli” diventano il testo fondamentale che “spiega” alla luce dell’occulta cospirazione ebraica tutti i recenti avvenimenti politici europei.

Antisemitismo in Unione Sovietica – In Russia, dopo il crollo del regime zarista, gli ebrei ottengono la parificazione legale (1917), però la fine delle discriminazioni non porta alla scomparsa tra la popolazione dei pregiudizi xenofobi e religiosi. Il nuovo regime sovietico reprime energicamente le manifestazioni di antisemitismo, ma il progetto prioritario della costruzione di una società “perfetta” (la società socialista) spinge il regime a distruggere i particolarismi nazionali delle minoranze. Con l’accusa di attività controrivoluzionarie l’Unione delle comunità ebraiche è sciolta, molti membri dei consigli arrestati, tutti i partiti ebraici, compreso il socialdemocratico Bund, sono sciolti e parecchi dirigenti sono arrestati, le tradizioni culturali vietate, la religione ebraica duramente perseguitata. Durante la dittatura staliniana il processo di russificazione degli ebrei – scopo della persecutoria politica zarista – è accelerato: anche la lingua jiddish (parlata dagli ebrei dell’est) è proibita. La maggior parte dei funzionari e degli impiegati di origine ebraica e del partito comunista sono licenziati, moltissimi sono arrestati e scompaiono nei gulag. Il Terrore staliniano fa milioni di vittime, di cui mezzo milione circa sono ebree.

Le prime leggi antiebraiche post-emanciazione – Sul piano politico internazionale gli anni venti e trenta del Novecento sono caratterizzati dalla progressiva eclissi dei regimi e degli ideali liberal-democratici e dallo scontro ideologico tra progetti di società diverse creduti perfettibili in assoluto: fascista e nazionalsocialista da un lato, comunista dall’altro. In alcuni paesi europei c’è la tendenza alla coalizzazione fra le tradizionali forze conservatrici, clericali, reazionarie e le nuove forze fasciste e nazionalsocialiste. Queste forze, tutte unite dall’antidemocratismo, dal conservatorismo e dal nazionalismo, e dall’odio per gli ebrei, impongono regimi autoritari o dittatoriali filofascisti. In tempi diversi, in Ungheria Polonia Romania Germania Austria e Paesi baltici la lotta economico-sociale e razziale antiebraica diventa uno dei punti fermi dell’attività politica dei rispettivi governi. Gli oltre quattro milioni di cittadini ebrei di questi paesi vivono il periodo fra le due guerre in balia dei risentimenti nazionalistici di parte della popolazione e sono sottoposti a varie discriminazioni. Sono accusati spesso – nonostante il contributo di sangue pagato nei rispettivi paesi durante la guerra – di essere stranieri, traditori dei valori nazionali, capitalisti sfruttatori del popolo e, insieme, quinta colonna del bolscevismo mondiale.

Identificazione bolscevismo=ebraismo – In Unione Sovietica e in altri paesi l’internazionalismo sovietico è recepito da numerosi ebrei come l’antidoto contro l’antisemitismo nazionalista e razzista. La partecipazione di ebrei alla vita politica in Unione Sovietica e all’interno dei numerosi partiti comunisti nazionali germoglia l’identificazione ebrei=bolscevichi. Si tende a percepire la parte come il tutto. Ma come la mafia comprende solo una minoranza di siciliani, così aderisce al comunismo solo una minoranza di ebrei.

Antisemitismo in Germania – Il crollo della Germania imperiale (novembre 1918) e la nascita della repubblica di Weimar è seguito da un periodo caratterizzato da penuria alimentare, iperinflazione, miseria generale, sconvolgimento delle classi sociali, accesa mobilitazione politica ed episodi di brutalizzazione e deumanizzazione del nemico politico. Ed è anche un momento marcato da una profonda crisi d’identità: il paese rimpiange il passato imperiale, non accetta la perdita del rango di grande potenza e si sente vittima di palesi ingiustizie.

I “Protocolli” per spiegare la crisi tedesca – Nel paese, al di fuori di qualsiasi corretta valutazione storica, la propaganda della destra nazionalista e antisemita scarica su altri le responsabilità che sono dell’entourage imperiale, dello stato maggiore dell’esercito, dell’alta borghesia industriale e finanziaria, dei nazionalisti e pangermanisti. La propaganda antiebraica ha notevole successo fra i ceti medi spaventati dall’impoverimento e dal declassamento: la scuola, le università, la burocrazia, la magistratura, l’esercito, le associazioni professionali, i partiti, le Chiese sono permeati di antigiudaismo e antisemitismo. I “Protocolli”, stampati nel 1919, hanno un successo strepitoso. La popolarità dipende dal fatto che il libello offre a una popolazione attonita, insicura, disperata, incapace di capire il disastro nazionale dopo anni di sacrifici, una spiegazione della “malattia” che ha colpito la sana società tedesca: i responsabili sono gli ebrei con le loro trame segrete e i loro complici.

Il Partito nazional-socialista di Adolf Hitler – Fra i piccoli partiti di destra caratterizzati dall’odio ideologico per il liberalismo e la democrazia, dall’acceso nazionalismo pangermanico e dall’antisemitismo razzista si distingue il Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi (NSDAP) guidato da Adolf Hitler. Il partito ha come obiettivi principali la distruzione della repubblica liberal-democratica di Weimar, il rifiuto del trattato di pace di Versailles, la fondazione di uno Stato razzista e pragmaticamente antisemita, la ricostruzione della potenza della Germania e l’espansione imperiale verso l’Est europeo.

L’antisemitismo razzista di Hitler – Hitler nell’opera Main Kampf espone la sua visione del mondo e le sue teorie politiche. Per combattere la minaccia comunista propone la propria linea nazional-razzista. Valuta l’ebraismo una malattia sociale da cui discendono, quali manifestazioni derivate, liberalismo, democrazia e comunismo (considerato versione politico-sociale del giudaismo). È convinto che i principi di uguaglianza scaturiti dalle rivoluzioni francese e sovietica siano contro natura e funzionali al progetto di dominio degli ebrei; considera l’egualitarismo marxista come il più pericoloso strumento di perversione utilizzato dal giudaismo internazionale; il suo trionfo porterebbe alla distruzione dell’ordine divino del mondo che, a suo dire, sarebbe un ordine razziale gerarchico. Egli rivendica esplicitamente l’attività antisemita come fine politico del partito nazista e utilizza tutto il tradizionale complesso di accuse antiebraiche con l’intento di unire i cittadini in difesa della nazione-razza tedesca da una inesistente congiura ordita dall’ebraismo internazionale. L’obiettivo finale e fondamentale è la realizzazione della grandezza e della purezza razziale del popolo tedesco. Uno dei presupposti inderogabili per realizzarli è l’eliminazione, non specificata ma implicita, degli ebrei dalla Germania.

Futuro apocalittico per gli ebrei – La lotta all’ebraismo mondiale assume in Hitler una carica esistenziale e apocalittica. Come alcuni futuri gerarchi nazionalsocialisti, anche Hitler si ispira a Fritsch, il «grande vecchio» dell’antisemitismo sterminazionista tedesco, e considera la diversità razziale ebraica l’opposto negativo dell’identità razziale ariana per cui il conflitto può risolversi solo con la salvezza o col nulla.

Crisi del ’29 e fine della Repubblica di Weimar (1933) – Nel 1929, dopo un periodo di notevole sviluppo, l’economia degli Stati Uniti è colpita da una grave crisi che successivamente coinvolge quasi tutti i paesi capitalisti. La Germania, anello più debole, è la più colpita. Ha una potenzialità industriale di prim’ordine, ma a causa dei debiti di guerra che la dissanguano ha un’economia instabile e strettamente dipendente dagli investimenti americani. Il rientro di tali investimenti arresta la sua ripresa. La crisi accentua le spinte nazionaliste, revansciste e reazionarie. Il partito nazionalsocialista sfrutta la situazione e in poco tempo diventa il più forte partito di massa di destra. In un paese demoralizzato, angosciato per il futuro, in preda a un forte sentimento di frustrazione e vittimismo, i nazisti lanciano un messaggio di speranza: la riscossa è possibile, la potenza tedesca può risorgere. L’ascesa dei nazisti è favorita dal largo consenso ottenuto nelle fasce sociali più deboli: tra la piccola e media borghesia impoverite e più in generale tra le masse di disoccupati, tra i malcontenti, gli affamati, ma anche fra gli operai. Tuttavia è determinante l’appoggio, più o meno entusiasta, delle forze conservatrici e reazionarie: i capi dell’esercito, gli organi dello Stato, le gerarchie cattolica (dopo aver abbandonato una iniziale opposizione) e luterana (prevalentemente quest’ultima), l’alta borghesia finanziaria e industriale, i più importanti giuristi e la maggior parte del mondo accademico. Alla fine della repubblica di Weimar e al successo nazista contribuiscono però anche le insufficienti capacità dei partiti antinazisti di far fronte contro il nemico comune.

Distruzione della democrazia e dello Stato di diritto – Giunti al potere (1933), i nazionalsocialisti in breve tempo ottengono con la forza e con l’inganno i pieni poteri e se ne servono per demolire lo Stato di diritto ed eliminare ogni forma di dissenso democratico: rinchiudono gli oppositori politici nei campi di concentramento, cominciano a instaurare uno Stato totalitario razzista a partito unico, basato sul mito del capo carismatico, sul coinvolgimento delle masse e sul controllo poliziesco; uno Stato popolare eretto sulla comunità etnica fondata sul sangue, sulla stirpe, sulla terra.

Persecuzione nazista degli ebrei del Reich (1933-1940)

La propaganda razzista e antisemita – La propaganda antiebraica nazista, al di là delle singole posizioni dei gerarchi, ruota intorno ad alcune posizioni ideologiche principali: diversità e disuguaglianza razziale dei gruppi umani, necessità di una politica genetica che promuova la purificazione razziale del popolo tedesco attraverso la riproduzione dei soggetti ritenuti razzialmente migliori, epurazione dei “tarati” ed allontanamento degli stranieri, opposizione razziale assoluta fra tedeschi ed ebrei concepita in chiave sia manichea che apocalittica. Tale propaganda ha il vantaggio di “spiegare” in modo scadente ma chiaro a chi, non abituato ad affrontare razionalmente i problemi, è pronto ad accettare risposte preconfezionate né critiche né intelligenti. È una propaganda che fa leva essenzialmente sul sentimento e sulla “fede”. In un ambiente sociale già preparato da decenni di antisemitismo (e da secoli di antigiudaismo ed ebreofobia), si consolida in gran parte della autoritaria società tedesca, abituata al culto dello Stato e a “credere” acriticamente all’autorità, la convinzione che in un modo o nell’altro la minaccia ebraica sia vera e debba essere bloccata. La propaganda ha anche un valore strumentale: accrescere l’intolleranza, l’avversione e i preconcetti nei confronti degli ebrei serve a riversare su un falso obiettivo tutte le frustrazioni e la rabbia popolari. Per fare maggior presa sull’opinione pubblica, oltre agli slogan sulla purezza razziale, la propaganda utilizza le tradizionali accuse economico-sociali e politiche che additano gli ebrei come i fautori delle rivoluzioni e delle tensioni sociali.

La “salvezza” è a portata di mano – Il messaggio nazista contiene una promessa di “salvezza”: un avvenire felice e armonioso è potenzialmente realizzabile per il popolo-razza tedesco; per attuarlo è inderogabile lo scontro apocalittico con la razza ebraica. In un mondo in via di scristianizzazione, l’ideologia razzista diventa per milioni di tedeschi un surrogato della religione che da un senso alla vita: nell’ordine dell’universo, dopo l’allontanamento della razza sub-umana, il popolo tedesco, “razzialmente eletto”, deve guidare i popoli ariani e insieme dominare la terra.

Inizia il processo di de-emancipazione degli ebrei tedeschi (1933-1935) – In un quadro di apparente legalità i nazisti danno il via alle discriminazioni contro gli ebrei tedeschi, dimostrando coi fatti che il “problema” ebraico è per loro prioritario. In tal modo l’antisemitismo razzista cessa di essere una semplice ideologia e si trasforma in un sistema socio-politico “razionale”, programmato.

Quando Hitler sale al potere la comunità ebraica tedesca comprende circa 520.000 individui: fedeli patrioti nazionalizzati, totalmente integrati nella società tedesca, profondamente legati alla sua cultura, ai suoi costumi e alla sua mentalità. Questa minoranza che, da più di un secolo, contribuisce sia sul piano materiale sia su quello culturale all’avanzamento della Germania osserva con sbigottimento quanto sta accadendo senza percepirne il reale pericolo. La politica antiebraica attiva ha una prima fase tesa a terrorizzare gli ebrei, differenziarli e boicottarli socialmente ed economicamente (1933-35). Dapprima Hitler lascia libero sfogo all’ostilità “spontanea” violenta. Membri delle squadre d’assalto naziste, in molte città tedesche, assalgono e picchiano a sangue gli ebrei incontrati per strada. Molti ebrei, esponenti dell’intellighenzia o dell’opposizione politica, sono arrestati e rinchiusi in campo di concentramento. Le opere di storia, filosofia, sociologia, psicanalisi, psicologia, politica, musica, arte, letteratura, architettura di autori ebrei sono bruciate pubblicamente.

Boicottaggio economico-sociale – Segue il boicottaggio dei negozi e degli studi professionali e l’espulsione in massa dalla burocrazia e dalle varie istituzioni: magistrati, professori universitari, scienziati, artisti dei settori letterario, teatrale, cinematografico, giornalisti, sportivi, operatori di Borsa, bancari e banchieri, militari, liberi professionisti ecc. L’accesso alle scuole e alle università è inizialmente limitato e poi impedito.

Discriminazione legislativa (1935-1938) – Tra il 1935 e il 1938 segue una fase di discriminazione legislativa e di separazione dei singoli ebrei dal resto della popolazione. Il 15 settembre 1935, in occasione del congresso del Partito nazista tenuto a Norimberga, il Parlamento (Reichstag) promulga due leggi: l’una sulla cittadinanza, l’altra per la protezione della razza e dell’onore tedeschi, con cui gli ebrei sono separati “legalmente” dai loro concittadini. Anche i soggetti non ebrei per la religione ebraica ma ritenuti tali dalla legislazione razziale sono esclusi dalla comunità ariana e inglobati in quella semita. Queste leggi legalizzano le disuguaglianze di fatto già esistenti fra ebrei tedeschi e ariani; i primi perdono legalmente i diritti politici, non sono più cittadini ma sudditi. Per meglio palesare la loro condizione di non-cittadini non possono entrare negli uffici pubblici, negli ospedali, nelle farmacie, nei ristoranti, nelle scuole e nelle università e dal 1938 non possono frequentare i cinematografi, i teatri, le piscine, i luoghi di villeggiatura e esporre la bandiera nazionale; inoltre è vietato citare i caduti ebrei sui monumenti dedicati ai soldati morti in guerra. Come conseguenza della divisione razziale, i matrimoni e più in generale le relazioni sessuali fra gli ebrei e gli altri sono considerati un crimine.

Chi è ebreo? – Il problema della separazione razziale è risolto burocraticamente definendo ebreo chi – a prescindere dalla sua religione – ha almeno tre nonni ebrei; chi ne ha due è considerato ebreo se è di religione ebraica e ha sposato un’ebrea. Su queste basi anche migliaia di cattolici, protestanti, ortodossi, atei sono schedati biologicamente ebrei.

Isolamento e stereotipizzazione degli ebrei tedeschi – Nella nuova Germania, gli ebrei, a prescindere dalle loro qualità morali e culturali personali, diventano gradualmente un’entità astratta totalmente negativa, spersonalizzata, stereotipizzata, posta al di là della società umana. La maggior parte della popolazione, grazie anche alla forte pressione psicologica della martellante propaganda, accetta positivamente, se non con soddisfazione, le misure che privano gli ebrei dei diritti civili, dei loro beni, e li emarginano dalla vita sociale. Inoltre c’è un diffuso interesse a occupare i posti di lavoro rimasti liberi dopo la loro cacciata, e, più tardi, anche la possibilità di trarre profitto dalla espropriazione dei loro beni.

Persecuzione degli ebrei austriaci e della Boemia-Moravia (1938) – In Austria, dopo l’unione alla Germania (Anschluss, 1938), si scatena un crudele e violento antisemitismo persecutorio a cui partecipa con vivo entusiasmo anche la maggioranza della popolazione. Gli ebrei sono sottoposti alla legislazione razziale in vigore in Germania. In questo paese l’odio antiebraico è forse superiore a quello tedesco ed è molto diffuso fra le masse cattoliche, imbevute di pregiudizi antigiudaici e antisemiti propagandati da decenni dal Partito cristiano-sociale e dagli organi di stampa cattolici. Con l’Anschluss l’antisemitismo dei cristiano-sociali si salda con quello nazista. Dopo l’invasione della Cecoslovacchia (1938-39), la stessa sorte tocca agli ebrei della Boemia e Moravia, diventate protettorato tedesco: l’antisemitismo è molto diffuso e sotto l’influenza nazista ha una riacutizzazione; le sinagoghe sono distrutte e molti ebrei arrestati.

Evian (1938): nessun paese accoglie profughi ebrei – A Evian sulle rive del lago di Ginevra, si tiene una conferenza internazionale per discutere il problema dei profughi ebrei. Alla conferenza, organizzata dal presidente americano Roosevelt, partecipano i rappresentanti di 32 nazioni. Nessuno accetta di accogliere le masse di profughi ebrei che intendono lasciare la Germania. La Svizzera chiede alle autorità tedesche di stampigliare una J (Jude) sui passaporti degli ebrei per meglio identificarli e respingerli se privi di visto di ingresso per altri paesi.

Palestina (1938) – In Palestina gli inglesi contingentano l’ingresso degli ebrei in fuga dal Reich per frenare le proteste arabe.

La“notte dei cristalli” e nuove persecuzioni (1938) – Nella notte fra il 9 e il 10 novembre 1938, come risposta all’assassinio di un funzionario nazista a Parigi attuata da un giovane ebreo polacco, i nazisti per ordine del ministro della propaganda Göbbels scatenano un gigantesco pogrom in tutta la Germania. Novantun ebrei sono assassinati e migliaia feriti, 26.000 imprigionati; più di duecento sinagoghe, centri comunitari e cimiteri incendiati, distrutti, profanati; numerosissime proprietà ebraiche danneggiate, tra cui circa 7500 magazzini, assaliti, saccheggiati, distrutti; tutti i cristalli delle vetrine dei negozi degli ebrei sono infranti (Kristallnacht). Successivamente una commissione interministeriale accusa gli ebrei di essere responsabili di quanto è accaduto e li costringe a pagare collettivamente una pesantissima multa e a restituire gli indennizzi pagati dalle assicurazioni.

Emigrazione ed espropriazione delle proprietà ebraiche – Nel 1939 a Praga è istituito l’Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica con il compito di registrare gli ebrei, favorire la loro emigrazione dopo averli spogliati dei loro averi con la scusa di pagare la tassa di espatrio. Ha così inizio con modalità e tempi diversi un vecchio progetto antisemita: l’esproprio di tutte le proprietà degli ebrei europei.

Esodo degli scienziati e degli artisti – Numerosi ebrei riescono a rifugiarsi all’estero ma la maggior parte non ha la possibilità di procurarsi un visto di ingresso in nessun paese. Emigrano o scappano i più importanti scienziati, professori universitari, scrittori, artisti, musicisti, leader politici. La cacciata degli scienziati dai centri di ricerca e dei professori universitari priva la scienza tedesca austriaca cecoslovacca delle menti scientifiche e artistiche migliori: più in generale, l’emigrazione dell’intellighenzia ebraica da molti paesi europei fa perdere all’Europa il primato della cultura scientifica e artistica a favore degli Stati Uniti.

Nuove disposizioni persecutorie – In seguito sono emanati ordini che regolano la vita degli ebrei nei minimi particolari: sono obbligati a risiedere in determinati quartieri, a frequentare giardini delimitati, curarsi in certi ospedali e a non uscire di casa in alcune ore della giornata. Nel contempo subiscono la totale eliminazione dalla vita economica tedesca: sono costretti a vendere a prezzi irrisori ad “ariani” ciò che rimane delle loro aziende e imprese commerciali, artigianali, industriali. Le istituzioni ebraiche sono dichiarate illegali e non possono percepire i tributi e i loro beni sono confiscati. Tutti gli ebrei che non hanno nomi ebraici sono obbligati ad assumere quello supplementare di Israele se maschi e di Sara se femmine. Sui documenti d’identità e sui passaporti è stampigliata la lettera J, iniziale di giudeo (Juden). Sono distrutte le basi religiose ed economiche della vita ebraica.

Fine delle illusioni – All’inizio delle persecuzioni la maggior parte degli ebrei pensa sia una bufera passeggera, strumentale alla presa del potere nazista. Pochi percepiscono la gravità della situazione e scelgono il tradizionale atteggiamento ebraico di fronte ai soprusi e alle angherie: aspettare che passino. La brutalità della “notte dei cristalli” li pone però di fronte alla realtà: sono banditi dalla comunità nazionale senza speranza. Fino a quel momento non vi sono state violenze fisiche generalizzate ma dopo il pogrom scatenato dal governo tedesco è chiaro che contro gli ebrei tutto è permesso e possibile. Molti per la disperazione si suicidono, altri si impegnano nella vita ebraica dalla quale vivevano staccati.

Hitler profeta: la guerra porterà allo sterminio della “razza ebraica” – Il 30 gennaio 1939, con un discorso di genere politico-profetico, Hitler minaccia gli ebrei:

L’Europa non avrà la pace se prima non si risolverà il problema ebraico. E’ possibile che a proposito di questo problema si giunga a un accordo tra nazioni che altrimenti non arriverebbero facilmente a intendersi tra loro. Sulla terra esistono ancora terre disponibili […] Oggi, in questo giorno che resterà memorabile forse non per i tedeschi soltanto, voglio ancora aggiungere queste parole. Sovente nella mia vita, quando ero in lotta per il potere, sono stato profeta, e sovente si è riso di me: soprattutto il popolo ebraico ha riso di me. Credo che le risate sonore degli ebrei tedeschi si siano ora soffocate loro in gola. Ancora una volta, oggi, voglio essere profeta. Se la finanza ebraica internazionale riuscisse, in Europa o altrove, a far precipitare ancora una volta le nazioni in una guerra mondiale, il risultato non sarebbe la bolscevizzazione dell’Europa e la vittoria del giudaismo, ma lo sterminio della “razza ebraica” in Europa […] O l’Europa e il mondo si piegheranno ai miei voleri; e allora io concentrerò il popolo ebraico in qualche isola deserta. O tenteranno di resistermi; e allora la razza maledetta sarà votata allo sterminio.

In questo discorso Hitler utilizza gli ebrei come capro espiatorio per il passato e per il futuro. Nega le responsabilità tedesche della prima guerra mondiale e con totale disprezzo della causalità storica le addossa agli ebrei e, preventivando gli alti costi umani e materiali di quella futura che sta preparando, anticipa la spiegazione preconfezionata per il suo popolo. Il dittatore, mentre trama concretamente per estendere il suo dominio sull’Europa, rivolge l’accusa agli ebrei di voler dominare il mondo.

La guerra totale: eliminazione fisica del nemico – Il 22 agosto 1939, mentre il ministro degli esteri del Reich si reca a Mosca per firmare il Patto di non aggressione fra Germania e Unione Sovietica, Hitler, in vista della guerra imminente contro la Polonia, tiene un discorso ai suoi generali in cui tra l’altro detta le linee di comportamento dei futuri invasori:

Comportatevi con brutalità, 80 milioni di persone devono ottenere quanto è nel loro diritto […] Gengis Kan mandò a morte milioni di donne e bambini, di buon grado e col cuore leggero […] perché l’obiettivo da conseguire in guerra non è quello di raggiungere certe linee, ma la demolizione fisica degli avversari. E così, a est, per ora ho messo al loro posto soltanto le mie Unità del teschio, con l’ordine di mandare morte, senza compassione o pietà, molte donne e bambini di origine e lingua polacca. La Polonia sarà spopolata e colonizzata da tedeschi […] Per il resto […] il destino della Russia sarà esattamente lo stesso […] invaderemo l’Unione Sovietica. Inizierà allora l’alba della dominazione tedesca della terra.

Leggi razziali antiebraiche in Italia (1938)

Gli ebrei italiani sotto il fascismo – Negli anni venti il processo di assimilazione degli ebrei italiani prosegue e si accentua il loro attaccamento alle tradizioni nazionali. La maggior parte appartiene alla piccola e media borghesia. La loro presenza nelle attività produttive non è significativa; molto più forte è il loro contributo alla cultura nazionale. Per quanto riguarda il fascismo gli ebrei non hanno preferenze politiche unitarie, in parte sono fascisti, in parte antifascisti (gli intellettuali sono per lo più antifascisti) e in parte non prendono posizione: come gli altri italiani seguono i propri personali orientamenti sociali e ideologici. Nessun ebreo ha incarichi importanti nel partito fascista e, contrariamente a quanto è avvenuto sotto il regime liberale, uno solo ricopre, per quasi due anni, la carica di ministro. Ben diversa la situazione sotto il regime liberale, quando alcuni ebrei ricoprivano importanti incarichi ministeriali.

Propaganda antiebraica – Durante i primi dieci anni della dittatura i sentimenti antiebraici rimangono per lo più latenti, a livello personale o di piccoli gruppi, si palesano attraverso articoli su riviste di non grande diffusione; sui giornali più importanti non appaiono fino al 1934. Non mancano episodi di propaganda e di violenza antiebraiche locali, ma il dittatore fa normalmente dichiarazioni ufficiali contrarie all’antisemitismo, anche se personalmente condivide i comuni pregiudizi razziali antiebraici del suo tempo: è convinto della filiazione del bolscevismo dall’ebraismo e dell’esistenza di un potere finanziario mondiale pilotato dagli ebrei. In ambienti nazionalisti e cattolici si fa propaganda antisemita e antigiudaica: l’odio antiebraico è innescato dalla paura del comunismo e dalla dichiarazione di lord Balfour favorevole alla costituzione di un “focolare” ebraico in Palestina. Uno dei più tenaci divulgatori dell’antisemitismo è il sacerdote Benigni. Il suo pensiero muove da posizioni reazionarie legate alla corrente cattolico-integralista-antimodernista. Benigni scrive sul periodico “Fede e ragione” utilizzando le più retrive calunnie antisemite, compreso l’omicidio rituale. Nel 1921 sono pubblicate due edizioni dei “Protocolli”: una di Benigni e una di Preziosi, un pubblicista fascista proveniente dall’ambiente ecclesiastico. Preziosi divulga i temi classici dell’antisemitismo europeo attraverso la sua rivista, “La vita italiana”: i temi dominanti sono l’alta finanza ebraica internazionale da un lato, e l’internazionale bolscevica ebraica dall’altro. Anche Papini, e altri, si esercitano in affermazioni antigiudaiche e antisemite. Nelle polemiche antiebraiche, si distingue, tra le altre, la “Rivista di Milano” che, a partire dai primi anni venti, pubblica articoli che denunciano le pericolose trame finanziarie degli ebrei italiani in combutta con l’alta finanza ebraica cosmopolita, e auspica che il governo fascista intervenga per «… spezzare il giallo artiglio semita che azzanna nella schiena i popoli del mondo.» Nel 1934 Mussolini permette che alcuni giornali attacchino gli ebrei antifascisti e quelli sionisti. La campagna giornalistica, guidata da “Il Tevere” e da “Il regime fascista”, tende a diffondere nell’opinione pubblica italiana l’inquietudine per la presenza degli ebrei considerati non italiani, e per l’arrivo di altri ebrei in fuga da Germania, Austria e ex Cecoslovacchia. Le accuse non sono originali: si imputa loro di essere capitalisti e comunisti in combutta con la finanza ebraica internazionale e il bolscevismo russo.

Politica razzista strumentale – Il dittatore, dopo la conquista dell’Impero etiopico, vara una normativa razzista tesa a impedire i rapporti promiscui fra italiani e africani, per evitare la nascita di un meticciato italo-africano. Nell’autunno-inverno 1936, in sincronia con il consolidamento dei rapporti fra l’Italia e la Germania nazista con la istituzione dell’asse Roma-Berlino, fa allontanare dalla stampa fascista i collaboratori ebrei. Il 31 dicembre su un giornale di regime appare un articolo anonimo (attribuito a Mussolini) in cui si sostiene che l’antisemitismo è inevitabile «laddove il semitismo esagera con la sua esibizione, la sua invadenza». L’anno successivo numerose pubblicazioni e campagne di stampa autorizzate da Mussolini diffondono contenuti antisionisti, antisemiti e razzisti. Il clerico-fascista Orano pubblica il libello “Gli ebrei in Italia”, in cui l’autore legittima il suo antisemitismo presentandolo come filiazione dell’antigiudaismo cattolico e utilizza tutti i tradizionali stereotipi per accusava gli ebrei di razzismo e i sionisti di essere un pericolo per l’Italia. Dopo la pubblicazione del libro di Orano la “questione ebraica” e la polemica sionista diventano dominanti sulle pagine dei quotidiani: gli ebrei sono sollecitati a scegliere tra l’essere italiani ebrei o ebrei italiani. I giornali più impegnati nella polemica sono “Il Popolo d’Italia”, il “Corriere Padano”, “Il Regime fascista” e il “Corriere della sera”. Nei mesi successivi la stampa fascista intensifica la campagna di indottrinamento dell’opinione pubblica sul “problema ebraico” in termini razziali. La stampa italiana tra il 1937 e il 1938 pubblica anche numerosi articoli a favore delle legislazioni antiebraiche adottate in Romania, Ungheria e Germania.

La cultura razzista italiana – La cultura italiana dell’epoca, come più in generale la cultura europea, è sostanzialmente razzista. Anche in Italia a partire dagli anni sessanta dell’Ottocento studiosi delle civiltà indiane, di glottologia e di antropologia elaborano un conflitto razziale fra semiti e ariani. L’”arianesimo”, per la sua opposizione alla tradizione giudeo-cristiana, attrae larghi settori del pensiero laico e anticlericale in funzione anticattolica e anticristiana. Nel primo dopoguerra il mito ariano passa da un ambiente essenzialmente culturale a quello ideologico-politico. La concezione che i nazionalisti (confluiti nel Partito nazionale fascista nel 1923) hanno della nazione è di tipo razzista. Il razzismo ariano italiano fino a quel momento si impegna a illustrare l’inferiorità naturale degli africani e degli slavi, e solo dopo il 1935 diventa progetto politico. Inedito è invece il connubio di antisemitismo e razzismo promosso dallo Stato. Mussolini, che negli anni precedenti si è espresso a favore di una politica tesa a migliorare la salute della “razza italiana”, nel 1938 ritiene che sia giunto il momento di spingere al massimo la fusione “mistica” degli italiani con lo Stato fascista che, già antilibertario e antidemocratico, diventa anche razzista. Il dittatore, per rafforzare negli italiani il sentimento di far parte integrante di uno Stato-razza, parte integrante di una comunità nazionale unita da identici caratteri spiritual-biologici-nazionali destinata a grandi imprese di conquista, “suscita” un inesistente nemico razziale interno, gli ebrei.

Le leggi e le disposizioni antiebraiche – Nel 1938 l’oscillante politica ebraica di Mussolini sfocia in una formale legislazione antiebraica. Il razzismo antisemita fascista non è un fatto incidentale, ma distintivo e basilare a esso, che trova moltissimi italiani già preparati da secoli di antigiudaismo cattolico, a cui si sommano le frenesie belliciste dei nazionalisti, legittimate come “missione civilizzatrice”. Prima di varare la legislazione razziale che distingue i cittadini in italiani di “razza ariana” e cittadini di “razza ebraica”, il dittatore ottiene il consenso del re e imperatore Vittorio Emanuele III che, in seguito, firma tutte le leggi persecutorie. Prende contatti anche con la Santa Sede, perché alcune disposizioni razziali sono in disaccordo con talune norme del Concordato in materia matrimoniale e nei riguardi degli ebrei convertiti al cattolicesimo. Alla fine di un complicato negoziato le due parti trovano comunque un compromesso (che lascia però insoddisfatto il papa Pio XI). Nel febbraio del 1938 il Ministero dell’Interno dispone il censimento della religione professata dai propri dipendenti. Nel luglio è pubblicato un documento Il fascismo e i problemi della razza; il testo fornisce le basi teoriche all’introduzione ufficiale del razzismo. Redatto in termini biologici da Landra con la supervisione di Mussolini, è noto anche col titolo Manifesto degli scienziati razzisti. Per tutelare i caratteri fisici e psicologici della razza italiana, è istituita la Direzione generale per la demografia e la razza la quale procede a un censimento per individuare i soggetti appartenenti alla “razza ebraica”. Da esso risulta che gli ebrei costituiscono poco più dell’uno per mille circa della popolazione totale: 58 412 persone con almeno un genitore ebreo (48 032 sono cittadini, 10 380 sono stranieri; 46 656 sono ebrei di religione, 2 600 circa non lo sono più e 7 000 sono figli di matrimonio misto). A partire dal settembre-novembre 1938, inizia la legislazione antiebraica: in tempi diversi, con decreti legge o provvedimenti amministrativi gli ebrei sono privati di molti diritti fondamentali ed esclusi da tutti i settori della vita pubblica. Un decreto legge priva della cittadinanza italiana quegli ebrei che sono stati naturalizzati dopo il 1 gennaio 1919, con l’obbligo di lasciare il paese entro sei mesi. Agli ebrei stranieri è negato il permesso di risiedere il Italia, però è permesso il loro soggiorno per motivi turistici o di studio. Poi è la volta della discriminazione nella scuola, sede del processo di fascistizzazione dei giovani. I cittadini di “razza ebraica” non possono né studiare né insegnare nella scuola ariana e fascista. Il ministro dell’educazione Bottai provvede a far identificare tutti i razzialmente “diversi” all’interno del sistema scolastico nazionale. Il 5 settembre sono emanati i Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista che sanciscono l’espulsione degli studenti e dei docenti di “razza ebraica” dalle scuole pubbliche. Stessa sorte tocca ai docenti universitari. Gli studenti ebrei possono proseguire gli studi in scuole ebraiche gestite da ebrei e gli universitari già iscritti possono portare a termine gli studi. Successivamente sono licenziati i militari di carriera, i dipendenti di ogni ordine e grado delle amministrazioni civili e militari, statali, parastatali e degli enti locali, delle banche, delle assicurazioni e della stampa. Ai cittadini di “razza ebraica” è vietata l’appartenenza al Partito fascista (quelli già iscritti sono espulsi), di essere titolari o dirigenti di aziende con cento o più dipendenti, di possedere più di cinquanta ettari di terra e di prestare il servizio militare di leva. I professionisti sono cancellati dagli albi professionali. Proibito il commercio di oggetti d’arte, di giocattoli, apparecchi radio, carte da gioco, alcolici, cartolerie, oggetti usati, fare il fotografo, l’insegnante privato, affittacamere, interprete, pilota ecc. Con altri decreti legge, intitolati Provvedimenti per la difesa della razza italiana, sono vietati i matrimoni misti e stabiliti i criteri biologici di appartenenza alla “razza ebraica”. La popolazione non accoglie con entusiasmo la legislazione razziale ma neppure con manifestazioni di protesta. L’opinione pubblica è nell’insieme indifferente o condiscendente. Molti sono ben contenti di sostituire nei posti di lavoro, nelle università, nelle scuole, i colleghi ebrei espulsi. Pochi intellettuali osano esprimere, in privato, opinioni contrarie: lo fanno Gentile, Bontempelli, Marinetti e Croce.

Le Chiese e gli ebrei: dall’antigiudaismo all’antisemitismo

Antisemitismo cristiano – L’antigiudaismo delle Chiese (cattolica, riformate, ortodosse) permane inalterato, ma dopo la Rivoluzione francese l’ostilità antigiudaica della Chiesa cattolica e di quella luterana tedesca assume via via tratti più socio-politici che religiosi. Nel corso dell’Ottocento infatti, la tradizionale animosità si arricchisce di contenuti antisemiti moderni e si trasforma in un elemento di sostegno a una identità che cerca di contrastare le sfide dell’epoca corrente ritenute esiziali per le basi delle società cristiane. Le gerarchie ecclesiastiche, la pubblicistica cattolica e luterana e i partiti cristiano-sociali condannano le leggi liberali che, ponendo gli ebrei sullo stesso piano giuridico dei cristiani, favoriscono in molti paesi la loro crescita sociale, economica politica e culturale. Nell’ottica delle gerarchie ecclesiastiche del tempo l’antigiudaismo socio-politico (da noi chiamato antisemitismo cattolico) risponde alla necessità di difendere la societas christiana – di fatto dissolta da tempo, ma che resiste ottativamente nella testa di molti ecclesiastici – dall’assalto degli ebrei. Le cause sono in realtà legate al processo di modernizzazione, a cui gli ebrei non contribuiscono come gruppo compatto, ma solo a livello individuale; e ciò si verifica soprattutto nei paesi occidentali dove lo sviluppo si è avviato; nei paesi più arretrati la maggior parte degli ebrei religiosi guarda le trasformazioni spesso con la stessa diffidenza delle Chiese perché portano alla distruzione della tradizionale società ebraica. In questo coacervo di accuse, manca una visione reale dell’ebraismo e degli ebrei. Il mondo ebraico è, infatti, recepito come un blocco unitario ostile, quando in realtà dal Settecento in poi è caratterizzato, più che nel passato, da divisioni e conflitti generati dai cambiamenti in atto.

“La Civiltà cattolica” contro gli ebrei – A partire dagli anni ottanta dell’Ottocento, il più autorevole periodico cattolico scatena una forte campagna antisemita; appaiono numerosi articoli che accusano gli ebrei di essere una “razza” (l’uso di questo termine non è però biologico) ostile e pericolosa sotto il profilo spirituale e materiale; un gruppo alieno che deve essere considerato straniero e perciò sottoposto a leggi speciali, come hanno fatto la Chiesa e gli Stati che a essa si sono ispirati sotto l’Antico regime. Gli ebrei sono accusati di praticare omicidi rituali, di essere all’origine dei processi che trasformano e distruggono l’ordine naturale della società voluta da Dio, di capeggiare i movimenti rivoluzionari (liberali, democratici, socialisti, marxisti), di svolgere una lotta anticristiana e anticattolica servendosi della massoneria internazionale. La rivista per il motivo esposto sopra elogia la vecchia legislazione antiebraica russa che discrimina gli ebrei e frena la loro salita sociale, economica, politica e culturale.

Santa Sede, gerarchie ecclesiastiche e stampa cattolica dopo la I Guerra mondiale – Dopo la Prima guerra mondiale da parte dei vertici della Chiesa cattolica non ci sono dichiarazioni dirette e pubbliche antisemite, ma, come nel periodo precedente, “La Civiltà Cattolica”, gran parte della stampa cattolica e moltissimi ecclesiastici continuano ad attaccare gli ebrei e il giudaismo talmudico. I temi dominanti della campagna di stampa antiebraica degli anni venti sono la “cospirazione ebraico-bolscevica” e la “minaccia sionista”. Gli avvenimenti russi dal 1917 in poi e la coeva Dichiarazione Balfour a favore di un «focolare ebraico» in Palestina danno infatti l’occasione alla stampa cattolica, guidata dalla rivista dei gesuiti, di riprendere con forza la battaglia contro quelli che sono costantemente denunciati come i “nemici” di Gesù e della sua Chiesa. Il processo rivoluzionario in Russia è indicato come opera di trame ebraiche. Il progetto sionista in Palestina è osteggiato perché minerebbe il carattere cristiano della Terrasanta, e, inoltre, la rinascita politica degli ebrei sarebbe scandaloso, perché in conflitto con la teologia della punizione che vede la dispersione degli ebrei come pena divina contro gli “assassini” di Gesù. “La Civiltà cattolica” propaga un’immagine degli ebrei come fossero un’entità astorica metafisica. Essi non esistono come individui autonomamente pensanti ed agenti, con idee politiche personali, spesso divisi e in contrasto fra loro, ma come un corpo compatto, un’unica volontà che manovra occultamente l’economia e la politica per conquistare il mondo. Come usano gli antisemiti “laici”, anche per i redattori della rivista un ebreo comunista o socialdemocratico o liberale non è considerato un comunista un socialdemocratico un liberale che può essere in contrasto con le idee politiche di altri ebrei, è sempre guardato principalmente come “ebreo” che opera per una fantomatica “causa di dominio ebraica”. E tutto ciò nonostante le smentite che l’analisi empirica dei comportamenti degli ebrei offre: come tutti gli altri gruppi umani sono infatti divisi sul piano economico, sociale, culturale, religioso, politico. Questa immagine deformata del loro ruolo storico emerge dalla dottrina ecclesiastica che, proseguendo la polemica antigiudaica che per secoli ha contribuito a costruire un’identità cristiana in opposizione a quella ebraica, giudica tutti gli ebrei un popolo maledetto da Dio – una unità teologica negativa – che, proprio a causa della riprovazione divina, svolge un ruolo storico negativo e pericoloso per le società cristiane.

A causa della partecipazione di numerosi ebrei negli apparati politici e repressivi dell’Unione Sovietica e nei partiti comunisti di altri paesi, anche vari episcopati nazionali contribuiscono all’identificazione bolscevismo=ebraismo e a diffondere l’idea che gli ebrei vogliono la distruzione della Chiesa. Nei giornali cattolici gli ebrei sono sempre associati ai comunisti, ai massoni, ai capitalisti, ai liberali, ai nemici della fede e della Chiesa. Questa falsa immagine dell’ebreo che lotta contro la Chiesa per atavico odio anticristiano si imprime nella coscienza popolare dei cattolici europei e contribuisce in seguito a alimentare campagne di odio fomentate dalla medesima stampa in vari paesi.

Negli anni trenta, nell’insieme, l’atteggiamento verso gli ebrei – ormai obbiettivo di un’ostilità dilagante – della Santa Sede, degli episcopati nazionali e del mondo cattolico – se si esclude la generica condanna del razzismo – non subisce variazioni apprezzabili. L’antigiudaismo dottrinale continua a essere la base da cui partono gli interventi della gerarchia ecclesiastica e della stampa cattolica su problemi concernenti gli ebrei. Uno dei punti mai messi in discussione è la limitazione dei loro diritti civili: la parificazione continua ad essere considerata un pericolo contro il quale è doveroso difendersi. Contro tale minaccia è costantemente riaffermata la legittimità dell’antisemitismo cattolico, con tutti i suoi pregiudizi, stereotipi e, nonostante tutto, venature razziste. La parola d’ordine delle gerarchie e della stampa cattoliche è difendiamoci dagli ebrei, difendiamoci dall’ebraismo. Il mondo cattolico in lotta contro il modernismo e la modernità guarda i fenomeni storici come storia sacra in cui le forze del male lottano per distruggere le forze del bene: in questa cornice “religiosa” gli ebrei continuano a essere identificati collettivamente col male. Perciò quando gli Stati fascisti, o solo autoritari, iniziano a legiferare per arginare il “pericolo ebraico”, trovano la Santa Sede e le gerarchie cattoliche nazionali sostanzialmente d’accordo. Le rimostranze riguardano solo l’antisemitismo razzista che coinvolge anche gli ebrei battezzati e si serve della lotta agli ebrei per attaccare anche le origini ebraiche del cristianesimo.

1941-1945: sterminio razziale degli ebrei europei

Olocausto – Il termine “Olocausto” (dal greco holókauston che significa “cosa completamente bruciata”) nelle liturgie antiche indicava il sacrificio totale offerto alla divinità nel quale la vittima (animale) veniva completamente arsa. Da qualche decennio è usato per indicare carneficine, uccisioni di massa di interi popoli per motivi politici, religiosi, razziali ecc..

Shoah – A causa del suo significato teologico: offerta gradita a Dio, l’uso di Olocausto per indicare lo sterminio degli ebrei e di altri gruppi sociali non è appropriato. Gli ebrei rifiutano di considerare le vittime un “sacrificio a Dio”, perciò per indicare lo sterminio preferiscono il termine ebraico Shoah (scritto anche Shoà o Sho’ah), che significa “distruzione”; gli zingari per indicare il tentativo nazista di eliminarli usano la parola Poraimos, che significa “divoramento”, lo sterminio degli armeni ordinato dal governo imperiale ottomano è indicato con Aghet; gli ucraini per definire lo sterminio per fame di milioni di loro concittadini, provocato volutamente dalle autorità sovietiche nel 1932-1933, usano Holodomor.

La Germania aggredisce l’Europa (1939-1942) – Negli anni trenta del secolo scorso la politica aggressiva della Germania nazista destabilizza l’ordine europeo e riafferma la sua centralità nel panorama politico continentale: l’uscita dalla Società delle Nazioni (1933), il riarmo (1935), la rimilitarizzazione della Renania (1936), l’annessione dell’Austria (1938) e abbattimento dello Stato cecoslovacco (1938-39) sono tappe di questo progetto; la tappa successiva prevede la distruzione dello Stato polacco, concordata segretamente con Stalin. Il 1° settembre 1939 la Germania invade la Polonia: ha inizio quella che Hitler spera sia una breve guerra europea e che invece diventa presto una guerra mondiale. Diciassette giorni dopo la Polonia è invasa a est dai sovietici e sulla base degli accordi segreti è spartita in due zone: una tedesca e una sovietica. Tra la primavera del 1940 (aprile-maggio) e l’estate 1941 le armate tedesche conquistano Norvegia Belgio Olanda Lussemburgo Francia Iugoslava Grecia e gran parte dell’Unione Sovietica. La Germania è la padrona di quasi tutta Europa e nel 1942 tocca il culmine della sua potenza imperialistica.

Gli ebrei europei sotto il dominio nazista e dei suoi alleati – Parallelamente alle conquiste territoriali quasi tutta la popolazione ebraica europea finisce sotto il dominio nazista o di Stati alleati o satelliti della Germania.

Il “nuovo ordine” europeo – Dopo le grandi conquiste, i nazisti danno inizio al «nuovo ordine» europeo. Il concetto di «nuovo ordine» si basa essenzialmente sullo sfruttamento economico a favore dei tedeschi dei paesi occupati, sulla schiavizzazione, deportazione e riduzione numerica delle popolazioni slave, e sulla persecuzione razziale degli ebrei e degli zingari (“nuovo ordine igienico-razziale”) senza distinzioni di classe, di cittadinanza e di religione.

La base scientifica del “nuovo ordine igienico-razziale” – Il “nuovo ordine igienico-razziale” europeo non inizia nel vuoto, ha come fondamento vari decenni di opposizione scientifica al principio dell’eguaglianza umana: genetisti, antropologi e psichiatri propongono da decenni una teoria dell’ereditarietà umana.

Assassinio dei ritardati mentali e degli handicappati gravi – Dopo l’inizio della guerra i dirigenti dello Stato nazionalsocialista tedesco convertono in prassi ciò che le élite del mondo scientifico ritengono giusto per porre fine alle “vite inutili” (e che molti razzisti antisemiti da vari decenni vanno teorizzando per risolvere il “problema ebraico”). In segreto si aprono centri per assassinare le persone che per le loro deficienze costituzionali sono ritenute indegne di vivere.

“Soluzione finale” (Endlösung) – L’essere diventati “signori”, con diritto di vita e di morte, di quasi tutti gli ebrei europei, tramuta gli iniziali progetti di “purificazione” del solo Reich dalla presenza ebraica (spogliazione emigrazione o deportazione), in un progressivo macroprogetto di sterminio dell’intero ebraismo europeo. I nazisti chiamano l’operazione di sterminio degli ebrei “Soluzione finale del problema ebraico in Europa” (Endlösung). Un’operazione che, in prospettiva, per i nazisti rappresenta una conquista per l’umanità, alla pari della lotta contro i virus patogeni o gli insetti nocivi.

La “Soluzione finale” è affidata alle SS – Le direttive politiche del governo tedesco nei confronti degli ebrei competono al capo delle SS il Reichsfürer Himmler e in subordine a Heyndrich. Per superare le complicazioni che possono sorgere fra settori amministrativi civili e militari in Polonia e tra i funzionari statali e di partito, è creato un ufficio che da maggiore autorità ai programmi ideologici e razzisti delle SS, al suo interno è istituita la sezione speciale IV D 4 al comando di Eichmann, a cui viene affidato il compito di organizzare le deportazioni degli ebrei.

Persecuzione degli ebrei polacchi – I tedeschi dividono la loro fetta di Polonia (la parte orientale è incorporata nell’Unione Sovietica) in due zone: la parte nord-occidentale è annessa al Reich (Warthegau), la parte centrale, denominata Governatorato generale, è amministrata da un governatore nazista. Nei primi giorni dell’occupazione le SS e numerosi soldati della Wehrmacht si accaniscono contro gli ebrei: li uccidono per i più futili motivi, li derubano. Le violenze sono associate a misure amministrative contro la popolazione civile non ebrea: i tedeschi assassinano un gran numero di polacchi appartenenti alle élite politiche, culturali, militari e religiose; agli ebrei è riservato un trattamento speciale, che si basa sui progetti di riorganizzazione della popolazione secondo i principi razziali nazisti.

Consigli ebraici (Judenräte) – Heyndrich ordina che ogni comunità ebraica abbia un consiglio (composto da personalità autorevoli, rabbini ecc.) e una polizia responsabili dell’attuazione degli ordini dei tedeschi. Molti uomini della leadership ebraica polacca (ma, in un secondo tempo, anche i leader ebrei tedeschi, austriaci, greci, ungheresi ecc. si comportano, più o meno, nello stesso modo) pensano di poter affrontare la terribile situazione secondo i secolari schemi della passività e della sottomissione, per cercare di alleviare le sofferenze alla popolazione e ammansire i tedeschi. Ma il terrore nazista li coinvolge (spesso con odiosi ricatti o con l’illusione che la cooperazione e il lavoro possano contribuire alla salvezza almeno di una parte degli ebrei) nel processo di distruzione; interi Judenräte o singoli componenti e l’odiatissima polizia ebraica diventano strumento dello sterminio.

“Espulsione” e “concentrazione” – I primi provvedimenti amministrativi contro gli ebrei polacchi sono di “espulsione” e “concentrazione”. Quelli che vivono nei villaggi e nelle cittadine del Governatorato generale sono cacciati dalle loro case e costretti a concentrarsi in alcuni quartieri in città collegate con la rete ferroviaria. Successive ordinanze umilianti e discriminanti li obbligano a portare ben visibile su una manica degli abiti un bracciale bianco con la stella di Davide di colore blu, proibiscono loro l’ingresso nei luoghi pubblici (bar, ristoranti, parchi ecc.), la frequenza di scuole e università, l’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblici o privati, la possibilità di circolare senza un lasciapassare.

Confische e spogliazioni – Tutte le proprietà ebraiche mobili e immobili sono confiscate (alla fine della guerra verrà considerato il più grande furto dei tempi moderni). Tutti gli ebrei sono costretti ad abbandonare, senza indennizzi liquidazioni, mensili e assistenza pubblica, le proprie aziende le professioni gli impieghi e le altre attività; inoltre dai 14 ai 60 anni sono obbligati ai lavori forzati negli impianti industriali che lavorano per i tedeschi.

Prime deportazioni – Il 30 ottobre 1939 la Gestapo ordina la deportazione nel Governatorato generale degli ebrei del Warthegau e di gruppi provenienti dal Reich: ebrei tedeschi, austriaci, boemi e moravi. L’operazione prende l’avvio in modo caotico: migliaia di uomini, donne, bambini, vecchi, ammalati, folli sono stipati in carri merce privi di servizi igienici, senza cibo e acqua e deportati in Polonia. Forse all’origine c’è un piano nazista per creare nel distretto di Lublino un grande insediamento ebraico, ma il progetto è presto abbandonato.

Ghettizzazione” – La politica nazista verso gli ebrei cambia. Lo sradicamento e la concentrazione di centinaia di migliaia di persone hanno fatto di una popolazione civile integrata, economicamente attiva e autosufficiente una massa di persone affamate, preda di epidemie di tifo, da gestire totalmente. A quel punto i tedeschi decidono di rinchiuderli nei ghetti di decine di città polacche. I ghetti più grandi sono creati a Lodz e a Varsavia, tra il dicembre 1939 e il febbraio 1940. Nella primavera del 1941 seguono Radom Cracovia Lublino Tarnov Kielce e altri.

Decimazione della popolazione dei ghetti – A causa delle condizioni inumane imposte ai reclusi dei ghetti muoiono circa cinquecentomila persone.

Progetti di sterminio – La decisione dei vertici nazisti e dei livelli burocratici intermedi impegnati nella “soluzione finale” di giungere all’omicidio di massa generalizzato non è segnata da una provvedimento univoco e da una drammatica svolta; quel cammino è invece una graduale, quasi inavvertibile discesa oltre un punto di non ritorno.

Eliminazione di tutti i soggetti “sospetti” – Il piano di massacro generalizzato, accompagnato da violenze e sadismo raccapriccianti, comincia a prendere i contorni della realtà nel gennaio 1941 nel momento in cui le autorità naziste si preparano al prossimo attacco all’Unione Sovietica (22 giugno 1941). I nazisti ritengono che la “questione ebraica” debba essere risolta nel corso della guerra per evitare reazioni negative nell’opinione pubblica mondiale.

Il ruolo decisivo di Hitler – Hitler ha un ruolo decisivo in questo processo. Lo sterminio emerge, tra la primavera e l’autunno del 1941, da una serie di decisioni prese quando è convinto di una facile vittoria sull’Unione Sovietica. Il 30 marzo 1941 il dittatore, in un discorso tenuto davanti agli ufficiali delle armate pronte a invadere l’Unione Sovietica. espone le linee essenziali della futura guerra ideologica e razziale e delinea un sistema di “giustizia di polizia” arbitrario e feroce. Le sue direttive essenziali prevedono che i commissari politici e i funzionari sovietici, militari o civili, gli eventuali partigiani e tutti gli elementi sospetti debbono essere eliminati. Tra maggio e giugno Hitler emana dei decreti segreti che legalizzano la più feroce repressione delle popolazioni soggette e gli stermini di massa, a discrezione delle autorità di polizia e militari tedesche.

 “Operazione Barbarossa” – Nei tre mesi precedenti l’attacco all’Unione Sovietica, gli organi del regime nazista, preparano la prima fase dello sterminio per trasformare in azione politica i desideri di Hitler. Uno dei primi passi consiste nella firma tra i capi delle SS e lo Stato maggiore della Whermacht di un patto di collaborazione che prevede l’aggregazione di truppe operative SS e poliziotti all’esercito regolare con il compito di assassinare i commissari politici comunisti, gli intellettuali e tutti i civili ritenuti pericolosi compresi gli ebrei (ossessivamente considerati tutti giudeo-comunisti). Questo piano fa parte dell’”operazione Barbarossa”, il nome in codice dell’attacco all’Unione Sovietica. La guerra contro i sovietici per espresso ordine di Hitler non deve avere i caratteri dei conflitti tradizionali: deve essere una guerra ideologica di annientamento totale. Una sua disposizione segreta, diramata prima dell’invasione, autorizza il ricorso a qualsiasi mezzo, anche il più brutale, contro la popolazione civile. Viene ordinato ai tribunali militari di non accogliere le proteste della popolazione per le illegalità commesse dalle forze d’occupazione, perché i saccheggi gli incendi gli omicidi le vessazioni e gli atti di violenza compiuti dai tedeschi in territorio sovietico non debbono essere considerati crimini. E su questo punto gli ordini dei supremi comandi militari sono chiari, come si evince da un ordine impartito nell’ottobre 1941 dal feldmaresciallo von Reichenau ai suoi uomini:

Obiettivi essenziali della campagna contro il sistema giudaico-bolscevico sono la totale distruzione dei suoi strumenti di potere e l’estirpazione dell’influenza asiatica sul mondo culturale europeo […] Il soldato dovrà dimostrare piena comprensione per la dura ma giusta punizione che sarà indispensabile infliggere alla sottoumanità ebraica […] Così soltanto adempiremo alla nostra missione storica, che è quella di affrancare una volta per tutte il popolo tedesco dal pericolo asiatico-giudaico.

Inizia lo sterminio – Il 22 giugno 1941 le divisioni corazzate attaccano l’Armata rossa nella Polonia orientale, sfondano le sue difese, dilagano nell’Unione Sovietica e in poco tempo occupano un territorio vastissimo in cui vivono più di quattro milioni di ebrei: un milione e mezzo circa riesce a fuggire, gli altri rimangono intrappolati. Nel mese di luglio la campagna di sterminio dei comunisti e degli ebrei è in parte già avviata.

La guerra ai “giudeo-bolscevichi” – In una nota esplicativa del 17 luglio 1941, Heydrych, il quale ha ricevuto da Göring l’incarico per una soluzione globale della “questione ebraica” nella sfera di influenza tedesca in Europa, estende anche agli ebrei le direttive di Hitler. Tale politica è coerente con la visione degli ebrei che la maggior parte dei gerarchi e degli apparati nazisti e un numero imprecisabile di persone in Germania e in altri paesi nel mondo, condividono con Hitler: l’esistenza della stretta relazione fra ebraismo e bolscevismo, Perciò nel corso della guerra contro la “culla del bolscevismo ebraico” è decisa anche l’eliminazione dei “criminali sottouomini” che l’avrebbero generato. In un rapporto del 10 ottobre 1941, del generale von Bechtolsheim, comandante militare della Rutenia Bianca tale relazione è esplicita:

Non esiste più probabilmente un solo soldato tedesco il quale dubiti che gli ebrei, ove i bolscevichi avessero invaso l’Europa, avrebbero radicalmente distrutto tutto quanto vi è di tedesco. È dunque incomprensibile che un reparto, nella cui zona d’operazione una pattuglia ha fucilato sette ebrei, chieda ora ragione di questa fucilazione. […] Quando una pattuglia constata che in un certo villaggio lo stato d’animo della popolazione è di spaurita attesa, basta eliminare gli ebrei e i loro tirapiedi bolscevichi perché l’intero villaggio tiri un sospiro di sollievo. […] Questa è una materia sulla quale non sono ammissibili compromessi, la soluzione non può essere che una sola, molto chiare e univoca, e questa soluzione, specialmente qui nell’est, consiste nella totale eliminazione dei nostri nemici. Questi nemici non sono, del resto, esseri umani nel senso civile europeo, bensì bestie educate fin da giovani e poi addestrate a comportarsi come criminali. E simili bestie vanno abbattute

Le modalità dello sterminio a est del fiume Bug – I vertici nazisti per lo sterminio su scala europea elaborano progetti distinti, a seconda della situazione politica e geografica locale. Nei territori sovietici invasi, a est del fiume Bug (scorre in Ucraina, Polonia e Bielorussia), le uccisioni avvengono alla “luce del sole”. In un primo momento sono assassinati solo i maschi adulti, ma ben presto lo sono anche le donne i bambini e i vecchi. Dopo l’occupazione di un territorio le truppe speciali (Einsatzgruppen suddivisi in Einsatzkommandos) circondano i villaggi, le cittadine, i quartieri ebraici nelle grandi città e costringono tutti gli ebrei, anche con il massiccio aiuto di volontari locali che conoscono bene i loro vicini, a radunarsi in una piazza; chi è impossibilitato a muoversi viene ucciso sul posto. Successivamente le vittime sono condotte fuori dei centri abitati, di solito nei boschi o nelle foreste vicine o sul ciglio di burroni e massacrate con le mitragliatrici e coi fucili. In alcuni casi si salvano temporaneamente quegli ebrei considerati indispensabili come manodopera al servizio dei tedeschi.

Le squadre speciali di assassini – I commando di assassini sono composti da poliziotti tedeschi e SS coadiuvati da soldati dall’esercito regolare (Wehrmacht), da soldati romeni e ungheresi e da moltissimi volontari locali, soprattutto ucraini bielorussi lettoni lituani e polacchi, e da impiegati delle amministrazioni civili tedesche. Ecco come un soldato tedesco, in una lettera scritta l’antivigilia di Natale del 1941, descrive alla moglie l’azione di una squadra speciale:

Una squadra speciale è stata incaricata di radunare tutti gli ebrei e di scortarli in direzione di Minsk. In realtà però li hanno costretti a entrare in un grande bosco dove era stato scavato un profondo fossato. Tutti sono dovuti salire sui mucchi di terra, e poi… avanti con le raffiche! In un giorno ne hanno fatti fuori 9500 di quei pessimi soggetti […] Nel bosco, prima di andarcene, abbiamo preso un alberello di Natale. L’accenderemo domani sera qui, nel nostro piccolo ma confortevole rifugio nel lontano oriente, e dentro di noi ripenseremo alla nostra bella patria tedesca lontana.

Odio ideologico e odio razziale – Nella seconda metà del 1941 la popolazione ebraica dell’Unione Sovietica e dei paesi baltici occupati dai tedeschi è in gran parte sterminata: nei primi tre mesi di attività sono assassinate circa 750.000 persone. L’assassinio degli ebrei dell’Unione Sovietica raggiunge livelli di efferatezza rimasti insuperati. Il carattere spaventosamente feroce della guerra di annientamento condotta a Est, non solo contro gli ebrei ma contro tutta la popolazione civile e i prigionieri di guerra, si spiega soltanto con l’odio ideologico per il bolscevismo, con l’odio razziale antiebraico e antislavo per anni inculcato nel popolo tedesco dalle autorità naziste, ma anche con l’esonero da qualsiasi obbligo morale o legale concesso dalle autorità tedesche alle unità di polizia e ai soldati. Ecco cosa scriveva alla moglie un segretario di polizia, nell’ottobre 1941:

[…] e mi sono presentato volontario per un’operazione speciale che si farà domani […] Domani avrò per la prima volta l’opportunità di impiegare anche la mia pistola […] Che importanza vuoi che abbiano i soliti mille e duecento ebrei che sono di troppo in una città e che bisogna fare fuori!… Quando tornerò a casa ne avrò tante di belle da raccontare. Per oggi basta però, altrimenti finirai con il convincerti che sono un sanguinario.

Gli ebrei da uccidere non sono oggetto delle preoccupazioni morali del poliziotto. Non solo non appartengono alla sua comunità morale: sono agli antipodi di essa. Le sue convinzioni in merito agli ebrei (similmente a quelle delle migliaia di suoi colleghi assassini) lo rendono insensibile alla naturale empatia umana che, altrimenti, gli impedirebbe di comportarsi in quel modo. Gli sterminatori potevano chiedere, senza conseguenze, l’esonero dalle azioni di sterminio.

Gli ebrei non hanno nessuna forza di resistenza – Nonostante la martellante propaganda nazista denunci la pericolosità del gruppo ebraico come forza di opposizione, gli ebrei non hanno nessuna organizzazione di resistenza, neppure piani di lotta armata o psicologica. Sono presi totalmente impreparati. In tal senso la testimonianza di uno sterminatore di ebrei come il generale delle SS von dem Bach – responsabile della feroce repressione della lotta partigiana e capo della polizia nella Russia centrale – è illuminante:

[…] Contrariamente all’opinione dei nazionalsocialisti secondo i quali gli Ebrei formavano un gruppo altamente organizzato, la realtà terrificante era che non avevano, invece, nessuna organizzazione, di nessun genere. La massa del popolo ebraico fu completamente presa alla sprovvista. Non sapevano assolutamente che cosa fare; non avevano né direttive, né parole d’ordine che indicassero loro come dovevano agire. Sta qui la più grande menzogna riguardo all’antisemitismo, perché contraddice l’affermazione secondo la quale gli Ebrei cospiravano per dominare il mondo e che erano incredibilmente organizzati. In realtà non erano organizzati per niente, nemmeno un servizio d’informazione. Se fosse esistita un’organizzazione di un tipo o di un altro, questa gente avrebbe potuto salvarsi a milioni; invece furono presi completamente alla sprovvista. Mai fino a quel momento, un popolo era stato condotto alla distruzione in una incoscienza così completa. Non c’era nessuna preparazione. Assolutamente niente. Non era nemmeno vero, come sostenevano gli antisemiti, che fossero amici dei Sovietici. Questo è il malinteso più incredibile. Gli Ebrei della Vecchia Polonia, che non hanno mai avuto simpatie per i comunisti, avevano, in tutta la regione, a partire dal Burg e fino verso l’Est, più paura del bolscevismo che del nazismo. Era follia. Avrebbero potuto essere salvati. Tra loro c’era gente che aveva molto da perdere, uomini d’affari; non volevano andarsene. Inoltre c’era l’amore per casa loro e l’esperienza dei pogrom in Russia. Dopo le prime azioni antiebraiche dei Tedeschi, credevano che la tempesta fosse finita, così sono ritornati e sono corsi incontro alla loro distruzione.

Sterminio degli ebrei polacchi – Dopo l’aggressione all’Unione Sovietica, i tedeschi iniziano ad assassinare gli ebrei della Polonia orientale, abbandonata velocemente dai sovietici. Per sterminarli utilizzano per lo più gli stessi metodi usati per gli ebrei sovietici, con l’aggiunta, poco più tardi, di camere a gas mobili: camion con il telaio ermeticamente chiuso e con un tubo che convoglia il gas di scappamento all’interno, in cui sono stipate le vittime. Anche numerosi civili polacchi contribuiscono all’opera di sterminio: denunciano gli ebrei che si nascondono, in numerose occasioni assassinano i loro vicini di casa. I partigiani nazionalisti polacchi sono soliti fucilare gli ebrei che si rifugiano nelle foreste per sottrarsi ai massacri o alle deportazioni.

Lo sterminio “industriale” – Mentre nei territori sovietici a est del fiume Bug le Einsatzgruppen proseguono la loro opera, i capi delle SS discutono sulla sorte degli ebrei polacchi rinchiusi nei ghetti. Nell’autunno del 1941 decidono di eliminarli occultamente: costruiscono campi dove gli ebrei, prelevati dai ghetti e trasportati su carri bestiame, sono uccisi col gas. A Chelmno i massacri iniziano nel dicembre del 1941, poi nei primi mesi del 1942 entrano in attività i centri di Treblinka Sobibor Belzec e Maydanek. In questi campi della morte è eliminato quasi completamente l’ebraismo polacco. Si tratta di strutture poco efficienti perché hanno camere a gas rudimentali (il gas è prodotto da motori diesel), e sono privi di forni crematori.

Wannsee – Mentre è in corso la “liquidazione” degli ebrei dell’Est, i vertici nazisti prendono la decisione di distruggere l’intero ebraismo europeo. Heydrich viene incaricato dai capi nazisti di organizzare tutto il necessario per provvedere a una soluzione globale del problema ebraico in tutti i paesi occupati o soggetti all’influenza tedesca. A tale scopo il 20 gennaio 1942 egli convoca una riunione segreta in una villa in riva al Wannsee nei pressi di Berlino, a cui partecipano capi subalterni delle SS (tra cui Eichmann), alti burocrati dello Stato, ufficiali dell’esercito e i rappresentanti di tutti i ministeri interessati operativamente al problema ebraico, per fare il punto sulla situazione. Heydrich spiega che scopo della riunione è di coordinare il “lavoro” futuro. Con termini chiari li informa che la politica dello Stato nazista verso gli ebrei è mutata drasticamente: tutti gli ebrei europei debbono essere arrestati e deportati in Polonia. Nel verbale della seduta viene specificato che l’operazione di trasferimento riguarda un totale di circa 11 milioni di individui (la cifra comprende in realtà molti ebrei già uccisi e quelli di paesi non sottoposti ai tedeschi):

… gli ebrei sono trasferiti ad Est per costruire strade] sicché certamente un gran numero morirà per via naturale. I superstiti, senza dubbio i più resistenti, andranno trattati in modo adeguato perché, essendo il risultato di una selezione naturale, se lasciati liberi fungerebbero da nuclei genetici di una nuova proliferazione ebraica […]. Nel corso dell’esecuzione pratica della soluzione finale, l’Europa sarà setacciata da ovest a est: il territorio del Reich, incluso il protettorato di Boemia e Moravia, sarà ripulito per primo, se non altro per la richiesta di case e per altre necessità socio-politiche. I convogli degli ebrei evacuati verranno portati nei ghetti di transito per essere poi trasferiti verso territori più a est […].

Segretezza e linguaggio eufemistico – Di solito, per quanto concerne gli attacchi pubblici contro gli ebrei, i maggiori esponenti nazisti non misurano le parole; Hitler stesso pubblicamente profetizza loro un futuro negativo e che il traguardo che si propone è la liberazione della Germania dalla loro presenza, senza però mai stabilire né tempi né modi. A ogni buon conto, quando i nazisti cominciano a realizzare il progetto della “liberazione” della Germania e dell’Europa dagli ebrei fanno di tutto perché l’esecuzione sia tenuta segreta e giustificano le deportazioni come un trasferimento in zone abitate solo da ebrei. Alle vittime è fatto credere che sono destinati al lavoro coatto. Per mantenere segreti i loro piani omicidi camuffano le loro attività più criminali con un linguaggio eufemistico, Nel verbale i termini “liquidazione”, uccisione”, sterminio” non appaiono mai, ma tutti i partecipanti sanno che cosa vuole dire “trasferimento a est”. I termini usati nella stesura danno una veste di rispettabilità e tranquillità all’operazione sterminatrice, ben sapendo tutti i partecipanti cosa vi è dietro alle parole usate.

Respingimento e immigrazione significa espulsione; ripulitura dello spazio vitale significa territorio privo di ebrei; proletarizzazione e diritti di immigrazione significa razzia dei loro beni; evacuazione significa deportazione; futura soluzione della questione ebraica significa piano di sterminio; riduzione naturale significa causare la morte dei deportati col lavoro; trattare gli ebrei in maniera adeguata significa assassinarli (fucilazioni e gassazioni); essere deportati più a est significa avvio ai campi di sterminio; le installazioni speciali sono le camere a gas, il disinfettante è il gas.

Auschwitz-Birkenau – Nel campo di Auschwitz inizia la fase definitiva dello sterminio. Nel sottocampo di Birkenau i tecnici tedeschi costruiscono un sistema di eliminazione e di incenerimento più efficiente e pianificato secondo schemi industriali moderni. Ad Auschwitz per rendere il massacro più efficiente e meno coinvolgente sul piano “morale” per gli esecutori, i “tecnici” convengono che il mezzo più valido di gassazione è un preparato chiamato Zyklon B. A Birkenau le gassazioni iniziano presumibilmente a partire dal febbraio 1942. Nei mesi successivi sono costruiti degli impianti più capienti ed efficienti e la fabbrica della morte continua a funzionare a pieno ritmo fino ai primi di novembre 1944. Auschwitz-Birkenau è comunemente considerato il campo di sterminio simbolo della liquidazione dell’ebraismo europeo, ma la maggior parte degli ebrei è stata uccisa altrove.

Sterminio degli ebrei dell’Europa centro-occidentale – Mentre continua l’annientamento degli ebrei polacchi, i tedeschi danno il via alla deportazione di quelli ancora in vita nel Reich, in Boemia, Moravia e Slovacchia. Poi seguono quelli dei paesi occidentali e per ultimi quelli dell’Ungheria. Eichmann spedisce i suoi più stretti collaboratori nei vari paesi per coordinare gli arresti e le deportazioni. Nei paesi controllati dai tedeschi i cittadini schedati come ebrei, dai neonati ai centenari, sono arrestati (quasi sempre con la partecipazione delle polizie locali, di fiancheggiatori e di delatori prezzolati, come accade in Francia, Olanda, Grecia e più tardi in Italia) e deportati su carri merci nei campi di concentramento e lavoro forzato, e di sterminio. In alcuni casi, come per gli ebrei olandesi, i tedeschi fanno pagare alle vittime o agli Stati (Slovacchia) di cui sono cittadini il prezzo del biglietto del treno che li porta alla morte.

Uccisioni col lavoro forzato – Al loro arrivo nel campo di Auschwitz non tutti gli ebrei sono assassinati. Quelli in grado di lavorare sono separati dagli altri componenti della famiglia destinati al gas (bambini, madri con bambini, vecchi, ammalati ecc.), immatricolati e costretti a un lavoro estenuante all’interno del lager: una continua inumana fatica, accompagnata da sevizie incredibili, che in poche settimane li svuota e li riduce a larve umane incapaci di resistere al male. La politica sterminazionista industriale sperimenta così una nuova forma di potere, che non si limita ad uccidere gli uomini ma portava le vittime a contribuire alla propria distruzione, perché in parte il sistema funziona con la loro cooperazione.

Sadismo – Il dato più terribile dello sterminio ebraico non è costituito dal numero degli assassinati, ma dalle sofferenze inflitte alle vittime per la depravazione morale dei loro carnefici. I racconti dei pochi testimoni sopravvissuti evidenziano che le torture inflitte dai comandanti dei campi, dalle guardie di sicurezza (tedeschi austriaci lituani lettoni ucraini ecc.), dai medici (usano i detenuti, anche bambini, come cavie) non hanno limiti.

La guerra è perduta ma lo sterminio continua – Alla fine del 1942 i tedeschi invasori sono fermati a Stalingrado e subiscono la controffensiva inarrestabile dell’Armata Rossa che li costringe ad indietreggiare. La carneficina comincia a rallentare nel momento in cui le truppe dell’Armata rossa iniziano a liberare la Polonia. L’avanzata sovietica porta alla liberazione di Majdanek il 24 luglio 1944. Non cessa però l’opera sterminatrice perché le SS prima di fuggire, in alcuni campi assassinano quasi interamente i reclusi, in altri li costringono a evacuare e a marciare verso la Germania: durante le marce muoiono di stenti o assassinati alcune centinaia di migliaia di prigionieri.

Hitler esalta la “guerra vittoriosa” contro gli ebrei – Hitler, il 13 febbraio 1945, mentre la sua utopia totalitaria razzista sta giungendo al traguardo dell’autodistruzione, tiene un discorso nel quale si vanta di avere vinto la “guerra” contro gli ebrei: abbiamo «inciso il bubbone ebraico» un evento di cui in futuro «il mondo ci sarà eternamente riconoscente».

Peculiarità dello sterminio degli ebrei e degli zingari – La storia testimonia numerosi stermini ma quello degli ebrei e degli zingari è l’unico, nell’epoca moderna, contro popoli (composti da cittadini di quasi tutti i paesi europei) che non sono in guerra, che non costituiscono un pericolo, che non si difendono; gli ebrei e gli zingari non sono nemici dei tedeschi, non minacciano mai in nessun modo i loro soldati, non sono obiettivi militari.

Le responsabilità – Per quanto concerne la distruzione dell’ebraismo europeo vi sono gradi di responsabilità decrescenti:

1) I vertici dello Stato tedesco, i capi nazisti, le SS, molti generali, alcuni apparati burocratici,.i dirigenti politici dei paesi satelliti o alleati della Germania sono sicuramente centrali – sono le forze motrici – per spiegare la distruzione dell’ebraismo europeo, ma non si deve dimenticare che essa ha dei legami con la storia europea;

2) secoli di odio prodotto a tutti i livelli: religioso, politico, sociale, giuridico, culturale, sebbene non determinanti, sono importanti per spiegare lo sterminio;

3) l’immagine dominante degli ebrei fra gli antisemiti ottocenteschi e nell’Europa nazifascista, nei suoi tratti principali, è paragonabile a quella tracciata secoli prima dalle Chiese;

4) per attuare lo sterminio di tre quarti degli ebrei europei è necessaria la volontà dei dirigenti nazifascisti di tradurre le loro idee mortifere in prassi politica, ma è anche necessario che centinaia di migliaia di persone partecipino e che altri milioni in tutta Europa, non solo in Germania, guardino da un’altra parte;

5) inoltre, sono determinanti importanti fattori specifici della cultura, della mentalità e della psicologia della società tedesca e austriaca sotto il nazismo. Gran parte di tale società, per quanto concerne le idee sugli ebrei, è genericamente in sintonia con il regime razzista nazista (gli “ebrei” non sono sempre considerati esseri umani; una Germania “sana” è una Germania senza ebrei); è organizzata su schemi rigidamente burocratici; è soggiogata dall’efficientismo organizzativo e tecnologico; è una società in cui l’esaltazione etnicistica, nazionalista, razzista ha eclissato i valori morali; è una società che ha un rispetto maniacale per l’autorità;

6) il successo dell’operazione è reso possibile anche dai contributi di tanti scienziati tedeschi alla buona riuscita dei progetti nazisti. Studi su documenti articoli pamphlet prodotti in ambienti accademici tedeschi evidenziano le responsabilità di biologi fisici antropologi filosofi storici giuristi economisti geografi teologi linguisti e medici, tutti impegnati a conferire validità scientifica alle azioni dello Stato nazista, e a fornire le idee e le tecniche che preparano il sistema concentrazionario e l’eliminazione di milioni di esseri umani;

7) un elemento importante è l’assenza di un impegno attivo contro le deportazioni e lo sterminio da parte delle autorità religiose: le gerarchie cattoliche, protestanti e ortodosse, con poche eroiche eccezioni, volgono lo sguardo da un’altra parte. In Romania, in Slovacchia, in Croazia molti uomini di Chiesa contribuiscono attivamente alla persecuzione degli ebrei.

8) è basilare anche l’aiuto, spesso entusiasta, di decine di migliaia di “ausiliari” non tedeschi che, in tutti i paesi occupati e a tutti i livelli contribuiscono alla “soluzione finale”;

9) ma è stata fondamentale anche la combinazione sinergica, unica, irripetibile e casuale di circostanze eccezionali: la guerra, la conquista di territori fittamente popolati di ebrei e il dominio assoluto tedesco su di loro, il blocco inglese all’emigrazione ebraica in Palestina, le frontiere “quasi” chiuse dei paesi neutrali, il rifiuto della Svizzera di riconoscere ai perseguitati razziali il diritto di asilo, il disinteresse degli stati maggiori e dei politici della coalizione anti nazifascista (americani, inglesi, sovietici) per la sorte degli ebrei, il rifiuto di bombardare le linee ferroviarie che portavano ad Auschwitz ecc.

Gli Stati che collaborano ad assassinare gli ebrei – I tedeschi senza la cooperazione convinta ed effettiva delle autorità della maggior parte dei paesi occupati o satelliti o alleati non possono da soli arrestare, deportare e uccidere tante persone. I collaborazionisti in Olanda Francia Belgio Italia Ungheria Romania Unione Sovietica Slovacchia Croazia Serbia Grecia ecc. sono molto attivi nella cattura degli ebrei. In tutti i paesi in cui avviano le deportazioni, i tedeschi sono coadiuvati dalle polizie, dalle milizie filofasciste locali e dal personale amministrativo, dai delatori; si procurano legioni di cooperatori: nei governi, nei ministeri, nelle polizie, nell’industria privata, nelle ferrovie; in breve, praticamente ovunque. E tutti sono importanti: dalla polizia verde olandese, ai flics francesi, ai poliziotti belgi, alla gendarmeria ungherese e ai carabinieri e poliziotti italiani ecc. Per compiere la propria opera la macchina della distruzione non si affida solo agli assassini a sangue freddo delle SS, ma anche a remoti funzionari di vari ministeri: poste, trasporti, economia, fisco; dirigenti delle assicurazioni, industriali, banchieri, ecclesiastici, meccanici e ragionieri, impiegati e stenografi comunali. L’assassinio di proporzioni smisurate coinvolge intere società, disposte in modo maggiore o minore a collaborare e dipende ovunque dall’esistenza di aiutanti convinti.

Non tutti i tedeschi sono responsabili – In quegli anni non tutti i tedeschi sono antisemiti e non tutti sono responsabili delle persecuzioni. Alcuni non lo sono e rifiutano il nazismo, come il capitano Hosenfeld, l’ufficiale della Wermacht a Varsavia, il quale salva il pianista ebreo Szpilman. Il capitano scrive nel suo diario il 23 giugno 1942:

Leggendo i giornali e ascoltando i notiziari alla radio, si può di avere l’impressione che va tutto molto bene e che la pace è vicina […] io non ci credo.[…] La storia ci insegna che i tiranni non durano. E ora noi abbiamo un crimine di sangue sulla nostra coscienza, l’assassinio totalmente ingiusto degli abitanti ebrei di questo paese. È in corso un’azione di sterminio degli ebrei. Questo è stato l’obiettivo dell’amministrazione tedesca dopo l’occupazione delle regioni orientali, e ciò con l’aiuto attivo della polizia e della Gestapo, ma sembra che ora debba essere applicato in modo ancor più radicale e su più vasta scala.

Da diverse fonti e tutte degne di fede, apprendiamo che il ghetto di Lublino è stato svuotato, che gli ebrei sono stati uccisi in massa […]. Dei testimoni venuti da Lietsmannstadt e da Kutno raccontano che gli ebrei, uomini, donne e bambini, sono asfissiati dentro a unità mobili, che i loro cadaveri sono spogliati dei loro abiti prima di essere gettati nella fossa comune e che questi vestiti sono successivamente riciclati nelle fabbriche tessili. […]. Ma ora ci sono le testimonianze secondo cui il ghetto di Varsavia subirebbe la stessa sorte. Vi sono rinchiuse quattrocentomila persone e sarebbero dei battaglioni di miliziani lituani o ucraini che sarebbero incaricati dell’operazione, al posto dei poliziotti tedeschi. È difficile credere a tali cose e da parte mia provo a non dare loro credito, non tanto per l’inquietudine per l’avvenire del nostro popolo che, un giorno o l’altro, dovrà espiare queste mostruosità, ma perché non riesco a pensare che Htler persegua un tal fine, e che vi siano dei tedeschi capaci di dare tali ordini.

I “giusti” – In quasi tutti i paesi la stragrande maggioranza delle persone informate assiste indifferente alla sorte dei concittadini ebrei o si rallegra; ma non mancano migliaia di casi di solidarietà, e di aiuto – sempre a rischio della propria vita e di quella dei propri famigliari – da parte di singoli privati cittadini, di famiglie, di interi villaggi, appartenenti alle più svariate condizioni sociali culturali politico-ideologiche e religiose: contadini, operai, impiegati, funzionari, professionisti, casalinghe, ecclesiastici di alto e basso rango di ogni credo religioso, comunità religiose regolari maschili e femminili, militari, poliziotti, guardie di confine e di campi di concentramento, diplomatici, magistrati, politici, nobili: comprese principesse e una regina ecc. Qualche volta i salvatori sono antisemiti, ma non tollerano i crimini nazisti. Spesso i salvatori di ebrei in Polonia Ucraina Bielorussia Lituania ecc.) sono assassinati coi loro famigliari, compresi i bambini, dai loro stessi compatrioti antisemiti nazionalisti.

Antisemitismo e filoebraismo dopo la II guerra mondiale

Vittoria degli Alleati – In Europa la guerra scatenata da Hitler termina con la vittoria degli Alleati (Unione Sovietica, Stati Uniti e Inghilterra) e la capitolazione della Germania (maggio 1945). Nella sola Europa ha causato un numero incalcolabile di morti: forse trenta milioni, di cui la maggior parte civili. Il numero delle vittime ebree, vittime dell’utopia “messianico-razzista”, oscilla intorno ai sei milioni, di cui un milione e mezzo più o meno di bambini. In proporzione è quello più alto.

L’antisemitismo come eredità della propaganda prebellica – In Europa, dopo il 1945, l’antisemitismo come politica gestita dallo Stato, se si escludono i paesi dell’est europeo, sembra essere per sempre finito, ma il fenomeno continua a livello sociale come iniziativa individuale o di gruppo. Spesso a causa dell’inerzia dominante in ogni società i tradizionali pregiudizi negativi (ma anche positivi) sugli ebrei continuano a essere riprodotti e trasmessi alle nuove generazioni. Nei paesi occidentali però, nella nuova atmosfera politica, la condanna del totalitarismo nazifascista si estende anche all’antisemitismo razzista, considerato dalla maggior parte della gente un’abiezione da ripudiare. Tuttavia, l’antisemitismo di tantissimi europei sopravvive alla caduta del nazifascismo: chi è stato antisemita in passato, chi ha partecipato in varie misure alla distruzione dell’ebraismo europeo, chi ha fatto finta di non vedere, chi da sempre ha avuto una visione negativa degli ebrei, non cambia certamente i suoi sentimenti. L’antisemitismo di tantissimi europei sopravvive: in alcuni casi il ritorno dei sopravvissuti dai campi di concentramento riacutizza l’odio. Nell’insieme però l’ostilità antiebraica non può più essere sbandierata pubblicamente e si esprime principalmente in circoli privati oppure nell’anonimato.

Il Tribunale di Norimberga (1945) – Agosto 1945, nella Germania occupata e divisa gli Alleati istituiscono un Tribunale militare internazionale per giudicare i tedeschi responsabili dei crimini di guerra, quelli contro la pace, contro l’umanità e le violazioni del diritto militare internazionale. La decisione di processare i maggiori responsabili è stata presa durante la guerra, dopo che gli Alleati hanno ricevuto relazioni dettagliate sulle atrocità compiute dai tedeschi contro le popolazioni civili dei paesi invasi, l’uccisione della maggior parte dei prigionieri di guerra sovietici, degli ebrei e degli zingari. Il processo inizia a Norimberga il 20 novembre. Lo sterminio degli ebrei e degli zingari è riconosciuto come crimine contro l’umanità.

Rimozione delle responsabilità – Di fronte alle dimensioni dei crimini commessi contro gli ebrei e le altre vittime la stragrande maggioranza dei tedeschi è indifferente (le generazioni successive, invece, rielaborano criticamente il passato e indagano sul comportamento dei loro genitori e nonni). Non ci sono manifestazioni di nessun genere contro i gerarchi nazisti, come invece accade in molti altri paesi contro i nazifascisti locali e, al contrario, ci sono moltissime azioni tese a sottrarre i criminali alla giustizia. La popolazione non si interessa al processo di Norimberga e, più in generale, gli anni postbellici nella Repubblica Federale tedesca sono caratterizzati dalla rimozione senza precedenti delle responsabilità per quanto concerne le atrocità commesse nel nome della Germania. La stragrande maggioranza nega di essere stata nazista, ma da sondaggi compiuti dagli americani fra il 1946 e il 1952 risulta che l’80 % dei tedeschi mantiene comunque le proprie vittimistiche convinzioni nazionaliste, razziste, antisemite. Gli storici che in quegli anni si occupano dello sterminio e delle responsabilità personali e collettive dei tedeschi e di altri popoli fanno scomparire dalla loro analisi storica le masse umane che hanno sostenuto i regimi nazifascisti e lasciano sotto i riflettori qualche mostro sovrumano: Hitler, Himmler, Eichmann ecc. Accentrando su di loro l’attenzione spogliano di responsabilità e preventivamente assolvono quelle masse che in Germania e in Austria, in vario modo, hanno in realtà aderito con spontanea esultanza al nazismo. Dopo la catastrofe, quelle stesse masse che hanno sostenuto il regime e i suoi crimini fino all’ultimo, sono prodigiosamente mutate da un giorno all’altro in creature terrorizzate dal regime nazista, coercizzate e inconsapevoli.

Il mancato processo di “denazificazione” – Il processo di denazificazione è insignificante. Responsabili politici e opinione pubblica sia in Germania che in Austria sono più interessati a reintegrare nei loro posti i funzionari del regime nazista inquisiti che a rendere giustizia alle loro vittime. Quasi tutti i responsabili, diretti o indiretti, delle confische, delle ruberie, delle deportazioni e degli stermini dopo brevi processi tornano in libertà. Riacquistano quasi tutti i loro posti, compresi i medici che hanno assassinato gli handicappati e i deboli di mente e fatto esperimenti sugli ebrei nei campi. Molti responsabili delle atrocità trovano l’appoggio di alti esponenti delle Chiese tedesche e austriaca, i quali usano tutta la propria influenza per ottenere dagli Alleati la loro liberazione. Importanti ecclesiastici, in passato pavidi di fronte al potere nazista, in presenza delle democratiche autorità alleate ritrovano la sopita alterigia germanica per reclamare la liberazione dei criminali. Il vescovo von Galen, colui che ha sfidato Hitler sul progetto di eutanasia, scrive che il Tribunale di Norimberga non persegue la via della giustizia ma quella della diffamazione dei tedeschi, e giunge al punto di disonestà intellettuale di definire le prigioni alleate dove sono rinchiusi i criminali nazisti peggiori dei campi di concentramento. L’omertà collettiva, dominante nella Germania postbellica, permette che centinaia di migliaia di membri delle élite funzionali corresponsabili di atti iniqui e brutali, e di aver fatto funzionare la macchina dello sterminio, tornino indisturbati alle loro carriere, divenendo le nuove élite della Germania federale, dell’Austria e, in misura minore della Repubblica democratica tedesca.

Salvataggio dei criminali – Le autorità che hanno il compito di perseguire i responsabili molto spesso non svolgono le dovute indagini; molti che sanno tacciono o fanno finta di non ricordare, parecchi aguzzini possono fuggire o, se arrestati, possono fruire di complicità, sostegni, omissioni, silenzi e se la cavano con pochi mesi di condanna, quando non sono addirittura assolti. Gli assassini che, nei paesi occupati, hanno goduto di connivenze e di compromissioni durante il loro disumano “lavoro”, a guerra finita, hanno l’ausilio delle stesse connivenze. Molti criminali riescono a fuggire dall’Europa con l’aiuto e la complicità di esponenti del clero tedesco, austriaco, ungherese, francese, italiano, croato, slovacco, dell’Ufficio Rifugiati del Vaticano, dei servizi segreti americani, della Croce Rossa, della Spagna, delle ambasciate di paesi arabi, della Direction Argentina de Inmigracion Europea ecc.

Oblio, complicità e amnistie per i responsabili di crimini anche nel resto d’Europa – Anche negli altri paesi coinvolti nello sterminio succedono, più o meno, le stesse cose. Per molti decenni dopo la conclusione della guerra quasi tutti gli Stati che hanno contribuito alla spogliazione e deportazione dei propri cittadini ebrei sono riluttanti ad affrontare criticamente le proprie colpe. La maggior parte dei responsabili in Italia, Francia, Olanda, Belgio ecc. o non sono perseguiti o godono ben presto di amnistie. Molti hanno successivamente l’opportunità di svolgere importanti incarichi nelle amministrazioni statali dei rispettivi paesi. È solo verso gli anni sessanta del secolo scorso, quando il periodo della dominazione nazista comincia a diventare storia, che alcuni responsabili di atrocità, nonostante la dominante omertà, sono stanati e posti di fronte alle loro responsabilità.

Interpretazione antigiudaica dello sterminio – Negli stessi anni, in numerosi ambienti ecclesiastici e intellettuali, cattolici e riformati, si continua a interpretare lo sterminio come castigo inflitto da Dio agli ebrei (non mancano interpretazioni analoghe in ambienti ultraortodossi ebraici) e, in uno spirito di “fratellanza”, li si esorta a convertirsi. Nel 1961 un teologo tedesco scrive che poiché gli ebrei, nella loro impertinenza, si sono per cattiva fatalità allontanati da Dio, il nemico ha trovato un’occasione per distruggerli, e questo per le loro colpe: colpe che hanno trasformato un popolo che avrebbe dovuto essere una benedizione per le nazioni del mondo, e che invece si è tramutato in una maledizione.

I bambini ebrei salvati e battezzati – In Francia, dopo la guerra, relativamente ai bambini ebrei orfani salvati da fedeli o da istituzioni religiose cristiani e battezzati, si apre un altro capitolo nero nei rapporti fra ebrei e cristiani. Le autorità cattoliche si rifiutano di restituire i bambini ebrei battezzati. La dottrina tradizionale della Chiesa, anche di fronte ai superstiti dello sterminio, non accetta che a un bambino battezzato non possa essere assicurata un’educazione cattolica, un’educazione che la famiglia ebraica non può certamente garantire. Un documento (datato 20 ottobre 1946) inviato dalla Congregazione del Sant’Ufficio al nunzio apostolico a Parigi chiarisce tutti i dubbi sulla condotta da tenere nei confronti degli orfani e dei loro parenti sopravvissuti che ne reclamano la restituzione:

A proposito dei bambini giudei che, durante l’occupazione tedesca, sono stati affidati alle istituzioni e alle famiglie cattoliche e che ora sono reclamati dalle istituzioni giudaiche perché siano loro restituiti, la Congregazione del Sant’Uffizio ha preso una decisione che si può riassumere così:

1)        Evitare nella misura del possibile di rispondere per iscritto alle autorità giudaiche, ma farlo oralmente

2 )       Ogni volta che sarà necessario rispondere, bisognerà dire che la Chiesa deve fare le sue indagini per studiare ogni caso particolare

3)        I bambini che sono stati battezzati non potranno essere affidati a istituzioni che non ne sappiano assicurare l’educazione cristiana

4)        I bambini che non hanno più i genitori e dei quali la Chiesa s’è fatta carico, non è conveniente che siano abbandonati dalla Chiesa stessa o affidati a persone che non hanno alcun diritto su di loro, a meno che non siano in grado di disporre di sé. Ciò evidentemente per i bambini che non fossero stati battezzati

5)        Sei bambini sono stati affidati (alla Chiesa) dai loro genitori e se i genitori ora li reclamano, potranno essere restituiti, ammesso che i bambini stessi non abbiano ricevuto il battesimo.

Si noti che questa decisione della Congregazione del Sant’Uffizio è stata approvata dal Santo Padre.

La conoscenza dello sterminio scuote le prime coscienze – L’opinione pubblica che nei vari paesi, qualche anno prima, ha assistito quasi sempre con indifferenza alle deportazioni, ora comincia a riflettere, anche criticamente, su quanto è avvenuto. Le dimensioni della catastrofe ebraica generano empatia per gli ebrei e anche problemi morali e teologici.

Alcuni cristiani criticano le gerarchie cattolica e riformate – L’odio o l’indifferenza che hanno reso possibile il macello ha le radici nella civiltà cristiana: per secoli le Chiese hanno diffuso l’immagine negativa degli ebrei. Lo stermino risveglia in molti cattolici e protestanti, laici ed ecclesiastici, fino ad allora irretiti in una sorta di antigiudaismo-antisemitismo, una nuova riflessione. Cominciano a interrogarsi criticamente sulle responsabilità, vicine e lontane e sul fatto che nella storia dei rapporti tra ebrei e cristiani la religione dell’amore e del perdono coltiva da sempre l’odio antiebraico e da sempre addita gli ebrei come “deicidi” condannati al fuoco eterno: negando sempre loro amore e perdono. Nel 1946, le responsabilità di molti cristiani, fedeli ed ecclesiastici, sono riconosciute e ben sintetizzate da Adenauer, futuro cancelliere cristiano-democratico, in una lettera da lui inviata a un sacerdote:

Ė mia opinione che tanto il popolo tedesco quanto l’episcopato e il clero abbiano gravi colpe per quanto è accaduto nei campi di concentramento. Forse è vero che, a posteriori, non si poteva fare molto. Le colpe stanno a monte. Il popolo tedesco, compresa gran parte dei vescovi e del clero, fece buona accoglienza all’agitazione nazionalsocialista. Accettò di lasciarsi allineare senza quasi opporre resistenza, e talora anzi con entusiasmo. In questo è la sua colpa. Inoltre, per quanto non si conoscesse la reale portata della tragedia che si consumava nei campi, era ben noto che la libertà personale e tutti i principi di giustizia venivano calpestati, che nei campi di concentramento si commettevano terribili atrocità, e che la Gestapo, le SS e in parte anche le nostre forze regolari in Russia e Polonia trattavano la popolazione civile con crudeltà inaudita. I pogrom contro gli ebrei del 1933 e del 1938 avvennero sotto gli occhi di tutti. […] Non è dunque possibile affermare che l’opinione pubblica fosse all’oscuro del fatto che il governo nazionalsocialista e l’alto comando dell’esercito violavano costantemente e sistematicamente le leggi naturali, la Convenzione dell’Aia e le più elementari regole di umanità. Ritengo che molto potesse essere evitato se tutti i vescovi si fossero messi d’accordo per pronunciare in un certo giorno dai loro pulpiti una pubblica condanna contro tutto questo. Ciò non è avvenuto e per questo non v’è scusa possibile. Se per questa ragione i vescovi fossero stati imprigionati o rinchiusi in un campo di concentramento, non sarebbe stata una perdita. Al contrario. Ma tutto ciò non è avvenuto; la cosa migliore, pertanto, è far calare il silenzio.

Sempre nel 1946, mentre le gerarchie cattoliche tedesche e austriache sono genericamente propense a autoassolversi, a compiangersi come principali vittime del passato regime e a operare attivamente per aiutare molti esponenti nazisti e anche noti criminali, su un importante giornale è pubblicata una lettera di aperta critica alla Chiesa cattolica. L’autrice descrive la Chiesa tedesca sotto il nazismo come un’istituzione affamata di potere, piena di dignitari ecclesiastici bramosi di far carriera e di un clero arrogante teso alla mediocrità, all’insensibilità e al trionfalismo. La lettera fa scoppiare un coro di critiche – esiguo numericamente ma proprio per questo importante – provenienti dal basso (laici e preti) contro il comportamento della gerarchia durante il regime. I vescovi sono accusati di vigliaccheria, di non essere stati delle buone guide spirituali, di non aver mai incoraggiato i cattolici a resistere alle malvagità naziste. Accuse analoghe sono rivolte alla maggior parte dei più alti responsabili delle Chiese riformate: sicuramente le più compromesse col regime nazista.

Le Chiese cominciano a prendere atto delle loro responsabilità – Già nel 1945, la gerarchia cattolica, riunita nella Conferenza episcopale di Fulda, fa un primo misurato riconoscimento dei crimini e della complicità morale di alcuni correligionari cattolici e concittadini tedeschi:

Cose terribili sono state compiute in Germania prima della guerra e dai tedeschi durante il conflitto nei Paesi occupati. Di questo dobbiamo dolerci nel profondo: che molti tedeschi, anche delle nostre file, si siano lasciati ingannare da falsi insegnamenti del nazionalsocialismo, restando indifferenti verso i crimini compiuti contro le libertà umana e la dignità umana. … Una pesante responsabilità grava su coloro che avrebbero potuto usare la propria influenza per prevenire tali crimini e non lo hanno fatto, ma piuttosto hanno reso questi crimini possibili e in tal modo hanno sancito la propria solidarietà col crimine.

Nello stesso anno i capi del protestantesimo tedesco fanno una dichiarazione quasi analoga:

Con grande dolore dobbiamo ammettere: attraverso di noi infinite sofferenze sono state inflitte a molti popoli e nazioni, Ciò di cui spesso abbiamo portato testimonianza di fronte alle nostre congregazioni, noi ora dichiariamo nel nome di Gesù Cristo contro lo spirito che ha trovato una terribile espressione nel regime tirannico nazionalsocialista, ma accusiamo anche noi per non aver testimoniato con più coraggio,… per non aver amato con più ardore.

Intanto all’interno delle Chiese numerosi ecclesiastici e fedeli iniziano a rivedere, lentamente, il loro comportamento durante il periodo nazista e riflettono sull’atteggiamento passivo ufficiale delle più alte gerarchie tenuto di fronte alle persecuzioni (pur non dimenticando gli innumerevoli casi di aiuto e solidarietà espressi da tanti ecclesiastici e suore). La Chiesa cattolica, soprattutto dopo la morte di Pio XII (1958), nonostante forti resistenze, cerca di superare il secolare antigiudaismo e incomincia una revisione critica dei rapporti con gli ebrei e il giudaismo che trova una nuova formulazione nella dichiarazione Nostra Aetate promulgata dal Concilio Vaticano II nel 1965, e nei successivi documenti. Nel 1975 il Vaticano pubblica un documento che invita i fedeli a combattere l’antisemitismo, e nel 1985 un documento ufficiale menziona per la prima volta lo sterminio degli ebrei e lo Stato d’Israele. Durante il suo pontificato, Giovanni Paolo II si esprime più volte criticamente sulla pratica antiebraica della Chiesa nei secoli passati.

Due documenti redatti da vescovi cattolici denunciano chiaramente le responsabilità della Chiesa nella millenaria persecuzione antiebraica. Nel novembre 1994, un vescovo cattolico inglese fa leggere in tutte le parrocchie della sua diocesi una lettera in cui tra l’altro dice:

Ė necessari considerare con sincero rammarico il fatto di aver spesso fatto uso di colui che accogliamo come il Messia, vero Dio e vero uomo, per portare non già pace e giustizia, ma dolore, ingiustizia e distruzione contro tanti fratelli, e in particolare contro il popolo ebraico […]. La morte di Gesù e la morte di milioni di ebrei in questo secolo sono tragicamente e indissolubilmente legate. Per secoli gli ebrei sono stati messi alla berlina, perseguitati e accusati della morte di Gesù. Contro di essi fu levata l’accusa di deicidio, di essere gli assassini di Dio: fu questo il terreno fertile ove il male del nazismo poté attecchire con tali catastrofici effetti.

Nel 1997, i vescovi francesi redigono una Dichiarazione di pentimento in cui, tra l’altro, scrivono:

Ė un fatto accertato che per secoli, fino al Concilio Vaticano II, una tradizione antiebraica ha variamente impresso il proprio marchio sulla dottrina e sull’insegnamento cristiano, nell’ambito teologico, apologetico, predicatorio e liturgico. Su tale terreno poté attecchire la pianta velenosa dell’odio verso gli ebrei. Di qui la gravosa eredità che ancora portiamo del nostro secolo con tutte le sue conseguenze, così difficili da cancellare. Di qui le nostre ferite ancora aperte.

Nella misura in cui i pastori e le autorità della Chiesa permisero il così prolungato diffondersi di questa predicazione dell’odio, insieme a una sostanziale cultura religiosa che, tra le comunità cristiane, formò e deformò il modo di pensare della gente, essi hanno una grave responsabilità. Pur condannando le teorie antisemite per la loro origine pagana, non illuminarono le menti del popolo come avrebbero dovuto poiché non misero mai in discussione tale antichissimo sistema di idee e di atteggiamenti. Ciò sortì un effetto soporifero sulle coscienze della gente, riducendone la capacità di opporsi quando si manifestò in tutta la sua violenza l’antisemitismo nazista, espressione diabolica ed estrema dell’odio verso gli ebrei, fondato sulle categorie della razza e del sangue, ed esplicitamente rivolto allo sterminio fisico del popolo ebraico.

Molto meno esplicite e sostanzialmente autoassolutorie sono invece le coeve dichiarazione dei vescovi tedeschi e polacchi. Al contrario, quelle delle varie Chiese protestanti sono più chiare nella denuncia delle responsabilità storiche, per quanto concerne la loro predicazione e la loro prassi nei confronti degli ebrei.

Alcuni casi di resipiscenza – Alcuni decenni dopo la fine della guerra (1970), il cancelliere tedesco Brandt, in visita in Polonia, si inginocchia davanti al monumento dedicato ai resistenti ebrei del ghetto di Varsavia e chiede perdono a nome della Germania: in patria il suo gesto è valuto in modo controverso. Il presidente Chirac ammette pubblicamente la colpevolezza dello Stato francese e chiede perdono ai sopravvissuti ancora in vita. In occasione del cinquantatreesimo anniversario della grande retata del Vélodrome d’Hiver (16-17 luglio 1942) durante la quale sono stati arrestati tredicimila ebrei parigini, egli afferma che i francesi, lo Stato francese, in quei giorni hanno abbandonato coloro che dovevano proteggere e che hanno aiutato la follia criminale dei tedeschi. Anche il sindacato di polizia e l’ordine dei medici si scusano con gli ebrei: il primo per le azioni persecutorie della polizia durante l’occupazione tedesca, il secondo per la docile accettazione della legislazione razziale che discriminava i colleghi ebrei.

Riconoscimenti delle responsabilità e indennizzi alle vittime e ai superstiti – Alla fine degli anni sessanta del secolo scorso, tra le nuove generazioni della Repubblica Federale tedesca lentamente si fa strada la consapevolezza di essere gli eredi della “generazione dei colpevoli” sia sul piano giuridico-politico sia su quello culturale: molti giovani cominciano a farsi carico delle responsabilità storiche per le conseguenze del nazismo. Nella autocomprensione politica includono apertamente la memoria autocritica dello sterminio degli ebrei e tanti altri orrori. Accettano, quale elemento di una identità nazionale spezzata, l’inquietante responsabilità politica che quella “rottura di civiltà” attuata, sostenuta o tollerata dai loro padri e dai loro nonni, fa ricadere su di loro, i discendenti.

Frattanto. alcuni governi occidentali, a partire da quello della Repubblica Federale di Germania, cercano in qualche modo di indennizzare le vittime dello sterminio nazista aiutando i sopravvissuti e il neonato Stato d’Israele.

Antisemitismo nel mondo sovietico – Nei paesi satelliti dell’Unione Sovietica la fine del dominio nazifascista non porta a un declino dell’antisemitismo. Non c’è nessuna pietà per le vittime, anzi, in molti casi il ritorno dei pochi sopravvissuti fa aumentare l’ostilità. Con l’arrivo delle vittoriose armate sovietiche ritornano nei rispettivi paesi anche numerosi ebrei fuggiti al tempo dell’invasione tedesca. Molti, sperando che l’internazionalismo comunista garantisca loro un futuro migliore, diventano sostenitori dei nuovi regimi filosovietici. Altri, comunisti di vecchia data, occupano importanti incarichi di partito e di governo: due scelte che contribuiscono a rinfocolare l’odio di parte della popolazione che, prevalentemente ostile ai russi e ai regimi comunisti imposti, identifica gli ebrei con il dominio sovietico. Più tardi, la battaglia contro il “cosmopolitismo ebraico”, avviata in Unione Sovietica, è estesa anche ai paesi del blocco comunista; numerosi esponenti di origine ebraica dei quadri dirigenti dei partiti comunisti sono accusati di spionaggio e di cospirazione in combutta con gli Stati Uniti e Israele al fine di rovesciare i regimi comunisti e sono condannati a morte.

In Polonia il ritorno dei pochi superstiti dai campi di sterminio o dall’esilio in Russia è accolto con ostilità da ampi settori della popolazione: dopo la ritirata tedesca, tra la fine del 1944 e il 1947 circa 1500-2000 ebrei sono assassinati da polacchi. I fattori che scatenano tale aggressività sono in parte ideologici, frutto del secolare odio antigiudaico alimentato dalla Chiesa polacca e dall’antisemitismo nazionalista. Le autorità comuniste, per non urtare la “sensibilità” antisemita della popolazione, non protegge adeguatamente i cittadini ebrei; anche le autorità religiose si rifiutano di condannare pubblicamente gli eccidi. A quel punto pure gli ebrei comunisti si rendono conto che l’internazionalismo proletario che per tanti decenni ha alimentato le loro speranze in un reale riconoscimento di uguaglianza è ormai privo di significato. Le campagne di stampa organizzate dai dirigenti comunisti polacchi, sulla falsariga di quelle sovietiche, sono ufficialmente contro il «sionismo e il nazionalismo borghese ebraico» e hanno il duplice scopo di ingraziarsi la popolazione e i dirigenti sovietici. Molti ebrei alla fine decidono di abbandonare la Polonia: all’inizio del 1948 dei circa 300 000 (prima dello sterminio erano più di 3 000 000) che vivono nel paese nel 1946, ne rimangono solo 100.000. Nei decenni successivi la politica antisemita del partito comunista costringe la maggior parte ad emigrare.

            In Unione Sovietica la vittoria sulla Germania e i suoi alleati è esaltata come un trionfo nazionale russo e contrariamente a quanto accade in Occidente non c’è nessun riconoscimento della persecuzione razziale. Le vittime ebree non appaiono come tali, ma sono considerate vittime della grande guerra patriottica contro il nazifascismo. Agli ebrei assassinati e a quelli che hanno eroicamente combattuto nell’Armata rossa o nelle bande partigiane è negato qualsiasi riconoscimento di tipo nazionale, e quasi subito la politica antiebraica riprende il suo corso. Ben presto, quel che rimane della cultura popolare yiddish è distrutto: tutte le scuole, i giornali e le istituzioni culturali ebraiche sono chiusi. La campagna contro l’intellighenzia ebraica accusata di nazionalismo comincia con l’assassinio di alcuni artisti e intellettuali più noti. Poi cominciano gli arresti di alcune decine di migliaia di funzionari di governo e di partito, amministratori, alti e medi burocrati, giornalisti, scrittori, poeti, artisti, attori.

Nel 1947-48, inaspettatamente, Stalin favorisce la nascita dello Stato d’Israele, e permette a molti ebrei dei paesi satelliti dell’Unione sovietica di emigrare nel nuovo Stato. Il dittatore non è mosso da pietà per i sopravvissuti. Una spiegazione molto più verosimile è che egli vede nella emigrazione ebraica in Israele una mossa utile per indebolire e alla fine distruggere la potenza britannica, allora suo principale rivale nel Medio Oriente. Stalin spera che Israele svolga una politica filosovietica e antibritannica; ben presto però le cose vanno diversamente. Inoltre l’entusiasmo espresso dagli ebrei sovietici per la nascita di Israele e le sue prime vittorie militari fa sorgere nel dittatore il sospetto che trent’anni di regime comunista non sono riusciti a spegnere tra la masse ebraiche i legami con le loro tradizioni nazional-religiose.

In quegli anni l’alleanza fra l’Unione Sovietica e le potenze capitalistiche occidentali finisce e inizia un periodo di tensioni internazionali chiamato «guerra fredda». Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, superpotenze mondiali, diventano i paladini di due blocchi di Stati contrapposti sul piano ideologico, economico e militare. Il pericolo di uno scontro frontale è reale. Stalin per alimentare la propaganda anti-occidentale strumentalizza i tradizionali sentimenti antiebraici dei popoli a lui sottoposti. Tramite il partito comunista, scatena una campagna di stampa vittimistica contro i “cosmopoliti”, cioè gli ebrei, accusati di essere la quinta colonna degli interessi imperialistici degli Stati Uniti e di Israele. La condanna del partito ha tristi esiti. Migliaia di lavoratori, dirigenti, giornalisti, professori ecc. ebrei perdono il lavoro e molti studenti sono cacciati dalle università. Stalin, nel 1952, in balia di allucinazioni paranoiche ordina la fucilazione di una ventina di eminenti personaggi della cultura ebraica con la falsa accusa che sono «spie e borghesi nazionalisti». Nel gennaio 1953 la stampa sovietica denuncia un “complotto di medici” per assassinare i massimi dirigenti dell’Unione Sovietica. La morte del dittatore (marzo 1953) li salva dal plotone d’esecuzione. Dopo la denuncia dei crimini di Stalin al XX Congresso del Partito comunista sovietico nel 1956, un giornale di Varsavia rivela che durante la campagna staliniana contro l’intellighenzia ebraica, sono state liquidate più di 1.200 tra le persone più rappresentative.

Nell’Unione Sovietica post-stalinista – Nell’Unione Sovietica post-stalinista le considerazioni del potere per gli ebrei non cambiano di molto. La minoranza ebraica è discriminata rispetto alle altre nazionalità fin quasi alla fine del regime. All’inizio degli anni sessanta gli ebrei sono oggetto di una nuova campagna ostile, condotta su due fronti, quello religioso e quello economico. La lotta al giudaismo è condotta con toni violenti e spregevoli, sicuramente maggiori, pur nel contesto di una politica statale antireligiosa, di quelli usati contro il cristianesimo e l’islamismo. Sono tollerate manifestazioni popolari contro le funzioni religiose ebraiche, alcune sinagoghe sono chiuse o incendiate, proibita la preparazione del pane azzimo per la Pasqua. Nel contempo è attivata la campagna contro i reati definiti dall’autorità come «crimini economici». Il regime ricorre all’antisemitismo «economico» per scaricare su un capro espiatorio il malcontento popolare. La penuria di beni alimentari essenziali e il caos burocratico che frena la produzione favorisce i furti, la corruzione, le malversazioni, la speculazione valutaria. Sono mali che affliggono da lungo tempo l’Unione Sovietica, e di tanto in tanto le autorità lanciano campagne moralizzatrici, impegnando per l’occasione l’intero apparato statale, la stampa e le forze di sicurezza. Tra il 1961 e il 1964 decine di migliaia di uomini e donne sono condannate: gli ebrei sono le vittime principali e l’attenzione dei mezzi di comunicazione si concentrano particolarmente su di loro anche con stereotipi e vignette antisemiti. Nel 1962 su ottantaquattro condanne a morte per reati economici, quarantacinque sono comminate a ebrei. La situazione generale degli ebrei sovietici comincia a cambiare positivamente con la salita al potere di Gorbaciov (1985). Le nuove scelte politiche indirizzate sul piano interno alla liberalizzazione e su quello internazionale alla distensione, portano all’affievolimento dell’antisemitismo di Stato. Nello stesso tempo però, con la lenta formazione di forme di democrazia interna, rispunta vigoroso l’antico antisemitismo nazionalista popolar-religioso, prima represso o in ogni caso gestito dallo Stato. Negli anni dell’agonia del potere sovietico centinaia di migliaia di ebrei lasciano il paese. Di essi un milione circa emigra in Israele.

Nell’Europa occidentale riaffiora l’antisemitismo (1959) – Alla fine degli anni cinquanta nell’Europa occidentale ricompaiono fenomeni di antisemitismo. Dal 1959 in parallelo con la formazione di gruppuscoli dell’estrema destra neo fascista e neo nazista, c’è una ripresa delle manifestazioni di odio antiebraico. Le espressioni di intolleranza si intensificano in occasione di due eventi: la cattura e condanna di Eichmann e il Concilio Vaticano II.

Il caso Eichmann – L’ex tenente colonnello delle SS Eichmann, uno dei maggiori responsabili delle deportazioni degli ebrei europei, viene rapito in Argentina (1960) da uomini del sevizio segreto israeliano, portato in Israele, processato e condannato a morte. In molte città europee, la reazione della destra nazifascista si esprime con scritte antiebraiche e svastiche sui muri, alcuni cimiteri sono profanati.

Concilio Vaticano II – Il Concilio Vaticano II (1965), con la dichiarazione sugli ebrei (paragrafo n. 4 della Nostra Aetate e successive integrazioni) apre una nuova strada per quanto concerne il rapporto con l’ebraismo. Il mutato atteggiamento verso l’ebraismo accende fortissime opposizioni che si esprimono in tutti i paesi con centinaia di articoli, libri, libelli. La corrente più reazionaria del tradizionalismo cattolico respinge astiosamente tutte le aperture che la Chiesa, dal pontificato di Giovanni XXIII in poi, ha favorito: soppressione dell’espressione «perfidis» dal recitato liturgico del Venerdì Santo nella parte «oremus pro perfidis judaeis », e soppressione delle responsabilità della morte di Gesù a una parte degli ebrei dell’epoca e a quelli vissuti dopo.

“Normali” manifestazioni di antisemitismo – Negli anni successivi le manifestazioni antiebraiche nei paesi europei hanno un movimento ondivago: devastazioni di cimiteri, attentati o atti vandalici alle sinagoghe, alle scuole o a proprietà ebraiche, scritte sui muri, lettere e le telefonate minatorie, pubblicazione di opuscoli antisemiti, diventano, in maggiore o minor misura a seconda dei periodi, una costante della vita ebraica nei paesi europei e in altre parti del mondo.

La “guerra dei sei giorni” (1967) – In seguito alla vittoria israeliana della guerra dei sei giorni l’attività antisemita subisce un’impennata. Le folgoranti vittorie provocano una brusca metamorfosi nell’opinione pubblica occidentale, soprattutto in quella di sinistra, nei confronti di Israele e degli ebrei che sostengono la sua politica. Le schiaccianti vittorie su nemici tanto più numerosi e potenti smentiscono lo stereotipo dell’”ebreo” debole e spaventato: per molti è un cambiamento fortemente inquietante. L’Unione Sovietica e gli Stati satelliti avviano una rabbiosa campagna antisraeliana, con ricadute antisemite, che influenza a livello mondiale molti partiti e i movimenti europei della galassia di sinistra e parte dell’opinione pubblica.

La propaganda antisraeliana coinvolge tutti gli ebrei – A causa di una informazione ideologica scorretta e dell’acrisia dominante sia sul piano storico che su quello politico, i commentatori ingarbugliano concetti tra loro distinti come sionista, israeliano, ebreo. Le generalizzazioni fuori luogo e le critiche radicali contro Israele che si servono di vignette riproducenti vecchi cliché antigiudaici o antisemiti, diventano un alibi per attacchi antisemiti.

L’Europa aspira a riconciliarsi col passato – In quegli anni – ma anche in seguito – l’Europa è percorsa da flussi di opinioni che tendono a pacificarsi col passato, a scrollarsi di dosso il ricordo degli orrori nazifascisti. Questa operazione incontra un intralcio: l’insieme “ebrei, sterminio, Israele”; è un ostacolo seccante e per aggirarlo, per rendere meno grave agli occhi dell’opinione pubblica ciò che è avvenuto qualche decennio prima in Europa, si punta sulla metamorfosi degli ebrei da vittime in persecutori.

Banalizzazione del nazismo – Con pessimo senso storico alcuni importanti organi mediatici – tra cui primeggia la stampa europea di estrema sinistra e quella liberal dei paesi anglosassoni – cedono alla tentazione di paragonare gli israeliani ai nazisti. Israele alla Germania nazista, i suoi dirigenti politici ai gerarchi hitleriani e i suoi soldati alle SS; nelle vignette per identificare israeliani e sionisti usano la svastica. Scrivono che i palestinesi sarebbero sottoposti a persecuzioni paragonabili a quelle inflitte agli ebrei europei sotto la dominazione tedesca. Per contrassegnare le azioni dell’esercito israeliano contro i terroristi palestinesi si utilizza a volte il concetto “guerra di sterminio”. Si tratta di una turpe manovra che volgarizza il nazismo e criminalizza Israele come nuovo vertice del male. La banalizzazione del nazismo e la demonizzazione di Israele non tengono conto né della realtà storica né della realtà attuale. Chi compara la durissima, a volte odiosa, repressione israeliana al trasferimento di uomini donne e bambini nei campi di sterminio falsifica la storia. Questo antistorico paragone è ormai parte del senso comune di ampi strati dell’opinione pubblica. L’indebito utilizzo dei termini Shoah, lager, ghetto, campi di concentramento, genocidio come metro di comparazione con tragici fatti che accadono in Palestina (i quali qualitativamente e quantitativamente nulla hanno a che fare con il “cammino” verso la morte degli ebrei europei sotto il nazismo) finisce col rendere banale la tragedia ebraica. Una cosa non è un’altra, ogni cosa è diversa. Se si paragonano gli israeliani ai nazisti non significa solo criminalizzare i primi, ma anche banalizzare gli altri. Queste posizioni ideologiche contribuiscono ad alimentare le tesi revisioniste che attenuano o negano le responsabilità del nazifascismo europeo.

Si chiede agli ebrei di dissociarsi da Israele – Secondo la pubblicistica della sinistra radicale, i veri ebrei non dovrebbero identificarsi con uno Stato che tradisce i loro stessi ideali: importanti intellettuali affermano che l’identità degli ebrei è solidamente strutturata dalla condizione di oppressi, di deboli, di vittime, e che ora, in quella nuova forma identitaria ebraica rappresentata dallo Stato israeliano, questa loro condizione non è più riscontrabile. Adesso, sarebbero i palestinesi i nuovi ebrei inermi e indifesi. L’identità ebraica potrebbe sopravvivere solamente se l’”ebreo” rimanesse nella condizione di vittima di un qualsiasi tipo di ingiustizia; il fatto di passare dal ruolo di “vittima” a quello di “carnefice” equivarrebbe a non essere più depositario di questa identità. In definitiva gli ebrei diasporici sono posti di fronte al dilemma: scegliere di mantenere il legame identitario con la loro storia o, difendendo Israele, ergersi a difensore di “crimini simili a quelli commessi dai nazisti”.

Accuse di razzismo – In questo contesto, anche la diversità culturale degli ebrei è denunciata come presunta “superiorità” razziale. Si scrive che gli ebrei sono dominati da un «razzismo esclusivo, ossessivo, psicologico, patologico» che deriva loro dalla radicata convinzione di essere il “popolo eletto”. Questa è un’accusa assurda perché nella cultura ebraica non esiste il concetto di “superiorità razziale”, come non esiste una “razza ebraica” (è ebreo chi nasce da madre ebrea anche se il padre non lo è; non è ebreo chi nasce da madre non ebrea anche se il padre è ebreo; è ebreo chi si converte al giudaismo: ci sono ebrei africani, arabo-yemeniti, indiani, giapponesi ecc.). Inoltre, la maggior parte degli ebrei non è religiosa e non crede in una eventuale primogenitura divina che, in ogni modo, ha un altro significato.

Antisemitismo globalizzato – A partire dagli ultimi anni del secolo scorso si assiste a una ripresa dell’antisemitismo – in Europa e in altre parti del mondo – etichettato come «nuova ebreofobia planetaria», un’ostilità che si manifesta in due forme parallele:

1) da un lato il tradizionale antisemitismo, più o meno razzista, espresso dall’estrema destra xenofoba e nazionalista europea erede del nazifascismo. Un antisemitismo che in parte scaturisce dal ritorno di smanie nazionalistiche riaccesesi al crepuscolo dell’internazionalismo socialista e dal crollo del sistema sovietico (1991). Esso pone l’accento sull’idea di comunità nazionali coese, è ostile al multiculturalismo e al pluralismo per quanto concerne le identità nazionali, si nutre di una retorica dell’”Europa” e ha forti matrici antigiudaiche;

2) dall’altra un antisemitismo che ha il suo epicentro nel mondo islamico (compreso quello europeo), si irradia a livello mondiale, tende a consolidarsi nel sentire comune come un dovere, e che, in qualche paese, si manifesta anche con estrema violenza. L’animosità antiebraica espressa sia dall’islam fondamentalista sia da quello moderato (entrambi transnazionali) assumono le caratteristiche dell’ebreofobia più radicale: Israele, i suoi cittadini, il sionismo e gli ebrei incarnano il male assoluto. La nuova ideologia antisemita islamica è metastorica; nasce nelle moschee dirette da divulgatori di odio (non necessariamente fondamentalisti), è propagandata dalle organizzazioni islamiste, da rappresentanti politici e religiosi dei paesi arabi, dai media, dai demagoghi dei nuovi piccoli gruppi della sinistra radicale, da quelli della “nuova sinistra” terzomondista e da quelli delle frange radicali dell’estrema destra: tutti fanaticamente antisionisti e antisraeliani e, in ultima analisi, antiebraici, perché “ebreo”, “sionista”, “israeliano” sono considerati equivalenti.

Le principali calunnie – Le false accuse diffuse nell’opinione pubblica mondiale sono:

a) il capitalismo finanziario ebraico è all’origine della mondializzazione (nessun cenno ai capitalismi finanziari arabo, cinese, indiano ecc., perché non sono ancora entrati nell’immaginario comune)

b) gli ebrei manovrano un complotto mondiale per sfruttare e dominare il mondo (imperialismo israelo-americano, imperialismo sionista)

c) gli ebrei sono i gestori occulti della politica americana

d) gli ebrei complottano per dividere e rovinare la comunità islamica

e) gli ebrei usano il sangue dei bambini palestinesi per impastare le azzime

f) gli ebrei sono responsabili del “genocidio” dei palestinesi

L’Europa è il luogo paradigmatico collettivo in cui antisemitismo europeo e antisemitismo islamico si incontrano e si riconoscono. L’aspetto più nuovo e più inquietante è che spesso le false accuse contro gli ebrei sono diffuse prevalentemente da uomini appartenenti a ceti istruiti “progressisti”, liberal. Essi, non potendo a volte proporre i tradizionali cliché antiebraici, commentano i contrasti tra israeliani e palestinesi ricorrendo a criteri, figure e «associazioni di idee che finiscono con il confermare e rafforzare una serie di pregiudizi e percezioni distorte d’Israele e dei suoi sostenitori, ebrei in particolare».

In Europa e in altre parti del mondo l’esecrazione degli ebrei si manifesta sul piano pratico con: uccisioni, ferimenti, pestaggi, insulti per la strada, bombe contro sinagoghe e scuole, dissacrazione di cimiteri, scritte antiebraiche e graffiti con la svastica sui muri delle case ecc. La situazione non è paragonabile però a quella degli anni trenta del secolo scorso. Oggi, gli ebrei europei vivono in una condizione di pericolo, ma, al contrario di quel periodo, le forze di sicurezza li proteggono, vigilano e presidiano le sinagoghe e le istituzioni ebraiche. In Francia, il paese più colpito dalla nuova ventata antisemita, dove si moltiplicano le violenze spesso mascherate da antisionismo, il governo ha deciso di prendere delle misure concrete all’interno della scuola e delle università contro il dilagare del razzismo e dell’antisemitismo che, è bene ricordare, è alimentato prevalentemente da giovani magrebini francesi delle periferie delle grandi città; giovani a loro volta vittime, insieme alle loro famiglie, di discriminazione sociale e di atti di razzismo. Questi giovani musulmani esclusi, disoccupati o sottoccupati, spesso delinquenti, non partecipano in alcun modo alla vita nazionale del paese in cui vivono e in cui molti di loro sono nati. La loro causa non ha nulla a che vedere con la Francia o con l’Europa, ma con la Palestina e con l’odio verso gli ebrei.

Tentativi di spiegare la nuova ondata antisemita tra gli europei – Come si spiega l’ondata di antisemitismo nell’Europa non islamica, al di là dell’importanza del motivo rappresentato dal conflittuale mediorientale? Per alcuni è in atto un anomalo sovvertimento dei fatti e della morale, la qual cosa induce a interrogarsi sulle ragioni sottintese, sugli oscuri scopi psicologici a cui questo può servire. I violenti slogan antisemiti diffusi in Europa sono il segno di ciò che per i freudiani è il riaffiorare del rimosso. Tra gli europei, specie in quei paesi che hanno contribuito più di altri a distruggere gli ebrei, le nuove accuse servono per superare il passato. Certe opzioni appartengono al campo della psicologia piuttosto che a quello della politica: l’assurda equazione israeliani-ebrei=nazisti serve a lavare le coscienze europee. L’odio per l’”ebreo”, che può essere considerato un tratto strutturale dell’Occidente cristiano e post-cristiano, riproduce una varietà di pregiudizi cui si può ricorrere in ogni momento. Le idee mitiche sugli ebrei permettono di spiegare, oggi come ieri, tutto ciò che accade senza fare la fatica di conoscere e capire propriamente le difficoltà, le causalità e le casualità che muovono lo sviluppo delle cose del mondo. Quanti, negli anni passati, si sono illusi che l’antisemitismo fosse al tramonto riconoscono ora che le accuse antiebraiche scattano come una reazione incontrollata ogni volta che le società si trovano a dover affrontare un passaggio epocale: servono per tranquillizzare e per rafforzare la propria identità di gruppo. Le accuse antiebraiche sono la via più semplice e rassicurante per allontanare le angosce del presente. Ciò dipende, conviene ripeterlo, dal fatto che gran parte delle strutture mentali dell’Occidente cristiano e del mondo islamico si sono costruite intorno al millenario rifiuto dell’ebreo.

Monitoraggio dell’antisemitismo europeo – All’inizio del 2002, in seguito all’aumento di atti e discorsi antisemiti segnalati dai centri di monitoraggio, l’Europian Monitoring Centre on Racism and Xenophobia (organismo dell’Unione Europea) decide di avviare uno studio sul fenomeno. Nel marzo 2003 il documento (“Manifestazioni di antisemitismo nell’Unione Europea”) è reso noto. Il rapporto, è scritto nella prefazione, evidenzia chiaramente un parallelismo fra l’incremento delle manifestazioni antisemite e l’aumento degli scontri in Palestina a partire dall’ottobre 2000 (seconda Intifada), con un picco agli inizi della primavera 2002. Diversi passaggi del rapporto sottolineano la convergenza di posizioni tra estrema sinistra e gruppi arabo-islamici nel contesto delle manifestazioni propalestinesi o antiglobalizzazione. Tali manifestazioni, assolutamente legittime, in cui la critica allo Stato d’Israele si esprime con stereotipi negativi producenti una combinazione di idee antisioniste e antiamericane, sono un elemento importante per quanto concerne il riaffiorare di un ambiente antisemita in Europa. Sebbene le manifestazioni non siano intrinsecamente antisemite, alcuni partecipanti lanciano slogan e issano striscioni antiebraici, e alcune di queste dimostrazioni terminano, per di più, con aggressioni contro ebrei o istituzioni ebraiche. Gli estensori del rapporto forniscono, dei diversi paesi, numerosi esempi in cui gli attacchi fisici contro ebrei, la profanazione e la distruzione delle sinagoghe sono spesso opera di giovani musulmani, particolarmente in Francia, Olanda, Inghilterra, Germania e Belgio. Il rapporto sottolinea che, sebbene gli ebrei europei siano integrati socialmente, economicamente e culturalmente, continuano a essere visti collettivamente in un ottica ostile, cioè attraverso l’abusato pregiudizio della cospirazione mondiale ebraica: un gruppo sociale coeso e influente su scala nazionale e internazionale, in grado di controllare la politica e l’economia. I movimenti e i gruppi dell’estrema destra razzista e xenofoba svolgono un ruolo secondario sulla scena della nuova ventata antiebraica, ma i loro stereotipi sono funzionali alla propaganda arabo-islamica. Le tesi negazioniste dello sterminio, per esempio, sono utilizzate per confutare legittimità all’esistenza di Israele; così come la repressione del terrorismo in Palestina è denunciata come il tentativo di Israele e degli ebrei di ripetere i crimini più terrificanti del nazismo. Largo spazio del rapporto è dedicato a Internet. Internet è un rilevante veicolo per trasmettere odio antiebraico con opinioni violente ed estreme e pregiudizi razzisti, a un vasto pubblico; i siti neonazisti rinviano sovente a siti islamisti o a siti del movimento antiglobalizzazione. Per quanto concerne i contenuti, la propaganda antisemita telematica (e cartacea) non varia molto dai materiali prodotti dagli antisemiti nella seconda metà dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. All’interno di una visione mitico-magica del mondo e della storia, il tema dominante sul piano sociale, economico, culturale, razziale, religioso, è sempre lo stesso: gli ebrei si muovono in ogni tempo per il dominio mondiale ai danni dei non ebrei. Anche gli altri sono arcinoti: gli ebrei, tutti, sarebbero faziosi, arroganti, avari, astuti, abili, ambiziosi e non socievoli, adorerebbero il denaro, controllerebbero la finanza e gli affari mondiali. Di nuovo in questa paccottiglia priva di senso storico-culturale (dominata dallo schematismo elementare bene/male e dal complesso vittimistico) c’è il ruolo del sionismo: nello spettro visivo degli odierni antisemiti, il sionismo non è solamente un’ideologia nazionale ebraica ma un’ideologia di dominio mondiale. In un mondo globalizzato, si continua a parlare di “occulta finanza ebraica” e non si ha la minima conoscenza della realtà economico-finanziaria mondiale: sono totalmente ignorati i proventi (petrodollari) dei paesi fornitori di gas e di petrolio investiti in speculazioni finanziarie sul mercato mondiale, per non parlare della Cina che, con le sue enormi riserve valutarie in dollari (valutate 1 000 miliardi), può essere considerata la banca centrale degli Stati Uniti.

Rapporto Eurispes sull’antisemitismo in Italia – Da un rapporto sull’antisemitismo, fatto in Italia dall’ Eurispes (2004) emergono questi dati. L’80,4 % degli italiani non nega né minimizza lo sterminio degli ebrei. La presenza diffusa di opinioni più o meno critiche nei confronti della politica governativa israeliana non è confusa, nella stragrande maggioranza dei casi, con posizioni che negano il diritto di Israele all’esistenza, il 91,4 % è infatti favorevole alla sua esistenza, e il 74,5 % si dichiara molto o abbastanza d’accordo con l’affermazione secondo cui il governo israeliano sbaglia, ma sbagliano anche gli islamikaze palestinesi. Esistono però aree di possibile incubazione di pregiudizi e di sospetti nei confronti degli ebrei: il 34,1 % ritiene che gli ebrei controllino in modo occulto il potere economico e finanziario e i mezzi di comunicazione.

Nuovo sondaggio sull’antisemitismo europeo – Una successiva ricerca (2004) estesa a Italia Spagna Francia Belgio Lussemburgo Olanda Regno Unito Austria e Germania evidenzia che l’ostilità antiebraica non è di facile misurazione e conferma che è correlata all’ostilità verso Israele. Non è però possibile stabilire quale dei due atteggiamenti determini l’altro. È comunque palese che chi è antisemita è anche più antisraeliano e viceversa; ed è manifesto che il sentimento antiebraico ha una maggior diffusione proprio in occasione dei momenti più caldi del conflitto israelo-palestinese. Quasi la metà degli intervistati percepisce gli ebrei come diversi. Il 9 % dichiara che non gli sono simpatici e non gli ispirano fiducia. Poco più del 4 % vorrebbe che se ne andassero dai loro paesi. Il 17 % non ritiene che siano dei veri italiani, spagnoli, francesi, tedeschi ecc. Un complicato calcolo basato sull’insieme delle risposte mostra grosso modo che il 15 % dei cittadini dei nove paesi europei possa essere definito antisemita. L’ostilità antiebraica è più palese fra gli anziani, fra chi ha un basso titolo di studio e fra chi si definisce di “destra”. La percentuale di persone ostili agli ebrei è più alta in Germania, Austria, Spagna e Italia; molto più moderata in Olanda, Belgio, Lussemburgo, Regno Unito e Francia. Non deve stupire il risultato della Francia. In questo paese, dove negli ultimi anni si è verificato il maggior numero di episodi di antisemitismo, esistono gruppi più agguerriti legati agli ambienti islamisti e della destra radicale, mentre la maggior parte della popolazione ha un livello di sentimenti antiebraici più basso. In Italia, al contrario, pur in presenza di un numero minore di manifestazioni antisemite, il pregiudizio antiebraico conserva una diffusione maggiore.

Negazionismo

Memoria e storia dello sterminio – Fino ai primi anni cinquanta del secolo scorso la maggior parte dei superstiti del flagello nazista rimane rinchiusa in un doloroso e vergognoso silenzio. L’incomunicabilità tra i sopravvissuti e gli altri, o meglio, l’impossibilità dei primi a spiegare che cosa è stata la deportazione e l’incapacità dei secondi di recepirla (anche tra le nuove generazioni di ebrei, soprattutto in Israele) fa sì che spesso i sopravvissuti non tramandino le loro atroci esperienze alle nuove generazioni neppure nell’ambiente famigliare. È solo a partire dal processo celebrato a Gerusalemme contro Eichmann che comincia a emergere all’interno del mondo ebraico l’esigenza di una memoria specifica dello sterminio. A poco a poco, anche in seguito a tardivi processi penali tenutisi in Germania, Austria, Francia contro alcuni responsabili di deportazioni e di atrocità nei campi di sterminio, la tragedia ebraica entra nella coscienza collettiva. Le testimonianze sono incalcolabili. Vi sono le testimonianze mute di milioni di persone – cittadini registrati all’anagrafe nei rispettivi paesi d’origine – espropriati di ogni loro bene, strappati dalle loro abitazioni, caricati a forza sui treni merci e sparite nel nulla, oppure assassinati appena fuori dei villaggi o delle cittadine in cui vivevano, sempre sotto gli occhi dei loro vicini non ebrei. Vi sono i racconti dei sopravvissuti dei campi e dei ghetti, le prove fotografiche e documentarie, i resti fisici di alcuni campi. Vi sono i documenti tedeschi che mostrano in dettaglio l’esecuzione della politica di spogliazione, deportazione e sterminio e le numerose deposizioni in cui alcuni assassini, dopo la guerra, riconoscono le proprie colpe, vi sono le registrazioni delle conversazioni dei generali tedeschi prigionieri che parlano dei massacri a cui hanno partecipato soldati ai loro ordini. Di recente è stato aperto l’archivio cartaceo nazista di Baden Arolsen (Assia) contenente cinquanta milioni di documenti e diciassettemilioni e mezzo di nomi (relativi a ebrei e non ebrei): si tratta di materiale recuperato dagli Alleati in settemila fra lager, campi di lavoro, ghetti, posti di polizia, industrie belliche ecc. Tutto questo sterminato materiale documentario è utilizzato da centinaia di studiosi di tutto il mondo per le loro ricerche storiografiche. La storia, o meglio le storie della distruzione dell’ebraismo europeo sono il frutto di operazioni intellettuali, analitiche e critiche, che tentano una ricostruzione, sempre problematica e incompleta, di ciò che è in gran parte scomparso.

Negazionismo e revisionismo – Sempre nel secondo dopoguerra, ai margini della storiografia accademica, emerge il tentativo di alcuni scrittori di negare in parte o totalmente lo sterminio. L’operazione negazionista nasce dalla necessità dei circoli della destra radicale europea di riscrivere la storia del nazifascismo dal proprio punto di vista. Le difficoltà ad accettare razionalmente lo sterminio da parte di molti settori dell’opinione pubblica favorisce la ricettività di “ricostruzioni” che sminuiscono le atrocità compiute dai tedeschi e dai collaborazionisti o negano, con diversa intensità i fatti accaduti.Siffatte interpretazioni pseudo-storiche, pur ammettendo che i tedeschi hanno riservato agli ebrei un «trattamento particolarmente brutale», negano l’esistenza di un progetto di sterminio generalizzato e l’impiego di camere a gas quale strumento per conseguire l’obiettivo della «soluzione finale». Uno dei primi sostenitori di queste tesi è il collaborazionista francese Rassinier, seguito ben presto da altri “storici” francesi, americani e inglesi, i quali giungono alla conclusione che non c’è mai stato un sistematico sterminio degli ebrei. In Francia, verso la fine degli anni settanta, il negazionismo diventa un fenomeno di ampia portata. In questo paese il tentativo di riabilitare gli uomini del regime collaborazionista di Vichy è più forte che altrove. A questo scopo si cerca di minimizzare i crimini degli alleati tedeschi con un uso opportunistico e manipolatore delle fonti per giustificare tesi precostituite. Il principale artefice della diffusione pubblica del negazionismo, colui che traghetta il negazionismo da un ristretto bacino politico ideologico di estreme destra a un pubblico più vasto, è Faurisson. Egli, utilizzando la forma del saggio storiografico, si propone di “demistificare” e denunciare le falsità delle testimonianze relative allo sterminio e i risultati raggiunti dalla storiografia più accreditata, e rigetta i massacri e le camere a gas come falsità finalizzate al progetto sionistico di Israele. A causa delle sue posizioni Faurisson subisce un processo e una condanna per i reati di calunnia, falso storico e incitamento all’odio razziale.

I negazionisti cercano di presentare le loro tesi come se fossero il frutto di affidabile ricerca storica, fondata sull’unione di dettagliate ricerche sui documenti e diligente dimostrazione scientifica. Essi sembrano realmente credere, nella maggior parte dei casi, a quanto scrivono, ma le loro tesi fantasiose sembrano appartenere a quel che alcuni hanno definito «stile paranoico di scrittura della storia». Questi autori, provenienti quasi sempre da ambienti antisemiti o razzisti dell’estrema destra, operano al di fuori del sistema di regole accettate dalla storiografia scientifica e tentano di negare l’innegabile. Per questa ragione numerosi studiosi rifiutano di confrontarsi con loro, perché un loro intervento significherebbe riconoscerli come interlocutori scientificamente seri. Il loro rifiuto può essere così sintetizzato: uno studioso coscienzioso deve affrontare tesi contrarie alle sue, per esempio sulle cause che hanno portato alla sconfitta dell’esercito italiano a Caporetto nel 1917, ma non deve dibattere con chi nega che sia mai esistita una battaglia a Caporetto.

Secondo alcuni di questi “storici” antisemiti, i quali fanno uso del solito vittimismo antiebraico, lo sterminio sarebbe frutto di un complotto ordito dai sionisti e dai governi alleati al solo fine di screditare la Germania. Secondo altri, il complotto sarebbe invece ordito dai sionisti in combutta con i nazisti al fine di spingere gli ebrei ad emigrare in Palestina. Appartenente al filone complottista, un libro del 1976 sostiene che lo sterminio è un falso organizzato dai sionisti e dai comunisti con la collaborazione dei governi alleati: i campi di concentramento e di sterminio sono in realtà degli stabilimenti chimici e i cadaveri che si vedono nelle foto sono di prigionieri morti a causa di un’epidemia di tifo, o di tedeschi vittime dei bombardamenti alleati. L’autore ammette che dall’Europa nazista sono scomparsi sei milioni di ebrei, ma non sarebbero morti bensì emigrati clandestinamente negli Stati Uniti fra il 1937 e il1949. Risulta evidente che all’origine di queste posizioni vi è la sindrome antisemita del complotto ebraico: la convinzione che forze ebraiche occulte hanno tramato per ingannare l’opinione pubblica. Tutti i negazionisti rifiutano con ostinazione le interpretazioni delle prove documentarie fornite dalla storiografia scientifica. Essi sostengono, per esempio, che la mancanza di un documento che confermi l’ordine di Hitler di distruggere gli ebrei è la prova del fatto che gli ebrei non sono stati sterminati in così grande numero e comunque non secondo una volontà politica. Sulla base di tale prospettiva le parole «impiego della manodopera nei territori dell’Est» oppure il termine «evacuazione», spesso utilizzato dai gerarchi nazisti, secondo i revisionisti sarebbero interpretati in malafede e in modo artificioso per leggervi un inesistente nesso con l’eliminazione fisica degli ebrei. I negazionisti sostengono che il temine Endlösung significava “soluzione definitiva del problema ebraico mediante l’espulsione degli ebrei verso est”. Centinaia di pubblicazioni su periodici militanti della destra radicale europea, pubblicazioni di libri, dichiarazioni pubbliche alla radio o alla televisione, un numero incalcolabile di siti Internet in tutto il mondo, ampliano l’attenzione su questi temi, e danno loro maggiore legittimità. Nelle loro tesi prive di fondamento scientifico la trasformazione della soluzione finale in semplice “trasferimento”, il rifiuto dell’esistenza delle camere a gas, la contraffazione da parte degli ebrei e degli Alleati delle prove fotografiche, filmiche e documentali, l’idea di una “macchinazione ebraica” tesa a impedire l’emergere della “verità” di ciò che è veramente accaduto, sono tutti dati posti come totalmente indubbi, assiomatici, a partire dai quali essi auspicano una riscrittura totale della storia della seconda guerra mondiale, rifiutando aprioristicamente qualunque documento o testimonianza attestante la realtà della distruzione dell’ebraismo europeo.

I negazionisti con le loro tesi prive di dignità storiografica alimentano l’antisemitismo perché offendono la memoria delle vittime e contribuiscono a diffondere un’immagine negativa degli ebrei. Le loro tesi, prive di fondamento, nel loro estremismo ideologico alimentano una sorta di rimozione della storia e favoriscono la dimensione dell’oblio in nome di una riappacificazione acritica con il proprio passato. Aiutati da un sicuro clima di diffuso scetticismo e di trita dietrologia, con la correità del sensazionalismo mediatico, essi continuano l’opera degli assassini che hanno cercato di occultare le prove dei loro crimini, perché distruggono la memoria dei superstiti. Le loro tesi sono particolarmente pericolose per le generazioni cresciute in ambienti che per ragioni culturali e/o temporali, non hanno alcuna esperienza dell’orrore del totalitarismo nazista: a questi giovani lo sterminio può apparire inverosimile e, al contrario, credibili le manipolate «rivelazioni» dei revisionisti e dei negazionisti.

Antiebraismo politico-religioso islamico

Le origini dell’antiebraismo politico islamico – L’ostilità antiebraica nella primitiva comunità islamica (hummāh) si sviluppa per motivi politico-religiosi. L’islam non cerca nella Bibbia ebraica il contesto in cui inserire il suo nuovo e definitivo messaggio divino come fa il cristianesimo. Non si ritiene il nuovo Israele, bensì il portatore di una nuova, ultima, indiscutibilmente vera rivelazione che soppianta integralmente le scritture ebraiche (e cristiane), accusate di essere in gran parte mistificate o trasgredite dagli ebrei. Il profeta-inviato Maometto in alcune parti del Corano manifesta grande rispetto per il giudaismo, non considera mai gli ebrei degli “infedeli pagani” (kafir) e perciò essi sfuggono (insieme ai cristiani) alla morte riservata ai politeisti che non si convertono all’islam. In altre parti del testo sacro, tuttavia, si scaglia contro di loro con violenza per motivi politici. Intorno al 627 e.v., contro le tribù arabe di religione ebraica di Medina che rifiutano il suo messaggio o/e che gli si oppongono, egli esprime giudizi negativi e parole cariche di odio, ordina di combatterli, di sottoporli al tributo e di umiliarli. Li accusa di aver falsificato la Bibbia e di servirsi di trucchi per non rispettare i precetti divini: per tale ragione Dio li avrebbe tramutati in “scimmie e maiali”. Accusate (accuse storicamente non provate) di tramare con i suoi nemici idolatri della Mecca, due tribù sono espropriate ed esiliate dalla città, la terza è distrutta: gli oltre 650 maschi adulti sono decapitati, le donne e i bambini ridotti in schiavitù. Maometto fa assassinare gli ebrei per ragioni politiche, per punirli del loro supposto “complotto”, ma nell’islam ogni accusa politica è anche religiosa. Nei secoli seguenti, le parole del profeta, codificate nel testo sacro, sono recepite perciò in senso politico-religioso e morale, e rimangono il modello a cui si ispira la legislazione islamica nei loro confronti. Gli ebrei sono relegati a una condizione subordinata e sono tenuti sotto controllo perché sospettati di essere inclini a tradire e contaminare la comunità dei veri credenti.

Jihad – Le conquiste militari islamiche chiamate guerra santa (Jihad ) durano oltre un millennio (638-1683) e si estendono su terre, in prevalenza cristiane, in cui vivono numerose comunità ebraiche. L’immenso territorio assoggettato va dalla penisola iberica e dal Marocco verso Est fino all’India e alla Cina. Più tardi, gli ottomani islamizzati conquistano tutta la penisola balcanica fino alle porte di Vienna. Nei paesi invasi una parte della popolazione è uccisa, un’altra ridotta in schiavitù o deportata e un’altra sottoposta allo status di protetti (dhimmi). La maggior parte dei territori cristiani invasi vengono, in un modo o nell’altro, progressivamente islamizzati, alcuni, come il Magreb, in modo irreversibile: l’islam esercita una forte attrazione fra i fedeli delle diverse Chiese cristiane.

Dar al-harb e dar al-Islam – Le relazioni fra musulmani e “infedeli” si pongono soltanto in un contesto di “guerra”, dato che secondo l’ideologia che ne è alla base i popoli del mondo sono divisi in due inconciliabili entità: i popoli della terra non musulmana (dar al-harb), e i popoli della terra dell’islam (dar al-Islam): la comunità musulmana ha come fine l’islamizzazione del mondo: islamizzazione che può avvenire o con una pacifica conversione dei suoi abitanti o con il conflitto armato (Jihad). Ma le interpretazioni non sono certamente univoche.

Dhimmi – I dhimmi (“protetti”) sono gli ebrei e i cristiani – chiamati nel Corano ‘popoli del Libro’, cioè della Bibbia – che vivono nei paesi sottomessi: entrambi hanno il medesimo status giuridico, gli stessi diritti e gli stessi doveri nei confronti delle leggi (sharià) dell’islam, mentre gli appartenenti ad altri gruppi religiosi sono vittime di trattamenti più violenti. L’occupazione di metà del mondo allora conosciuto pone gli invasori di fronte a un problema: essi sono pochi in territori abitati in maggioranza da non musulmani. I successori di Maometto, i califfi, nei confronti delle popolazioni che si sono arrese, optano per una politica di “protezione” (dhimma): la concessine della “protezione” include in sé una latente ostilità.

“Dhimma”“Dhimma” è quel complesso di condizioni legali e sociali in cui si muovono i non musulmani soggetti al dominio islamico. Condizioni che, sotto molteplici aspetti, fanno del non musulmano un suddito inferiore. Lo status dei dhimmi non può mutare in quanto non è il prodotto di congiunture storiche, ma il risultato di uno specifico punto di vista religioso, immodificabile.

“Dhimmitudine” è un concetto storico che descrive il sistema islamico di governo di popolazioni conquistate con le guerre sante, comprensivo di tutti gli aspetti demografici, etnici e religiosi del sistema politico, nonché i rapporti fra queste popolazioni e la comunità islamica e la cultura che si sviluppa in quel particolare contesto storico nei lunghi secoli del dominio. I sovrani musulmani concedono a cristiani ed ebrei (e a sabei e zoroastriani) di salvare la vita e i beni: possono continuare a vivere nelle loro terre e godere di una limitata libertà religiosa nonché il diritto di amministrarsi secondo la loro legge civile. Il diritto dei non musulmani alla vita e alla sicurezza non è gratuito: essi sono obbligati a pagare una forte tassa (jizya), che comporta una condizione di umiliante inferiorità, vulnerabilità, precarietà e di sottomissione alle norme della legge islamica. Il grado di tolleranza e protezione dipende da una quantità di obblighi umilianti e discriminanti in campo economico, religioso e sociale imposti dalla sharià. La trasgressione da parte dei “protetti” di alcuni di questi obblighi comporta la fine della protezione e minacce di morte e schiavitù. I “protetti” hanno l’obbligo di portare sugli abiti un segno di riconoscimento che li individua come “infedeli”, non possono portare armi, montare cavalli, avere autorità su un musulmano, testimoniare contro di lui, hanno l’obbligo di alzarsi in piedi di fronte a lui e a cedergli il passo sulla strada, non possono alzare la voce in sua presenza ecc. Inoltre i diritti di cui gode il “protetto” sono diritti che possono venir revocati unilateralmente da chi li concede. Lo status di subordinazione e oppressione viene abolito formalmente dal califfo ottomano nel 1839, ma in concreto, nei paesi arabi la condizione di sudditi inferiori viene rimossa obtorto collo solo dopo l’intervento dell’imperialismo europeo tra Otto e Novecento.

Sviluppi dell’antiebraismo islamico – L’antiebraismo islamico, fin dai tempi dell’esperienza terrena di Maometto, è centrato sulla certezza che gli ebrei sono per natura infidi e traditori. Nella cultura islamica successiva, in particolare nel pensiero politico (mai disgiunto da quello religioso), gran parte delle crisi che colpiscono la società musulmana sono spiegate con lo stereotipo dell’”ebreo” che complotterebbe, convertendosi falsamente all’islam, per minare la compattezza della comunità musulmana. Le condizioni di vita degli ebrei nell’immenso mondo islamico mutano nel tempo e nello spazio. Per alcuni secoli, la carenza di elementi arabi in grado di far funzionare l’amministrazione costringe i califfi a servirsi di ebrei e cristiani. Dall’VIII secolo, nonostante lo scoppio di sporadiche fulminee persecuzioni in una regione o nell’altra, conoscono periodi di notevole sviluppo e rilievo in campo politico, amministrativo, finanziario, scientifico e artistico (Mesopotamia, Egitto, Andalusia, Sicilia ecc.): le masse sono libere di dedicarsi a tutte le attività agricole, artigianali, professionali e culturali. Le persecuzioni sistematiche sono rare, però i dhimmi sono sempre oggetto di discriminazione, di profondo disprezzo, di soprusi umilianti, e nonostante la “protezione” legale, l’obbligo della conversione all’islam, le espulsioni, le violenze e i massacri sono sempre presenti. Le brutalità hanno origine, per lo più, da improvvisi scoppi di fanatismo religioso, o da concrete contingenze: di solito nei momenti di maggior pericolo, tensione sociale e instabilità politica rispuntano le vecchie accuse di “complotto” e “tradimento”. Nel mondo musulmano il termine giudeo (yahudì ) è usato con ostile disprezzo come nel mondo cristiano. I musulmani sciiti sono più intolleranti verso gli ebrei: in Persia, nel corso dei secoli, le persecuzioni sono endemiche.

A partire dall’XI-XII secolo, al passo con la decadenza generale (arresto della ricerca scientifico-tecnologica imposta dalle autorità religiose, sclerotizzazione della cultura, crisi politiche impediscono di avviare uno sviluppo tecnico ed economico pari a quello dei paesi cristiano-occidentali) che colpisce in tempi diversi tutti i paesi islamici, anche le condizioni generali degli ebrei peggiorano. Pur con notevoli diversità da un paese all’altro e in differenti periodi (nell’Impero ottomano inizia più tardi), le comunità ebraiche scivolano in uno stato di degrado quasi totale. Gli ebrei vivono nell’arretratezza, nell’ignoranza e nella miseria, sempre esposti all’oppressione arbitraria dei poteri locali e agli attacchi violenti della popolazione musulmana. In molti paesi arabi non possono portare scarpe quando escono dal loro quartiere (mellah):; i bambini musulmani si divertono a tirare loro sassi e a picchiarli per la strada; se derubati, non possono denunciare il ladro musulmano; dopo aver pagato la tassa di “protezione” ricevono dai funzionari reali bastonate sulla testa; le loro case sono impunemente violate; bambini e ragazze sono spesso rapiti. Per sfuggire ai continui soprusi alcuni si convertono all’islam.

Nell’Ottocento, con l’avanzata del colonialismo europeo la loro situazione si fa ancor più drammatica; nei momenti di crisi e di precarietà politica, i quartieri ebraici vengono saccheggiati e molti dei loro abitanti uccisi da folle fanatiche. Nei paesi del Magreb, prima dell’occupazione definitiva delle potenze coloniali europee, la vita delle comunità ebraiche diventa un inferno. Esaltati armati invadono i loro miserabili quartieri uccidono, saccheggiano, violentano donne, bambine e ragazzi, li rapiscono a scopo di riscatto, distruggono e incendiano tutte le case e le sinagoghe. Le autorità non intervengono quasi mai. Con il consolidamento del potere delle potenze europee, la situazione per gli ebrei, per alcuni decenni, migliora quasi ovunque. Più tardi però, durante il secondo conflitto mondiale e subito dopo la sua conclusione, in parallelo alle diminuite capacità delle potenze coloniali di dominare la situazione, nei paesi arabi scoppiano disordini e pogrom sanguinosi che costringono gli ebrei ad andarsene.

Antisemitismo nei paesi islamici

Propaganda antisemita – Nell’Ottocento la propaganda antisemita europea, introdotta da intellettuali arabo-cristiani, si infiltra nel mondo islamico (soggetto in larga parte all’Impero ottomano); sovrapponendosi al tradizionale popolarissimo antiebraismo coranico si diffonde fra i ceti politici dirigenti e fra gli intellettuali turchi e arabi dell’Impero. I più arcinoti temi antiebraici europei, compresi quelli cristiani dell’assassinio rituale dei bambini e dell’avvelenamento dei pozzi, diventano popolari.

Propaganda antisemita promossa dai nazisti – Negli anni trenta del secolo scorso la propaganda nazista diffonde l’antisemitismo in Egitto, Siria, Iraq, Palestina. Uno dei più attivi e convinti antisemiti arabi dell’epoca è il muftì di Gerusalemme, Hâjj Amin al Husaynî, paladino dell’alleanza fra nazionalismo arabo, fascismo italiano e nazismo tedesco, in chiave antisionista e antiebraica. Dopo la Seconda guerra mondiale, alcuni paesi arabi danno asilo a numerosi criminali nazisti, i quali svolgono un importante ruolo nella diffusione dell’odio antiebraico.

Crescita dell’islam radicale – A partire dalla metà degli anni settanta del Novecento si assiste al graduale risveglio dell’islam, le cui frange più intolleranti diventano l’antidoto alle crescenti frustrazioni del mondo musulmano. L’islamismo radicale non è monolitico, ci sono vari tipi di fondamentalismo. Alcuni sono: strumentalizzati da questo o quel governo musulmano per i suoi scopi. Altri sono movimenti che sorgono dal basso. La cultura teocratica fanatica è spesso la risposta al fallimento del nazionalismo panarabo e delle esperienze “socialisteggianti”, all’umiliante condizione di arretratezza generale rispetto al mondo occidentale, alle avvilenti sconfitte militari inflitte ai «veri credenti» dagli «infedeli» ebrei e cristiani; ma è anche la risposta al timore di molti musulmani di perdere la propria identità minata dall’avanzare della modernità. I fedeli più radicali considerano la modernità e la cultura secolare inconciliabili con l’integrità morale e spirituale di un buon musulmano, perché allontana da Dio. Essi considerano inoltre il laicismo, l’agnosticismo e l’ateismo che permeano la cultura occidentale peccati tanto gravi da combattere con le condanne a morte. In società complesse che hanno quasi sempre come archetipo sociale umano metafisico e politico la struttura tribale, in società che non hanno conoscenze storiche bensì metastoriche, che in gran parte ragionano evitando la differenza tra verità di fede e verità di fatto e che percepiscono la religione in termini sociali, politici e culturali olistici, l’islam più fanatico inizia a prendere il sopravvento e riporta riportato in auge e rivilitalizza lo spirito della “guerra santa” contro i nemici della “verità”: gli occidentali in genere, i paesi comunisti e gli ebrei.

Guerra politico-religiosa contro gli ebrei – Le società islamiche sono complesse e articolate, ma quasi tutte hanno un tratto comune; non riescono a uscire dall’arretratezza culturale e materiale perché le deboli forze progressiste non riescono a rompere la gabbia del tradizionalismo religioso. Negli ultimi decenni, a causa dell’indebolimento delle borghesie cittadine più istruite e la crescita dell’influenza del fondamentalismo militante sulle masse, nel contesto di una concezione del mondo rozza e a tratti distante dalla realtà, aumenta enormemente la produzione e la diffusione della più grezza e psicotica propaganda antisemita. Molti musulmani si lasciano ingannare da interpreti dei versetti coranici ignoranti e fanatici, i quali danno interpretazioni del tutto false e inaccettabili basate su una concezione letterale e dogmatica.

Da sempre nell’immaginario musulmano gli ebrei sono recepiti come un gruppo sociale vile e spregevole, “tollerato” ma guardato con sospetto perché considerato infido. La nascita dello Stato d’Israele, lo Stato dei disprezzati “cani e scimmie” ex-dhimmi (più della metà della popolazione israeliana proviene da paesi arabi o islamici), è considerata opera di una congiura ebraica. Per capire ciò è indispensabile tenere presente il contesto culturale arabo-islamico che interpreta i fatti storici alla luce degli schemi profetici metastorici tracciati da Maometto e dai suoi primi successori. In quasi tutti i paesi dell’area mediorientale, il conflitto assume perciò la forma di guerra politico-religiosa contro lo Stato degli ebrei e, insieme, contro l’ebraismo mondiale. Israele mette in crisi il modello della dhimma e costringe gli arabi a misurarsi alla pari con gli ebrei. La perdita di una porzione di territorio islamico (i 21 000 Kmq di Israele contro i 4 000 000 circa di Kmq dei territori arabi) e la fuga o la cacciata di molti suoi abitanti musulmani è per il mondo arabo un durissimo colpo. Il fatto che gli israeliani siano riusciti in pochi decenni a erigere una società più ricca, efficiente e potente di quelle dei loro vicini è considerato dai musulmani più devoti una perversità diabolica, una situazione indegna da combattere con la “guerra santa”.

Fondamentalismo islamista totalitario – Il fondamentalismo criminale che minaccia gli ebrei e il mondo occidentale ha di certo un legame con il totalitarismo. Un legame che si riconosce nel modello autoritario e totalitario della triade “legge islamica-guerra santa-martirio”, e anche dalla relazione tra le masse e il potere, la modernità, la tecnologia dei mezzi e l’appello a valori religiosi arcaici. Questo fondamentalismo «trova la sua collocazione nel solco tracciato dai totalitarismi del Novecento: alla ricerca di un improbabile riscatto da una deludente situazione politica, economica, sociale del mondo musulmano in generale, viene promesso ai seguaci che il popolo dell’islam, riunito sotto un unico governo (totalitario) e guidato da una sola legge, la sharia, potrà avviarsi a un luminoso futuro. » Il terrorismo islamico è una chiara strategia al servizio di un programma di potere, che vuole imporre a parti sempre più ampi di umanità un sistema sociale universale e retrivo di matrice pseudo-religiosa, basilarmente antisemita, che si espande con una ideologia basata sul terrore, sulla soppressione di qualsiasi principio di libertà e sul progetto di estendere l’islam su tutta la terra, costi quel che costi: le vittime islamiche avranno il paradiso assicurato, le altre l’inferno. Nella tradizione islamica gli scontri politici e militari sono sempre interpretati in chiave manichea come lotta fra il bene e il male. I “combattenti” della guerra contro gli ebrei, gli occidentali e i nemici interni, sono convinti di cimentarsi in una guerra santa ispirata da Dio stesso e sono ugualmente convinti che i loro nemici si oppongono a Dio e combattono per Satana. I sicari-suicidi si considerano membri dell’esercito di Dio, l’esercito del bene il cui dovere è di spedire al più presto i “soldati” dell’esercito del male all’altro mondo dove subiranno il castigo eterno.

Terrorismo antiebraico – Sempre negli anni settanta del secolo scorso, i gruppi militanti palestinesi estendono la lotta terroristica, condotta fino a quel momento quasi esclusivamente contro obiettivi israeliani (clamorosi e sanguinosi dirottamenti aerei e navali), anche contro sedi ebraiche in varie parti del mondo: sinagoghe, centri comunitari, ristoranti; e pure contro cittadini italiani, francesi, americani, argentini, turchi accusati in quanto ebrei di sostenere lo Stato israeliano.

Il terrorismo antiebraico è spesso accolto con indifferenza dall’opinione pubblica – L’interminabile catena di sanguinosi atti antisemiti compiuti nel mondo da attentatori di varie nazionalità, sostenitori della causa palestinese, è spesso indicata acriticamente all’opinione dai mezzi di informazione come un triste rimando della politica repressiva israeliana.

Predicatori di odio – Le interpretazioni del Corano e dei detti (adit) del profeta sono monopolio, quasi ovunque (Europa compresa), di predicatori estremisti i quali diffondono una teologia dell’odio nei confronti dei non musulmani. Essi interpretano i testi in modo emozionale e rifuggono e aborrono qualsiasi approccio critico. I loro sermoni sono indirizzati a interpretazioni e a comportamenti regressivi e alimentano l’ebreofobia più patologica e irrazionale: impastano i versetti antiebraici contenuti nel Corano con gli stereotipi dell’ebreofobia cristiano-medievale e con quelli dell’antisemitismo europeo; fanno l’apologia della guerra santa e indottrinano i fedeli alla venerazione dei giovani che si fanno esplodere (shahid) per uccidere tutti coloro che contaminerebbero la purezza della loro fede: ebrei, israeliani, occidentali. Trasfigurano le loro azioni assassine alla luce della futura vita in “paradiso”, e lodano le madri musulmane che incitano i loro figli a immolarsi per una fiabesca causa divina.

Accuse paranoiche – A partire dalla sconfitta subita con la Guerra dei sei giorni (1967) nel mondo islamico si scatena un turbine antisemita senza freni; infatti, mentre in quegli anni nel mondo occidentale, a causa del senso di colpa per lo sterminio, l’antisemitismo rimane ancora in larga parte un tabù, nei paesi musulmani, liberi da sensi di colpa, l’odio si esprime a ruota libera. La successiva radicalizzazione del conflitto israelo-palestinese, le due guerre contro l’Iraq di Saddam Hussein e contro i talebani in Afganistan accentuano il carattere ossessivo, psicopatologico, dell’ostilità. La criminalizzazione degli ebrei nelle opere moderne in arabo, e in altre lingue di paesi islamici, è comparabile e spesso superiore a quella europea negli anni del dominio nazista. Alcuni governi musulmani fomentano ossessivamente la produzione di propaganda antisemita, altri la sostengono.

Come al tempo di Maometto, gli ebrei sono percepiti come il principale oscuro pericolo per il mondo islamico; anche la connessione tra sionismo e imperialismo è avvertito sotto una nuova luce: mentre in passato i sionisti sono descritti come agenti o strumenti delle potenze imperialiste, ora la propaganda islamica diffonde l’accusa che sarebbero loro a maneggiare la politica delle grandi potenze e a complottare contro gli arabi e l’islam. Nel mondo islamico simile propaganda è quasi universalmente e acriticamente accettata come vera. “Ebreo” è sinonimo di sionista, di israeliano, assassino di bambini, figlio di Satana, essere infido, cospiratore nemico della vera fede e dei veri credenti e perciò nemico e maledetto da Dio.

Capro espiatorio – Oggi come ieri, i ceti politici e le tiranniche oligarchie al potere in quasi tutti i paesi islamici, con le loro incalcolabili ricchezze, alimentano il terrorismo e la più parossistica propaganda ebreofoba, e indirizzano i disagi, le sofferenze, le proteste popolari verso un nemico immaginario. Ai disagi si risponde con xenofobia generalizzata e con odio viscerale verso un gruppo sociale, non più presente nei paesi islamici, ritenuto responsabile, in una fantastica ottica religiosa, di tutte le loro sofferenze e frustrazioni. Il conflitto israelo-palestinese e le accuse agli ebrei sono un fattore decisivo per rimandare le urgenti riforme politico-sociali. Si tratta di un processo che i popoli europei hanno, chi più chi meno, già conosciuto in tempi non lontani.

Esempi di propaganda antisemita – Su importanti giornali di paesi musulmani può capitare di leggere articoli che lodano Hitler: un grande uomo («che Dio possa aver pietà di lui»), un uomo saggio che ha cercato di risolvere il gravissimo problema della presenza degli ebrei nel mondo; un saggio che per pietà verso l’umanità ha tentato di sterminare tutti gli ebrei: «escrescenza cancerogena che minaccia l’umanità». Oppure che il motivo per cui è nato lo Stato d’Israele è stato il desiderio della gente di liberarsi del maggior numero possibile «di rappresentanti di quell’orrore umano noto come gli “ebrei”», e che dietro a questo motivo ve ne è un altro segreto che occupa menti politiche di uomini intelligenti: concentrare gli ebrei in un unico posto, in modo che, quando sarà il momento, sia più facile colpirli. In un altro articolo si apprezza la chiaroveggenza di Hitler, denunciato falsamente all’opinione pubblica come un «razzista, sadico e persona orribile». Egli avrebbe invece previsto che gli ebrei sarebbero diventati quella grande maledizione per l’umanità che essi sono ai giorni nostri, e ha tentato di eliminare degli impostori che credono nel razzismo come religione e godono nel gettare il mondo in un bagno di sangue. Egli è stato davvero un uomo previdente che ha fatto il suo giusto lavoro, ma oggi, purtroppo, gli ebrei e Israele vengono presentati all’opinione pubblica mondiale come vittime innocenti. Si può anche leggere che Mein Kampf dovrebbe essere insegnato nelle scuole e tutti dovrebbero capire perché c’è stato Hitler. E che oggi negli Stati Uniti, il più grande impero ebraico al mondo, gli ebrei gestiscono la politica americana, posseggono le grandi banche e i più potenti mezzi d’informazione. L’autore dell’articolo profetizza che il loro strapotere li travolgerà: un giorno potrebbe sorgere un “Hitler” negli Stati Uniti, perché la situazione di questo paese è oggi identica a quella della Germania prima di Hitler. Su altri giornali si scrive che le persecuzioni antiebraiche di Hitler sono state gonfiate, che gli ebrei sono dei fanatici, la cui paranoia può raggiungere dimensioni barbare, feroci e inumane. Oppure che gli ebrei, fin dal giorno della creazione, sono maledetti in cielo e in terra e condannati a una vita di umiliazione e disgrazie fino al Giorno del Giudizio, perché sono una calamità, una piaga, un batterio per l’umanità. La loro storia è sempre stata macchiata, e sempre lo sarà, da tradimenti, falsità e menzogne.

In altri articoli si citano gli ebrei in termini spregiativi e si aizza la gente citando i versetti del Corano a loro ostili, si demonizzano in base a strampalate teorie complottiste che li vedrebbero responsabili della caduta dell’Impero ottomano e del califfato, della nascita del wahabismo (forma di islam molto rigorosa) in Arabia Saudita, dei terremoti e della globalizzazione. Non mancano le accuse di omicidio rituale: questo sanguinario rito degli ebrei continuerebbe anche ai giorni nostri, perché «prescritto dal Talmud». Gli ebrei avrebbero il bisogno feroce di impastare il pane azzimo di Pasqua con il sangue dei non ebrei; ciò sarebbe confermato dai rapporti della polizia palestinese, la quale avrebbe registrato molteplici casi di corpi di fanciulli palestinesi scomparsi, ritrovati a pezzi senza più una goccia di sangue. La spiegazione più razionale induce perciò a credere che il loro sangue sia stato prelevato per impastare la farina con cui gli ebrei più ortodossi farebbero il pane azzimo e ciò al fine di metter in opera il comandato: un ebreo osservante che rispetta i precetti divini non avrebbe il diritto di vivere in una delle città sante ebraiche (Gerusalemme, Hebron, Safed e Tiberiade) a meno di mangiare pane azzimo impastato col sangue. Dello stesso tenore un altro articolo, secondo il quale un ingrediente indispensabile per preparare i dolci per le festività ebraiche sarebbe il sangue di adolescenti o bambini non ebrei. Di recente, a sostegno di queste viene citato il discusso libro di Ariel Toaff, “Pasque di sangue”.

Un importante religioso egiziano (ex capo del Comitato della Fatwa di Al-Azhar che in passato ha emanato una fatwa in cui gli ebrei venivano definiti “scimmie e maiali”), in una chat room su Internet ha elencato i tratti negativi specifici degli ebrei: sarebbero menzogneri polemici litigiosi ipocriti rozzi volgari codardi avari darebbero credito alle bugie, nasconderebbero la verità e favorirebbero l’inganno, ribelli ai Profeti e ai loro insegnamenti, augurerebbero il male ai non ebrei, si addolorerebbero della felicità e gioirebbero delle disgrazie altrui, ucciderebbero gli innocenti, privi di cuore e misericordia, non manterrebbero le promesse; sempre secondo il religioso a causa di queste caratteristiche non sono mai stati ben accolti nei paesi in cui hanno cercato di risiedere, ma anzi ne sono stati scacciati o vi hanno vissuto in isolamento. A causa delle loro trasgressioni sarebbe stato Dio stesso a scagliare contro di essi la sua ira e a umiliarli. Dio avrebbe detto di aver inviato agli ebrei coloro che avrebbero riversato su di essi un diluvio di terribili punizioni, che sarebbero durate fino al Giorno della Resurrezione.

“I Protocolli” – Uno dei libri che maggiormente ha contribuito e continua a concorrere alla diffusione dell’odio antiebraico nel mondo è il nefasto, screditassimo, ma anche amatissimo e diffusissimo Protocolli dei Savi Anziani di Sion. In Egitto, la più antica traduzione in arabo dei Protocolli è stata inserita nella sezione “museo dei manoscritti” della rinata Biblioteca di Alessandria, accanto a antichissime edizioni dei Vangeli e della Torah. Il direttore della sezione ha affermato di aver deciso di esporre il libello accanto a libri sacri perché, pur non essendo sacro, il libro è diventato per gli ebrei persino più importante della Torah. Sempre in Egitto la televisione di Stato ha mandato in onda uno sceneggiato ispirato ai Protocolli. In occasione del ramadan 2003 il canale televisivo degli hezbollah (Partito di Dio) sciiti libanesi ha diffuso un feuilleton dai forti accenti ebreofobi che racconta la storia del sionismo dal 1812 al 1948: la tesi centrale della vicenda è il complotto ebraico (Protocolli) per governare il mondo. In Turchia, come ha denunciato un giornale, il Mein Kampf e i Protocolli sono dei bestseller: il primo – è il manuale degli ultranazionalisti turchi – è stato pubblicato in Turchia 45 volte tra il 1940 e il 2005, più o meno nello stesso periodo i Protocolli sono stati pubblicati, in versione integrale o sintetica, oltre 100 volte. Alla Conferenza Islamica (Oci), svoltasi in Malaysia (16 ottobre 2003), il primo ministro di quel paese, di fronte a 57 leader di nazioni islamiche ha scagliato contro gli ebrei di tutto il mondo un’accusa mutuata dai Protocolli: ha affermato che pochi milioni di ebrei, scampati allo sterminio europeo, «governano il mondo per procura», influenzando i governi occidentali e mandando altri a morire per loro conto. Sempre secondo il premier malaysiano, gli ebrei per dominare il mondo «hanno inventato il socialismo, il comunismo, i diritti umani e la democrazia». Questo perché «sono un popolo che pensa»; per sconfiggerli perciò, «non serve restituire i colpi, ma occorre pensare», e ha invitato tutti i musulmani a unirsi per contrastare il dominio ebraico e ottenere la «vittoria finale», usando però mezzi non violenti.

Le mitiche tesi dei “Protocolli” sono utilizzate per giustificare in chiave leggendaria, teologico-politica, gli insuccessi e la decadenza che da secoli mina la grande civiltà islamica. Incapaci di affrontare criticamente il proprio passato e il proprio presente, incapaci di rispondere alle sfide della modernità come hanno fatto altre grandi civiltà (cinese, giapponese, indiana ecc.), immersi in una nebulosa religiosa che impregna e condiziona tutte le sfere della vita sociale, economica e, principalmente politica, molti musulmani si cullano nel mito della rinascita di una immaginaria, comunità islamica perfetta, e preferiscono addossare le responsabilità delle loro frustrazioni a oscure trame complottiste ebraiche.

Indottrinamento scolastico – I contenuti dei programmi scolastici musulmani sono da sempre ispirati all’oscurantismo ideologico-religioso che divide la terra tra la “casa” dell’islam e la “casa” della guerra (o della tregua), tra fedeli e infedeli; tali programmi sono diretti a diffondere la cultura della superiorità della civiltà islamica, dell’intolleranza e del disprezzo per le opinioni diverse, del vittimismo e della lotta alle società liberal-democratiche occidentali. La pratica più pericolosa è un insegnamento che esclude la possibilità di sviluppare capacità critiche nei giovani; si pratica al contrario il lavaggio del cervello per poter strutturare le loro menti e i loro animi conformemente all’ideologia religiosa. Insegnanti fanatici indottrinano gli studenti con una didattica spersonalizzata, violenta, oscurantista e passatista, caratterizzata da ostilità al cambiamento, misoginia, odio per gli ebrei e la civiltà occidentale ecc. Nella maggior parte delle scuole dei paesi musulmani l’insegnamento della filosofia è bandito, e la storia, come la intendiamo in Occidente, non esiste. I giovani indottrinati che escono da queste scuole non sono del tutto consci e responsabili delle loro azioni. Nelle scuole religiose l’insegnamento poggia su un «terzetto didattico dell’arretratezza», ovvero ascolto passivo, studio a memoria e ripetizione, sono assenti il ragionamento, l’analisi e la creatività. Il risultato è che questo tipo di istruzione non dà vita alla mentalità critica e raziocinante che può immunizzare dalla deriva del cieco radicalismo teologico-politico.

Anche il sistema educativo nelle scuole amministrate dall’Autorità palestinese (accordi di Oslo del 1993-1994), terreno di coltura delle prossime generazioni, è imbevuto di pregiudizi, di menzogne e di odio in particolare contro gli israeliani e gli ebrei e, più in generale contro tutti i non musulmani. I contenuti e i programmi dei manuali scolastici destinati ai ragazzi costituiscono la base di un sistema educativo creato e sostenuto grazie al concorso economico della comunità internazionale (Comunità Europea compresa). Questi soldi sono utilizzati anche per stampare libri di testo che, lungi dal proporre il mutuo riconoscimento, la coesistenza e la pace con gli israeliani, instillano l’odio per Israele, demonizzano gli ebrei, infondono la credenza in un universo religioso magico, fanno l’apologia della morte e spingono i ragazzi a sacrificarsi come martiri, come è scritto in un manuale: «I vostri nemici cercano la vita, voi cercate la morte. Essi cercano le carogne con cui riempire i loro stomaci vuoti, voi cercate un giardino grande come il Cielo e la Terra. Non temete di affrontarli, poiché la morte non è amara nella bocca dei credenti». Il conflitto non si riduce certamente a una questione di indottrinamento giovanile, resta comunque il fatto di un sistema educativo che avvelena le giovani menti e perpetua una deriva mortifera che intossica e non educa gli spiriti.

Arretratezza socio-culturale e politica – Da una ricerca condotta da una trentina di intellettuali arabi, patrocinata dal “Programma di Sviluppo” dell’ONU, risulta che il mondo arabo permane chiuso dietro le sue particolarità socio-culturali in uno stato di desolazione e sottosviluppo e soffre di tre gravi problemi endogeni: mancanza di libertà politica, scarsa partecipazione delle donne alla vita economica, politica e culturale, insufficiente diffusione della cultura (analfabetismo, scarsissima conoscenza delle altre culture: si traducono pochissimi libri stranieri). Secondo il documento, «Il conflitto arabo-israeliano è un fattore determinante per quanto concerne il deficit democratico nei vari paesi, perché è in parte una ragione e in parte una scusa» per gli Stati arabi per non avviare le riforme indispensabili. Il conflitto israelo-palestinese pone in seconda linea le priorità nazionali dei vari Stati, e ritarda l’evoluzione politica, mentre la repressione, da una parte e dall’altra, impedisce lo sviluppo economico sia dei palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana o nei campi profughi dei paesi arabi, sia dei popoli arabi confinanti. Dei miliardi di dollari versati nelle casse dell’Autorità palestinese per promuovere lo sviluppo economico sociale dei suoi cittadini, sia da parte dei paesi arabi più ricchi sia da parte dei paesi occidentali, ben pochi sono stati utilizzati per questi scopi.

Il mondo arabo ha subito delle disfatte e non è riuscito a cogliere l’opportunità di entrare nella modernità politica, quella definita dallo stato di diritto, dalla laicità e dalla democrazia. L’assenza nell’islam di dicotomia tra la sfera politica e quella religiosa, l’incapacità di organizzare il proprio pensiero distinguendo tra verità storiche e stati di fatto che dipendono dalla conoscenza e le “verità” che nascono da un’adesione fideistica, la mancanza di saldo spirito critico hanno sicuramente impedito qualsiasi autonomo processo evolutivo verso forme politico-sociali incentrate su quei principi. È sul rapporto fra individuo e comunità che, a partire dal medioevo, è maturato il vero distacco tra il mondo occidentale e quello islamico. Nelle società occidentali la democrazia è la proiezione politico-sociale della centralità dell’individuo, dei suoi diritti, delle sue libertà. Società laiche, ma con la piena adesione di cristiani ed ebrei, in cui la funzione dello Stato, espressione della collettività, ha sempre più la sola funzione di garantire a tutti, senza disuguaglianze, l’esercizio pieno – sempre più esteso – dei propri diritti individuali. Nell’islam invece si è perpetuata, fuori del cammino storico della modernità, dentro una società sostanzialmente immobilista, la concezione opposta: la comunità deve essere difesa dalla teologia politica, anche con l’assassinio, dall’esercizio incontrollato dei diritti dell’individuo. Forte è il desiderio di tornare al mitico puro islam del VII secolo; ma la via da percorrere non è condivisa da tutti, le divisioni sono molto forti e ricalcano schematicamente la divisione fra medioevo e modernità.

Sionismo

Sionismo – Nell’Ottocento come risposta al processo di laicizzazione del pensiero ebraico occidentale sorge l’ideale sionista: si tratta di una reazione interna al mondo ebraico, una rivoluzione intellettuale di tipo nazionale che vuole creare uno Stato per gli Ebrei per dare loro una identità nazionale al di fuori della tradizione religiosa; in altre parole, per dare un’identità ebraica a un mondo ebraico che sta abbandonando la tradizionale identificazione data dalla religione: come dire, in che modo restare ebrei quando si diventa agnostici o atei.

Theodor Herzl (1860-1904) – Theodor Herzl, un giornalista ebreo lontano dalla tradizione religiosa, inviato a Parigi da un giornale viennese, assiste alle manifestazioni contro il capitano dell’esercito francese Dreyfus. Impressionato dalle espressioni di odio contro gli ebrei e prevedendo che per essi non vi è futuro in Europa, si dedica all’idea sionista.

Movimento sionista – Herzl nel 1897 organizza il primo Congresso Sionista e fonda l’Organizzazione Sionista Mondiale. I sionisti progettano di costruire il loro futuro Stato (uno Stato degli ebrei, non uno Stato ebraico) in Palestina (territorio soggetto all’Impero ottomano), la storica terra d’Israele. Il sionismo diventato movimento politico laico, guida del Risorgimento nazionale del popolo ebraico. Storicamente i suoi traguardi basilari sono: rivendicare per gli ebrei lo storico diritto di autodeterminazione nella loro antica terra, dove la loro presenza non è mai venuta meno, creare uno Stato nazionale legalmente riconosciuto, sviluppare la cultura e la lingua nazionali. La stragrande maggioranza dell’establishment religioso ebraico condanna il progetto come blasfemo (la maggior parte dei rabbini ritiene che la rinascita politica degli ebrei potrà avvenire solo per opera di Dio nei tempi messianici). Anche la maggior parte dell’establishment laico, in gran parte assimilato, si oppone perché ritiene che gli ebrei europei abbiano un futuro positivo all’interno delle rispettive comunità nazionali di cui sono cittadini.

Emigrazione sionista in Palestina – Durante i primi decenni del Novecento, diverse decine di migliaia di ebrei, prevalentemente laici, provenienti soprattutto dall’impero russo, per sfuggire all’intolleranza e ai pogrom, emigrano in Palestina, dove si uniscono ad alcuni gruppi sionisti precursori e alle poche migliaia di ebrei da sempre presenti nella regione. Contrariamente a quanto comunemente si crede, nessun importante filantropo o grande banchiere ebreo europeo partecipa al progetto sionista: neppure la viticultura promossa dai Rothschild in Palestina nasce sotto questo segno.

Questione palestinese.

Immigrazione sionista in Palestina – La presenza ebraica in Palestina (depressa e semideserta regione dell’Impero ottomano che comprende anche l’attuale Giordania), nonostante una diffusa credenza contraria, non è mai venuta meno nei millenni, malgrado le emigrazioni e le conversioni al cristianesimo e poi all’islam. Nel 1872, a Gerusalemme gli abitanti ebrei sono in maggioranza. Alla fine dell’Ottocento, quando inizia l’immigrazione sionista, costituiscono un po’ meno del 10 % della popolazione dell’intera provincia; negli anni seguenti, nonostante l’opposizioni dei turchi, degli abitanti arabi e più tardi deigli inglesi, continuano ad aumentare: 94 000 individui nel 1914, 181 000 nel 1933, 446 000 allo scoppio della Seconda guerra mondiale; nel 1948, al momento della fondazione dello Stato d’Israele gli ebrei sono 630 000 circa, mentre gli arabi sono quasi il doppio.

Antisionismo – Agli inizi del Novecento, a seguito della colonizzazione sionista delle terre improduttive comprate a caro prezzo da latifondisti arabi, comincia l’opposizione della popolazione locale (antisionismo).

Dichiarazione Balfour – Nel corso della Prima guerra mondiale (1914-18) gli arabi della Palestina rimangono fedeli al governo turco; al contrario molti sionisti, in Palestina e in altre parti del mondo, si schierarono con gli inglesi. Nel 1917 i sionisti ottengono dal governo inglese l’assenso a creare in Palestina un “focolare ebraico” (Dichiarazione Balfour). La decisione inglese, motivata da precisi interessi imperialistici britannici, solo indirettamente favorisce gli interessi sionisti. Immediata e negativa è la reazione della maggioranza degli arabi; l’antiebraismo coranico non lascia spazio: per i più è scandaloso pensare che una porzione del territorio islamico possa passare sotto la sovranità degli ebrei.

Mandato inglese – Al termine del conflitto, dopo 400 anni di dominio turco, la Palestina è posta dalla Società delle Nazioni sotto il controllo (Mandato) inglese (1922-1948). Cresce l’ostilità fra ebrei e arabi: scoppiano scontri con eccidi da ambo le parti. Nel frattempo la politica inglese, inizialmente favorevole al nazionalismo ebraico per motivi legati al suo programma di dominio, muta a causa del nascente nazionalismo arabo che mette in pericolo gli interessi inglesi in tutta l’area mediorientale.

I dirigenti arabi simpatizzano per i nazisti – Dopo la salita al potere di Hitler (1933), parte del notabilato arabo palestinese (come anche numerosi gruppi emergenti di opposizione ai tradizionali corrotti regimi di altri paesi arabi) simpatizza per la Germania nazista in funzione antisionista e anti-inglese.

L’immigrazione ebraica in Palestina è impedita – Negli anni 1933-1939 la politica razzista antisemita della Germania costringe numerosi ebrei a emigrare: molti si rifugiano in Palestina. Nel 1936 scoppia una rivolta araba contro inglesi ed ebrei; in seguito il conflitto diviene endemico. Tre anni più tardi, nel momento in cui la situazione degli ebrei europei si fa sempre più drammatica, il governo britannico limita pesantemente l’immigrazione ebraica. Dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale (1939-45) ventiseimila ebrei di Palestina si arruolano nell’VIII Armata britannica (brigata ebraica) per combattere il nazifascismo in Europa. Nonostante ciò, alla fine del conflitto, il governo britannico blocca l’immigrazione ebraica in Palestina. Molti dei superstiti dei campi di concentramento e di sterminio che cercano di raggiungere le sue coste sono catturati e deportati dagli inglesi in campi profughi a Cipro o rispediti in Germania.

Gli ebrei di Palestina contro gli inglesi – Gruppi di terroristi ebrei di Palestina cominciano la lotta contro gli inglesi. Incapace di frenare il terrorismo arabo ed ebraico, la Gran Bretagna decide di abbandonare il controllo della regione (1947).

L’ONU vota la spartizione della Palestina (1947) – Nel 1947 l’Assemblea generale dell’ONU approva una risoluzione che prevede la creazione in Palestina di due Stati: uno ebraico e uno arabo. I governi arabi e i notabili palestinesi rifiutano la spartizione.

Stato d’Israele (1948) – Nel 1948 i sionisti proclamano la nascita dello Stato d’Israele.

Prima guerra arabo-israeliana (1948) – Gli eserciti della Lega araba (Egitto, Siria, Libano, Giordania e Iraq) attaccano il neonato Stato d’Israele per distruggerlo.

Profughi palestinesi – Nel corso del conflitto, centinaia di migliaia di palestinesi fuggono dalle loro case, o per paura o perché costretti dagli israeliani; molti invece rimangono e diventano più tardi cittadini del nuovo Stato. I profughi trovano rifugio nei paesi arabi vicini o nelle zone della Palestina rimaste sotto controllo arabo, ma sono costretti a vivere in campi profughi. La guerra termina nel 1949 con un armistizio.

Profughi ebrei dai paesi arabi – Dopo la fondazione dello Stato d’Israele e le successive guerre arabo-israeliane, in parallelo al rafforzamento del nazionalismo arabo, allo scoppio di pogrom antiebraici e all’arretramento delle potenze coloniali europee, un milione circa di ebrei è costretto a lasciare quasi tutti i paesi arabi e a rifugiarsi in Israele o in altri paesi.

Conflitti arabo-israeliani – Al primo conflitto ne seguono altri: sono tutti vinti dagli israeliani, però non approdano a un trattato di pace stabile ma solo ad armistizi armati. Gli Stati arabi rifiutano il riconoscimento di Israele, respingono la spartizione della Palestina, si oppongono alla creazione di uno Stato palestinese nei territori occupati dai loro eserciti e costringono i rifugiati a restare nei campi profughi. Con la guerra dei sei giorni (1967) quei territori passano sotto il controllo di Israele.

Secondo rifiuto arabo – Il governo israeliano offre la restituzione dei territori conquistati in cambio di un trattato di pace, ma, come già nel 1947, i palestinesi rifiutano: non riconoscono Israele.

Nazionalismo palestinese – Tra la popolazione palestinese si rafforza il sentimento, fino ad allora debole, di appartenere, non ad una generica nazione araba ma a una nazionalità distinta, la nazione palestinese, con una leadership fortemente antisraeliana, attiva e libera di esprimersi politicamente e culturalmente.

Olp – Negli anni sessanta, con l’aiuto economico dei paesi arabi produttori di petrolio, crescono dei gruppi militanti terroristici, tra cui l’ Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp, fondata nel 1964 e guidata dal 1969 da Arafat), che lottano per la liberazione della Palestina e la distruzione dello Stato d’Israele

Nazionalismo religioso ebraico – Anche nel campo israeliano ci sono degli sviluppi che non portano nella direzione della pace: si rafforza il nazionalismo religioso legato al mito della “terra promessa”, contrario alla nascita di uno Stato palestinese. Sostenuti dai governi, per bilanciare la presenza araba all’interno di Israele, cominciano gli insediamenti di coloni israeliani, spesso fondamentalisti, nei territori della Palestina occupata.

L’Egitto riconosce lo Stato d’Israele – Alla fine degli anni settanta alcuni uomini politici arabi moderati ripropongono ufficialmente posizioni antisioniste e antisraeliane, ma nello stesso tempo maturano la decisione di trovare un accordo con Israele: il loro pragmatismo politico ha la meglio e li spinge sulla strada del compromesso. Il primo importante riconoscimento arabo dello Stato d’Israele viene dal presidente egiziano Sadat. Dopo la guerra del Kippur (1973), Israele ed Egitto cominciano a trattare e, con la mediazione americana stipularono un complesso trattato di pace (Camp David, 1979). Da molti paesi arabi e dai gruppi palestinesi estremisti l’accordo è considerato un tradimento politico-religioso (apostasia) della comunità musulmana. I fondamentalisti islamici egiziani (Fratelli musulmani) attentano alla vita di Sadat e lo uccidono (1981).

Rivoluzione fondamentalista sciita in Iran – Nel 1979 una rivoluzione porta al potere in Iran un regime teocratico islamico di confessione sciita, aggressivamente antioccidentale e fanaticamente antisraeliano e antiebraico. Il nuovo governo (come altri dell’area mediorientale) si impegna subito a sostenere alcune organizzazioni terroristiche palestinesi contrarie a un accordo con Israele.

Prima intifada – Nel 1987 inizia la prima rivolta palestinese contro l’occupazione militare israeliana chiamata intifada (termine arabo che significa, tra l’altro, “rivolta”, “sollevazione”).

Accordo Israele-Olp: “due popoli, due Stati” – Algeri 1988, l’Olp riconosce implicitamente il diritto di Israele all’esistenza. Nel 1993, dopo un lungo negoziato segreto, Israele e i palestinesi dell’Olp firmano (con la mediazione americana) un accordo preliminare di pace che, con la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, dovrebbe portare alla nascita dello Stato palestinese. Le violenze dell’intifada cessano.

Assassinio di Rabin – Nel 1995, il primo ministro Rabin viene assassinato da un fondamentalista ebreo israeliano.

Prospettive di pace e nuovi conflitti – Negli anni successivi la normalizzazione dei rapporti fra Israele e alcuni Stati arabi prosegue, ma il processo di pace si arena sugli accordi sul futuro Stato palestinese. La questione, dopo il fallimento delle offerte di pace fatte dal governo israeliano ad Arafat al summit di Camp David nel 2000, rimane perciò insoluta e il conflitto prosegue sempre più violento.

Seconda intifada – Con il fallimento degli accordi di Sharm el-Sheikh del 1999 la situazione si deteriora ulteriormente. Nel 2000 scoppia la seconda intifada. Motivo della rivolta è la visita dell’allora primo ministro israeliano Sharon alla spianata delle moschee a Gerusalemme, luogo sacro per i musulmani e per gli ebrei: per questi ultimi è il luogo dove sorgeva il Secondo Tempio distrutto nel 70 e.v. da Tito, per i musulmani è il luogo da cui Maometto è asceso al cielo. La visita di Sharon è il casus belli, ma i veri motivi vanno ricercati nel fallimento dei trattati di pace di Oslo del 1993, a causa dell’uccisione (1995) dell’allora primo ministro israeliano Rabin, nella svolta a destra dei governi israeliani e nella crescita esponenziale dei gruppi terroristici più estremisti in Palestina: Hamas, Jihad Islamica ecc.

«Islamikaze» – Con la seconda intifada aumentano gli attentati suicidi da parte degli «islamikaze» palestinesi che colpiscono le principali città israeliane, in particolare Tel Aviv, prendendo di mira soprattutto la popolazione civile in luoghi di aggregazione come mercati, autobus, ristoranti e locali notturni. Le difficoltà politiche per trovare una soluzione si complicano ulteriormente a causa dall’aumento del potere politico e del potenziale distruttivo del terrorismo palestinese alimentato soprattutto dai gruppi più estremisti del fondamentalismo islamico, i quali, sostenuti da una incrollabile ideale teologico politico della storia, rifiutano qualsiasi soluzione politica, inseguono il mito della terra islamica indivisa e lottano per la totale distruzione di Israele e degli ebrei, considerati i principali nemici di Dio e, sulla scia del secolare pregiudizio coranico, gli oscuri orditori di trame contro la comunità dei credenti.

Strumentalizzazione del conflitto israelo-palestinese – Il conflitto israelo-palestinese è strumentalizzato politicamente da alcuni Stati dell’area mediorientale per scopi tattici ed egemonici: in passato l’Egitto nasseriano, la Siria e l’Iraq, oggi l’Iran si sono serviti e si servono del conflitto per assurgere al rango di potenza regionale. La questione palestinese è inoltre solo un aspetto di un conflitto interno al mondo islamico, lacerato fra aneliti di modernizzazione e difesa di sistemi politico-sociali medievali. Il fondamentalismo combattente, nella versione sunnita o sciita e nelle versioni più o meno oltranziste e criminali, sta scalando il potere politico negli Stati musulmani filo occidentali per meglio imporre i principi politici islamici e per dominare le fonti della ricchezza mediorientale, cioè il petrolio. Tale scalata mira inevitabilmente alla sconfitta di Israele e degli occidentali.

La soluzione islamica alla “questione” – Il pregiudizio religioso impedisce di affrontare il problema palestinese in modo puramente politico-territoriale come è avvenuto in varie parti del mondo per sanare situazioni analoghe (greci e turchi, ucraini e polacchi, polacchi e tedeschi, musulmani e indù indiani ecc.) e guarda gli ebrei come esseri infidi che occupano una parte della terra islamica. La fissità dei concetti dell’intelaiatura dottrinale islamica fa sì che i rapporti fra musulmani ed ebrei siano stabiliti definitivamente dall’eternità. Nell’ipotesi della scomparsa dello Stato ebraico (una certezza per la maggior parte dell’opinione pubblica islamica e di ampi strati di quella di numerosi paesi occidentali) i rapporti fra la popolazione palestinese e quella ebraica dovrebbero essere quelli stabiliti dagli eterni versetti coranici e dalla tradizione teologica: nella migliore delle ipotesi, gli ebrei, non più cittadini, sarebbero tenuti al loro posto, come “protetti” sotto l’autorità musulmana, nella peggiore dovrebbero andarsene.

HamasHamas è un movimento di resistenza palestinese, un’organizzazione islamica (appendice dei Fratelli musulmani) di tipo paramilitare e politico che rifiuta qualsiasi compromesso con Israele. Hamas vive il conflitto israelo-palestinese come lotta politico-religiosa tra islam ed ebraismo. Combattere Israele fino alla sua distruzione è considerato dall’organizzazione politico-terrorista un dovere religioso per ogni buon musulmano. L’opposizione di Hamas ha una radice mitica come è apertamente espressa nell’articolo 11 dello Statuto del Movimento,:

La terra di Palestina [compreso naturalmente Israele] è un lascito legale, terra islamica affidata alle generazioni dell’Islam fino al giorno della Resurrezione, non è accettabile rinunciare a nessuna parte di essa. Nessun Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme,[…] né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite, hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo del territorio della Palestina, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni islamiche fino al giorno del Giudizio.

Per capire la posizione di Hamas verso Israele e gli ebrei è interessante leggere l’articolo 22 dello Statuto del Movimento; si tratta di una pagina di “storia” mondiale scritta sulla falsariga dei “Protocolli”:

Il nemico [gli ebrei] ha programmato per lungo tempo quanto poi è riuscito a compiere […]. Ha accumulato una enorme ricchezza materiale, fonte di influenza, che ha consacrato a realizzare il suo sogno. Con questo denaro ha preso il controllo dei mezzi di comunicazione del mondo, […]. Con questo denaro ha fatto scoppiare rivoluzioni in varie parti del mondo, con lo scopo di soddisfare i suoi interessi e trarre altre forme di profitto. Questi nostri nemici erano dietro la rivoluzione francese e la rivoluzione russa e molte rivoluzioni di cui abbiamo sentito parlare, di qua e di là nel mondo. È con il denaro che hanno formato organizzazioni segrete nel mondo, per distruggere la società e promuovere gli interessi sionisti. Queste organizzazioni sono la massoneria, il Rotare Club, i Lions Club, il B’nai B’rith e altre. Sono tutte organizzazioni distruttive dedite allo spionaggio. Con il denaro il nemico ha preso il controllo degli stati imperialisti e li ha persuasi a colonizzare molti paesi per sfruttare le loro risorse e diffondervi la corruzione.

A proposito delle guerre locali e mondiali tutti sanno che i nostri nemici hanno organizzato la Prima guerra mondiale per distruggere il califfato islamico. Il nemico ne ha approfittato finanziariamente e ha preso il controllo di molte fonti di ricchezza; ha ottenuto la Dichiarazione Balfour e la fondazione della Società delle Nazioni come strumento per dominare il mondo. Gli stessi nemici hanno organizzato la seconda guerra mondiale, nella quale sono diventati favolosamente ricchi grazie al commercio delle armi e del materiale bellico e si sono preparati a fondare il loro stato. Hanno ordinato che fosse formata l’Organizzazione delle Nazioni Unite, con il Consiglio di Sicurezza all’interno di tale organizzazione, per mezzo del quale dominare il mondo. Nessuna guerra è mai scoppiata senza che si trovassero le loro impronte digitali.

“Ogni volta che i giudei accendono il fuoco della guerra, Allah lo spegne. Gareggiano nel seminare il disordine sulla Terra, ma Allah non ama i corruttori.” (Corano 5,64)

I poteri imperialisti sia dell’Ovest capitalistico, sia nell’Est comunista, sostengono il nemico con tutta la loro forza, in termini materiali e umani, alternandosi in questo ruolo. Quando l’Islam si risveglia, le forze della miscredenza si uniscono per combatterlo, perché la nazione dei miscredenti è una.

Israele lascia il controllo di Gaza – Nel 2005, in base agli accordi israelo-palestinesi di Oslo del 1993 Israele lascia la striscia di Gaza, che viene posta sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il governo israeliano fa sgombrare con la forza i coloni ebrei dalla “striscia” e fa smantellare le colonie. Senza indugio forze paramilitari palestinesi iniziano a lanciare razzi sui villaggi e cittadine confinanti, uccidendo e ferendo cittadini israeliani.

Hamas vince le elezioni – Nel 2006, il movimento fondamentalista islamico Hamas vince le elezioni politiche in Palestina. Per il processo di pace è un duro colpo, in quanto i dirigenti di Hamas rifiutano qualsiasi trattativa con Israele e non riconoscono gli impegni firmati dall’Olp.

Guerra in Libano – Nel 2006 scoppia il conflitto israelo-libanese. Si tratta di un’operazione militare su vasta scala intrapresa dall’esercito israeliano contro il Libano e i miliziani libanesi sciiti (filoiraniani) del Partito di Dio libanese (Hezbollah) a causa dell’agguato teso a una pattuglia di confine dell’esercito israeliano (due militari morti, altri rimasti feriti e due rapiti), e del quotidiano lancio di razzi katyusha e colpi di mortaio sul territorio israeliano che causano morti, distruzioni e terrore fra la popolazione civile. Per reagire agli attacchi (alimentati dall’appoggio di Siria e Iran), il governo israeliano ordina una dura rappresaglia contro il Libano. L’operazione, condotta sul modello della “molto discussa” strategia bellica americana in Iraq, non ha successo: l’esercito israeliano non riesce a vincere le forze della guerriglia, perché i miliziani si nascondono fra la popolazione civile; col risultato che le misure militari israeliane fanno molte vittime fra la popolazione civile libanese.

L’Iran e Hamas operano per la distruzione di Israele – L’Iran fornisce armi, soldi e addestramento militare agli Hezbollah libanesi affinché mantengano uno stato di paura e di tensione fra gli israeliani. Hamas fa lo stesso con attacchi terroristici suicidi e il lancio di missili da Gaza sui villaggi israeliani. Il loro obiettivo finale è la distruzione di Israele. I più alti rappresentanti politici iraniani, a cominciare dal presidente Ahmadinejad, fanno dichiarazioni in tal senso: l’Iran “condanna a morte” Israele senza che l’opinione pubblica mondiale si scandalizzi più di tanto. Più o meno identica, almeno nelle conseguenze, la posizione dei dirigenti di Hamas: il ministro degli esteri palestinese ha recentemente affermato che Israele «è un cancro, una escrescenza nelle nostra terra senza nessuna ragione culturale, storica, religiosa, e non c’è ragione di stabilire un rapporto con questo cancro» e quindi ha aggiunto «noi non riconosceremo mai Israele, e questa è una decisione finale e non revocabile». Il disegno programmatico geopolitico e georeligioso dell’organizzazione nega alla radice la formula “due popoli, due Stati”, rifiuta gli accordi di pace stipulati in passato dai dirigenti palestinesi dell’Olp con Israele e continua la lotta per la liberazione di tutta la Palestina (anche quella che ora si chiama Israele) sino al trionfo o al martirio.

Antisionismo antisemita

Antisionismo e antisemitismo – L’antisionismo non richiama necessariamente l’antisemitismo. Però il sionismo va al di là della politica dei governi israeliani, è la matrice dello Stato d’Israele. Se per anti (sionismo) si intende la libera e corretta critica all’operato politico dei governi di quello Stato non si può accusare chi la fa di antisemitismo. Se invece il prefisso vuol significare negazione di ogni tipo di legittimità al sionismo, vuol dire che c’è la volontà di non riconoscere al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione. L’antisionismo, quando agisce per cancellare lo Stato d’Israele (creato dalle Nazioni Unite nel 1947) o quando disconosce il percorso storico del sionismo e ritiene che Israele sia lo Stato costruito dal mitizzato e demonizzato capitalismo ebraico, oppure lo Stato creato per risarcire gli ebrei dopo lo sterminio, o ancora il nemico di classe alleato e protetto dell’imperialismo americano, infine quando afferma che il sionismo è al centro di un complotto mondiale teso a destabilizzare e sottomettere il mondo intero agli ebrei, non appartiene più a una normale forma di lotta politica, entra nella sfera della politica antisemita.

Eccesso di attenzione del conflitto israelo-palestinese nei media e nella pubblica opinione mondiale – Il conflitto israelo-palestinese richiama un’eccessiva attenzione da parte dei mezzi di informazione; ciò è dovuto al fatto che Israele è una democrazia che ha una società aperta che dibatte, denuncia, rivela tutto ciò che i governi e l’esercito, nel bene e nel male, fanno; inoltre, vi sono implicati gli ebrei: soggetti che godono di una esagerata sovraesposizione presso i media e presso l’opinione pubblica; e per finire occorre considerare che la questione rappresenta quasi l’unico argomento su cui nei paesi islamici, è possibile parlare senza rischio, perché la demonizzazione di Israele serve da valido surrogato per pacare il malcontento sociale generato dalla arretratezza priva di prospettive, dalla repressione politica e come strumento per dirottare il rancore che ne deriva.

Informazione preconcetta, parziale, ideologica – Nelle vicende del conflitto mediorientale è spesso assente un approccio comparativo e domina, al contrario, una presa di posizione preconcetta totalmente ideologica. Da decenni, importanti media europei presentano Israele come un paese di fanatici (religiosi e militari) che calpesta i giusti diritti dei palestinesi solo per rubare terre arabe da distribuire a coloni esaltati. Il problema della sicurezza dei confini israeliani non viene quasi mai considerato. Quotidianamente, i telegiornali fanno vedere civili palestinesi vittime delle violenze dell’esercito israeliano: bambini e donne che fuggono terrorizzati dalle loro case distrutte, bambini morti o feriti, uomini e donne in umiliante attesa ai posti di blocco. Si tratta di una informazione squilibrata perché priva, quasi sempre, delle circostanze in cui avvengono le violenze: presentate sempre come scaturite da consapevole volontà punitiva israeliana. Le vittime israeliane del terrorismo palestinese non esistono, la loro morte è frutto di inevitabile contingenza, al contrario alle vittime palestinesi viene conferito un valore epico e gli islamikaze (spesso minorenni indottrinati), spinti da sanguinario fanatismo religioso, sono chiamati guerriglieri martiri. In Israele, inoltre, è in atto un’autocensura per quanto riguarda le vittime israeliane: per rispetto ai morti e al sentimento dei parenti non si mostrano bambini smembrati, corpi decapitati, arti staccati dai corpi in seguito agli attentati terroristici, né si mostrano le migliaia di mutilati. Decine di terribili eccidi, in varie parti del mondo lasciano i media e l’opinione pubblica, particolarmente in Europa, totalmente indifferenti: massacri fra “fratelli” islamici rivali (Algeria, Iraq, nella stessa Palestina ecc.), stragi di cristiani o animisti da parte di islamisti in Asia e in Africa, eccidi di ceceni da parte dei russi ecc. non ricevono adeguata attenzione; nessuno parla dei terroristi islamici tailandesi che uccidono i loro concittadini non musulmani, o dei terroristi islamici filippini che uccidono i loro concittadini cristiani o dei terroristi islamici indiani che uccidono i loro concittadini indù. Solo quando c’è di mezzo Israele avviene un improvviso, spesso acritico, risveglio della “coscienza” pubblica. I mezzi d’informazione e l’opinione pubblica ignorano lo sterminio di centinaia di migliaia di persone in atto nel Darfur (così come nel 1994 è rimasta a guardare distrattamente lo sterminio di più di un milione di Tutsi e Hutu moderati in Ruanda), nel tempo in cui danno esagerato risalto ai 36 morti di Beit Hanoun, la cittadina di Gaza teatro di scontri tra esercito israeliano e guerriglieri-terroristi palestinesi. Sui media la notizia dello scontro fratricida fra gruppi di miliziani palestinesi rivali a Gaza, conclusosi con un numero di morti molto alto, non ha avuto alcun risalto. Il fatto che in altri luoghi accadano crimini o, secondo un conteggio comparativo, di gran lunga più gravi non discolpa moralmente i comandanti delle truppe israeliane quando commettono azioni vergognose, ma chi possiede un saldo senso di imparzialità dovrebbe dare pari spazio a altri episodi spesso più atroci. Un confronto tra la unanime e ripetuta condanna di Israele e la quasi totale noncuranza verso altri eccidi fa sorgere preoccupanti interrogativi sui sentimenti e le motivazioni di coloro che così si comportano. È palese che alla base ci sono dei sentimenti antiebraici, mascherati da critica antisionista, quando alle critiche rivolte alla politica israeliana sono applicati criteri valutativi di condotta che non sono invece utilizzati nei confronti di altri paesi, oppure le critiche coinvolgono tutti gli israeliani a prescindere dalle loro opinioni politiche personali, o i critici esprimono esclusivamente giudizi del tutto negativi fondati su dati spesso parziali e talvolta manipolati, o non esprimono mai un qualche giudizio positivo su Israele e non pronunciano mai alcuna critica alla controparte palestinese e ai paesi arabi e alle organizzazioni islamiche che fomentano il terrorismo antisraeliano.

La pubblicistica di sinistra contro Israele – Dall’analisi dei commenti ricorrenti nella pubblicistica di sinistra, liberal o estrema, anche quella che prima del 1967 ha sostenuto Israele, si osserva l’uso di un linguaggio antisraeliano aspro ed ostile. Si nota un utilizzo spregiudicato di termini di solito associati ai momenti più tragici della storia ebraica; a giudizio di molti, i palestinesi sarebbero vessati e discriminati come gli ebrei sotto il nazismo: così i palestinesi risultano essere oggetto di “pogrom” da parte dei soldati israeliani, sono definiti “deportati”, internati in “lager”, “gassati” (coi lacrimogeni!); qualcuno parla di genocidio: uno strano genocidio visto che i palestinesi nel 1967 erano 1.100.000 circa, cresciuti a 3.500.000 circa nel 2002 (le azioni repressive israeliane potrebbero essere puntualizzate con termini più realistici); i dirigenti politici israeliani, di conseguenza, sono accostati ai gerarchi nazisti e Israele al Terzo Reich. Il movimento sionista è avversato in quanto ostacolo alla realizzazione dell’autodeterminazione del popolo palestinese oltre che come simbolo di potere imperialista e colonialista insieme agli Stati Uniti. I palestinesi vengono presentati come vittime di forme tipiche di intolleranza e razzismo a partire da quella che, nella percezione comune, è stata l’invasione sionista della Palestina.

Ebraismo: da identità ideale a identità sopraffattrice – Il dissenso nei confronti della politica israeliana, alimentato dai mezzi d’informazione occidentali, si estende a strati sempre più ampi dell’opinione pubblica e del mondo politico-culturale. Gli israeliani sono dipinti come fautori di un nazionalismo molto vicino a quello della Germania nazista. Queste immagini degli israeliani e dei palestinesi vogliono convincere l’opinione pubblica che solo l’ebraismo diasporico che critica Israele è custode della vera identità culturale ebraica, quella universalista ispirata ai valori umani più alti. Lo Stato d’Israele, a causa della sua politica, e i suoi sostenitori ebrei, secondo molti tradirebbe le aspettative di una sua effettuazione nel rispetto di quei principi di uguaglianza civile e tolleranza rilevanti nella storia dell’emancipazione degli ebrei europei e sarebbe portatore di un’identità soverchiatrice. I “veri” ebrei non dovrebbero pertanto identificarsi con uno Stato che tradisce i loro stessi ideali: a giudizio di molti, gli ebrei dovrebbero rimanere legati allo stereotipo del “debole oppresso”; ma nella nuova forma identitaria ebraica (una fra le tante) rappresentata dallo Stato israeliano questo “sublime” status non è più riscontrabile. Nella contingenza del conflitto israelo-palestinese, gli “ebrei inermi e indifesi” sarebbero perciò i palestinesi stessi. Anche Gesù, ebreo del regno di Giudea nato prima del 4 a.e.v., in alcune vignette antisraeliane-antisemite, è dipinto come un palestinese.

Antisemitismo mascherato da antisionismo – L’antisemitismo odierno si palesa perciò anche come antisionismo. Questo tipo di antisionismo nega allo Stato d’Israele il diritto all’esistenza e agli ebrei, contrariamente a quanto si fa con tutte le altre minoranze presenti nel pentolone culturale europeo, il diritto di stabilire la loro identità collettiva secondo la loro volontà perché il ruolo che Israele assume in questa identità è valutato come opposto all’ethos prevalente d’Europa.

Organizzazioni internazionali pregiudizialmente antisraeliane – Da decenni, l’influenza dei delegati islamici nelle organizzazioni internazionali (ONU, UNESCO ecc.) permette il successo di iniziative antisraeliane con implicazioni antiebraiche. In molte mozioni votate dall’Assemblea dell’ONU, i voti dei delegati islamici e di quelli del Terzo mondo sono riusciti a far diventare Israele una specie di fuorilegge internazionale, e il sionismo una forma di razzismo.

Israele, Stato razzista L’antisionismo antisemita si esprime anche con l’accusa a Israele di essere uno Stato razzista: lo Stato ebraico, fondato su una rivelazione religiosa. Una risoluzione ONU (1975), poi annullata, ha accomunato sionismo e razzismo. La Conferenza delle Nazioni Unite contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza, svolta a Durban (2001), si è tramutata in un processo a Israele e agli ebrei, accusati di essere razzisti. In tal modo, Stati che adottano la legislazione islamica (sharia) più retriva e oscurantista mettono al bando l’unico Stato liberal-democratico del Medioriente, nel quale, contrariamente a quanto accade in alcuni Stati arabo-islamici, le minoranze etniche, linguistiche, religiose hanno diritto di cittadinanza: su una popolazione ebraica di 5 313 800 individui ci sono 1 377 000 cittadini arabo-palestinesi e altre minoranze etniche e/o religiose: drusi, armeni, beduini, circassi, cristiani, musulmani, atei ecc. I delegati di paesi governati in gran parte da regimi militari, dittatoriali e antidemocratici, in cui mancano i più elementari diritti umani e le libertà civili (alcuni fondamentalisti, ipernazionalisti e razzisti in cui non esiste libertà di religione, dove non c’è traccia di libertà di pensiero, di parola, di stampa, di culto, di organizzazione politica e sindacale, dove vige la tortura e la pena di morte per gli oppositori politici, sono comminate pene corporali lapidazione compresa, i diritti delle donne sono inesistenti, i gay sono perseguitati o impiccati ecc.), per evitare di affrontare i problemi legati al razzismo e all’intolleranza dei propri paesi, manipolano con esplicita intolleranza la Conferenza contro il sionismo e indirizzano tutti i loro sforzi su un unico obiettivo: fare del conflitto politico-territoriale-culturale israelo-palestinese un conflitto razziale, l’unico degno di attenzione. A livello mondiale questo Stato ha finito per acquisire lo status di negatività che nella cultura occidentale da secoli è attribuito agli “ebrei”. La condanna è ontologica: Israele è colpevole di un ”peccato originale” che è inscindibilmente legato alla sua esistenza; è il solo paese a cui molti negano il diritto di esistere. Per raggiungere il loro scopo utilizzano i contenuti classici dell’antiebraismo islamico, mescolati ai temi dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo occidentali; il risultato paradossale della Conferenza è l’ulteriore diffusione dell’odio antiebraico.

Sondaggio sugli Stati più pericolosi – La campagna di demonizzazione di Israele trova riscontro in un sondaggio condotto dall’Europarlamento per conto della Commissione europea, allo scopo di conoscere quali sono, secondo i cittadini europei, i dodici paesi più pericolosi per la pace nel mondo; nella ricerca Israele è incluso fra questi dodici e risulta che il 59 % dei cittadini (campione di 7500 persone) lo considera il più pericoloso. Israele è dunque più pericoloso dell’Iran che prepara la bomba atomica nell’ambito di un’indomita volontà di guerra islamista volta a cancellare Israele; più pericoloso di tutti quei paesi che, più o meno occultamente, finanziano le scuole che alimentano il terrorismo suicida mondiale.

Boicottaggi accademici antisraeliani – Nell’ultimo decennio, in alcune università italiane, in diverse occasioni sono avvenute manifestazioni contro diplomatici israeliani: invitati a parlare sulle prospettive di pace in Medioriente e a un pacifico confronto di idee, sono stati impediti di esprimere le loro opinioni da gruppi di giovani intolleranti. In alcune università americane e europee, soprattutto in Inghilterra, manifestazioni antisemite e/o antisraeliane di gruppi di studenti si alternano a prese di posizione dei vari corpi docenti di condanna di Israele, boicottaggio delle sue università, rifiuto di scambi culturali, rifiuto di pubblicare studi e ricerche su riviste specializzate e sospensione delle borse di studio a studenti e ricercatori israeliani.

Il negazionismo per delegittimare Israele – Anche il negazionismo è funzionale all’antisionismo antisemita. Chi vuole la distruzione di Israele sostiene pregiudizialmente e falsamente che sarebbe sorto per risarcire gli ebrei dopo lo sterminio, che lo sterminio sarebbe comunque una menzogna ebraica, e infine che, avendo avuto origine per risarcire i falsi sopravvissuti non avrebbe alcuna ragione di esistere. Questa è la tesi sostenuta quasi settimanalmente dal presidente iraniano Ahmadinejad, il quale ha anche organizzato a Teheran una “Conferenza sull’Olocausto” a cui hanno partecipato decine di negazionisti di tutte le tendenze, compresi alcuni rabbini ultraortodossi radicalmente antisionisti.

Maurizio Ghirettii