12 Febbraio 2026

Cronaca della conferenza “Il Giorno della Memoria Oggi – Triangoli rosa, Shoah e nuova propaganda.”

Omofobia nazista e antisemitismo russo. Un incontro alla Casa dei Diritti

L’8 febbraio si è tenuto presso la Casa dei Diritti un incontro dal titolo Il Giorno della Memoria Oggi – Triangoli rosa, Shoah e nuova propaganda per fare luce su alcuni esempi delle discriminazioni avvenute nella storia nei confornti degli omosessuali e ampliare la memoria collettiva. (Da sinistra a destra: Roberto Damico, Raffaele Sabbadini, Alessandro Valeri, Federica Valcauda e Nicola Bertoglio).

Nonostante le cicatrici indelebili che hanno lasciato, non tutte le discriminazioni avvenute in Europa nel ‘900 sono ugualmente conosciute. Alcune forme di antisemitismo, così come l’odio per gli omosessuali sotto i regimi nazista e fascista, non sono stati studiati in maniera approfondita e la loro memoria è stata poco tramandata. E oggi, dopo il 7 ottobre, ci sono omosessuali che vengono discriminati anche in quanto ebrei, tanto da essere stati cacciati o emarginati dai Pride.

Per fare luce su alcuni esempi di queste discriminazioni e ampliare la memoria collettiva, domenica 8 febbraio si è tenuto presso la Casa dei Diritti un incontro dal titolo Il Giorno della Memoria Oggi – Triangoli rosa, Shoah e nuova propaganda. Patrocinato dalla Fondazione CDEC e dal Memoriale della Shoah di Milano, l’evento è stato moderato da Nicola Bertoglio e Federica Valcauda, tesorieri rispettivamente delle associazioni Certi Diritti ed Europa Radicale (si può rivedere il video completo dell’evento sul sito di Radio Radicale).

Omosessuali nella Germania nazista e nell’Italia fascista

Negli anni ’20, prima dell’ascesa del nazismo e della Seconda Guerra Mondiale, la Germania era “il paradiso delle nuove idee, la Repubblica di Weimar, e per il movimento omosessuale […] anni d’oro. Solamente Berlino aveva più di 400 locali di gay e lesbiche in quel periodo”, ha spiegato Raffaele Sabbadini, presidente di Keshet Italia. Nello stesso periodo, nel nostro paese c’era una “repressione morbida” come l’ha definita, basata sul Codice Zanardelli.

Dopo l’avvento del fascismo, nel 1931 entrò in vigore il Codice Rocco, “che sarebbe stato la prima occasione in cui si puniva il reato di omosessualità”, ha detto Sabbadini. All’epoca, prevaleva l’idea che il “vizio” omosessuale fosse un problema più diffuso nel Nord Europa che in Italia.

In Germania, con le Leggi di Norimberga si arrivò a scrivere che “si potrà punire una persona per sguardi, intenzioni, pensieri, desideri, fantasie, baci, carezze, sogni e ammiccamenti”. Sabbadini ha sottolineato il fatto che questa politica colpiva soprattutto gli omosessuali di sesso maschile: “Anche le donne lesbiche sono sempre state considerate veicoli di nuovi bambini, volenti o nolenti”, mentre i maschi che non potevano procreare erano considerati dannosi per la patria, che necessitava di un alto tasso di natalità.

Lo stesso capo delle SS Heinrich Himmler, in un discorso del febbraio 1937, disse che “a fronte di un numero stabile di donne” vi era dopo la Prima Guerra Mondiale uno squilibrio che “dipende da due milioni di caduti e due milioni di omosessuali”. All’idea che ciò che fanno gli omosessuali riguarda la sfera privata, Himmler ribatté: “Qualsiasi cosa accada nella sfera sessuale, non è di competenza solo del singolo individuo, ma riguarda la vita e la morte della nazione”. Il risultato è che in Germania si passò in media da 1.000 a 10.000 condanne all’anno per omosessualità.

Con l’inizio della guerra, ha spiegato Sabbadini, gli omosessuali vennero spediti in campi come Dachau, Sachsenhausen e Mauthausen. Tuttavia, aggiunge che nel loro caso “la persecuzione nazista avviene solo in Germania, in Austria e nei protettorati”. Questo perché i gay erano considerati dannosi solo se “ariani”, in quanto minavano il tasso di natalità, ma non destavano particolare interesse se erano di altre nazionalità.

L’antisemitismo russo, dagli zar ad oggi passando per l’URSS

La sala piena all’evento

Sia prima che dopo la Shoah, un aspetto dell’antisemitismo che andrebbe maggiormente conosciuto è il ruolo svolto dalla propaganda prima della Russia zarista e poi dell’Unione Sovietica nella sua diffusione. Di questo si è occupato Alessandro Vitale, docente associato del Dipartimento di Studi Internazionali dell’Università degli Studi di Milano.

Anticipando un report sull’antisemitismo russo che verrà pubblicato prossimamente dal ricercatore Massimiliano Di Pasquale per l’Istituto Gino Germani, Vitale ha spiegato che durante la Seconda Guerra Mondiale “la persecuzione degli ebrei in Europa non è stata affatto una prerogativa della Germania nazista”, ma “era molto più subdola”.

Secondo il docente, nell’instaurare le discriminazioni antiebraiche i nazisti copiarono molte pratiche russe e sovietiche, dalla propaganda al sistema dei campi di concentramento, molto simile ai gulag sovietici. “E questo fa un po’ saltare l’immagine stereotipata dei sovietici come i liberatori dei campi”. Questo perché “non si considera mai quante somiglianze vi fossero”, nonostante anche uno scrittore ebreo sovietico, Vasilij Grossman, li avesse raccontati nei suoi libri, “che infatti non verranno pubblicati in Unione Sovietica”.

Vitale ha affermato che “la matrice russo-sovietica dell’antisemitismo è fondamentale per capire cosa sta risorgendo oggi”. Ha raccontato che nel 1991, quando è caduta l’Unione Sovietica, lui si trovava sulle barricate a Mosca, “e ricordo molto bene la rottura con quel periodo di 70 anni sovietici. Ma contemporaneamente, però, già dagli anni ’80 si stava sviluppando un neonazionalismo carico di antisemitismo, di radici nazional-religiose”.

Inoltre, vi era “l’antisemitismo per la ricerca del capro espiatorio”. Siccome stava crollando un sistema politico ed economico, in assenza di una spiegazione economica sulle ragioni di quel collasso, la reazione adottata è stata “quella di riversare sul nemico interno e sul complotto ebraico le ragioni di quel che non si riesce a spiegare”.

Vitale ha aggiunto che “lo studio di questo fenomeno ci consente di non berci tutta la propaganda che utilizza questa categoria di ‘nazisti’ per categorizzare popolazioni che sono ostili alla ricomposizione dell’impero”. Infatti, prima che Putin dichiarasse di voler “denazificare” l’Ucraina, già i sovietici utilizzarono una retorica simile quando invasero l’Ungheria e la Cecoslovacchia.

Come la propaganda russa manipola la memoria

Passando dalla storia all’attualità, l’influencer e attivista di Collettiva Shani Roberto Damico ha raccontato che con la recente pubblicazione degli Epstein Files, gli opinionisti Rula Jebreal e Alessandro Di Battista “hanno fatto in questi giorni una puntata tutta dedicata a questa tematica, ed era evidentemente trattata in termini assolutamente complottisti, con Epstein che sarebbe stato a capo di una cupola mondiale”, con la quale Di Battista ha detto testualmente che “Israele ricattava i capi di Stato di tutto il mondo, e detiene il potere di tutto il mondo”.

Secondo Damico, da quando le trasmissioni di RT (Russia Today) sono state vietate nell’Unione Europea, paradossalmente le loro tattiche di disinformazione e propaganda in rete si sono affinate. Ha fatto l’esempio di Parabellum, canale YouTube d’informazione sulla geopolitica, che recentemente ha raccontato che avrebbe ricevuto delle minacce dai russi per impedirgli di trattare determinate tematiche, altrimenti il loro server sarebbe saltato.

Ha spiegato che nella guerra ibrida portata avanti dalla Russia ci sono personaggi sia russi che non russi, i quali “hanno utilizzato la causa palestinese per accreditarsi enormemente da un punto di vista di prestigio sociale, guadagnare credito simbolico e poi spenderlo in entrambe le cause”.

Ha raccontato che sin dalla sua fondazione, Russia Today ha sempre veicolato in Europa narrazioni complottiste, ad esempio con programmi dove si sosteneva che gli attentati dell’11 settembre fossero stati autoinflitti, e in più “c’era sempre l’ombra del Mossad”. Secondo Damico, “questo complottismo è già presente nella stessa causa palestinese”, perché alla base “l’idea è che gli ebrei, europei e coloni, siano arrivati su un territorio e lo abbiano espropriato”. Un’idea portata avanti in un primo momento soprattutto dai paesi arabi, che hanno dipinto Israele come una “colonia occidentale” ricevuta come riparazione per la Shoah.

Per far capire quanto la propaganda abbia inquinato il dibattito pubblico, in particolare sui social, Damico ha affermato: “Se io, quattro anni fa, avessi detto ‘genocidio’, era quasi normale pensare alla Shoah. Se oggi io dico ‘genocidio’, chiunque penserà a Gaza. Con una campagna che è stata fatta in modo molto continuo, martellante, la richiesta costante di abiura”.

Ha puntato il dito contro l’impreparazione degli occidentali, i quali non hanno capito che “uno spazio lasciato completamente libero e non regolamentato lasciava la possibilità a chiunque non fosse animato dalla democrazia ma dalle dittature di entrare e di imporre determinati pensieri”.

Ha spiegato che sia la Russia che il Qatar e altri paesi islamici hanno creato numerosi profili sui social che hanno introdotto gradualmente, ma in maniera sempre più martellante, la questione palestinese, anche se per motivi diversi: “Nella propaganda palestinese serve per delegittimare Israele, nella propaganda russa serve per destabilizzare l’Occidente”.

La testimonianza di Fiano

Verso la fine, c’è stata la possibilità da parte del pubblico di prendere la parola. È intervenuto anche Emanuele Fiano, ex-deputato e presidente di Sinistra per Israele, il quale ha risposto a un intervento di chi criticava duramente la linea attuale del PD: “Esattamente come gli omosessuali non sono tutti uguali, […] esattamente come gli ebrei non sono tutti uguali, […] così io non uso più il termine ‘sinistra’ ma ‘sinistre’, al plurale, perché ce ne sono di tanti tipi”, ha detto: Ha aggiunto qual è secondo lui “il più grave rischio della sinistra occidentale nel mondo contemporaneo: semplificare. Pensando che il mondo sia fatto in una divisione tra il bene e il male”.