11 Dicembre 2023

Come si spiega la presenza di elementi antisemiti all’interno dei movimenti queer?

Oggi assistiamo a un preoccupante aumento dell’antisemitismo, sia nelle estreme destra e sinistra che tra nell’Islam radicale. Le generazioni che un tempo accusavano i propri antenati di connivenza con il nazismo, ora vedono i propri figli e nipoti scendere in piazza con slogan e azioni inaccettabili. Questi atti includono richieste di riattivazione delle camere a gas, l’uso della bandiera di Israele come simbolo di odio, e attacchi contro sinagoghe e membri della comunità ebraica.

Per questo sono contento che la mia associazione, Certi Diritti, abbia aderito alla manifestazione «No all’Antisemitismo, no al Terrorismo» indetta dalla Comunità Ebraica di Roma e dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Keshet Italia, l’unica organizzazione italiana ebraica LGBTI, aveva invitato ad aderire anche tutte le altre associazioni LGBTI italiane, ma con scarso successo.

«Vi invitiamo cordialmente a unirvi a noi in Piazza per contrastare questo fenomeno così allarmante per tutti. Perché #NOAntisemitismo e #NOTerrorismo non può dividerci», aveva scritto Keshet Italia, che si era già fatta promotrice di una lettera aperta ai membri del movimento LGBTI in cui esprimeva preoccupazioni riguardo alla crescente propensione a posizioni antisemite all’interno del movimento stesso.

La lettera aperta è una reazione a quanto accaduto a fine ottobre a Bologna durante una manifestazione di solidarietà con la Palestina dove alcuni gruppi queer gridavano «dal fiume al mare la Palestina sarà libera». Ma ci sono tanti altri esempi in cui alcuni membri della comunità queer, soprattutto sui social, esprimono addirittura solidarietà con gruppi come Hamas, che, quando al potere, perseguitano le persone LGBTI.

«Nel sottolineare la natura composita e diversificata della nostra comunità in termini di esperienze, sensibilità e opinioni, è essenziale evidenziare che le organizzazioni coinvolte in tali manifestazioni lo fanno a titolo individuale e in base alle loro opinioni sulla politica estera, senza rappresentare l’intera realtà Queer», scrive allora Keshet Italia, criticando il silenzio sulle azioni di Hamas, l’uso inappropriato del nome della collettività LGBTI+ in contesti non legati ai suoi temi fondamentali, e la mancata denuncia dei trattamenti discriminatori verso le persone LGBTI+ in Palestina.

«Alcuni dei comunicati pubblicati online delle organizzazioni LGBTQIAK+ negli ultimi mesi, non solo proiettano i peggiori pregiudizi antisemiti su Israele in quanto maggiore collettività ebraica del mondo, ma falliscono nel differenziare le nostre identità ebraiche dalle politiche del governo israeliano e nel riconoscere la differenza tra la Stella di David […] e la bandiera d’Israele […]. Troppo spesso ci è stato detto che questo è un simbolo utilizzato anche da Israele, e ci siamo chiestз con quale diritto queste persone possano scegliere quali debbano essere i simboli che rappresentano la nostra comunità. È ormai inoltre luogo comune per alcune organizzazioni LGBTQIAK+ non considerare le persone ebree come una minoranza svantaggiata, ma avvalersi dei più antichi stereotipi antisemiti che la dipingono detentrice di un presunto “privilegio ebraico».

Questo fenomeno rischia di alienare e marginalizzare le persone ebree all’interno della comunità LGBTI, creando un ambiente in cui il loro senso di appartenenza e sicurezza è messo in discussione. La lettera invita quindi a una riflessione critica e a una condanna unanime dell’antisemitismo. Il modo migliore per farlo sarebbe stato aderire alla manifestazione «No all’Antisemitismo, no al Terrorismo», ma è stata un’occasione mancata.

La critica di Keshet Italia fa il paio con le osservazioni di altri che notano un doppio standard e un’ipocrisia in alcune parti dei movimenti femministi, specialmente in relazione alla violenza contro le donne in contesti specifici. Il movimento #MeToo, che ha enfatizzato l’importanza di credere alle donne vittime di violenza sessuale, sembra aver trascurato le atrocità subite dalle donne israeliane durante gli attacchi di Hamas. Questo solleva interrogativi sull’universalità e la coerenza dei principi di alcune realtà del movimento.

Dopo il 7 ottobre, quando Hamas ha scatenato violenze sessuali contro ragazze e donne in Israele, il Ministero degli Esteri israeliano ha lanciato la campagna #BelieveIsraeliWomen, sottolineando la necessità di riconoscere e indagare su queste atrocità come crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Tuttavia, la risposta dell’ONU e di altre organizzazioni internazionali è stata lenta e insufficiente, evidenziando un doppio standard preoccupante.

La mancanza di una risposta coerente e universale a questi crimini non solo mina la credibilità di alcune organizzazioni, ma anche della loro missione di proteggere e sostenere tutte le vittime di violenza sessuale, indipendentemente dalla loro nazionalità o dal contesto politico.

Ma come si spiegano queste ipocrisie e la presenza di elementi antisemiti in alcune manifestazioni e dichiarazioni all’interno dei movimenti queer?

La ragione, secondo me, va ricercata nell’influenza crescente che le teorie queer e la politica dell’identità hanno acquisito. Queste teorie, che vedono l’identità individuale come un’intersezione di categorie sociali e culturali, possono talvolta portare a posizioni politiche che ignorano o minimizzano realtà complesse, come quelle del conflitto israelo-palestinese. In questo contesto, la solidarietà con la Palestina da parte di una parte della comunità LGBTI, e in particolare di coloro che si identificano come queer, sembra essere influenzata da una visione che privilegia le narrazioni di oppressione e resistenza, a scapito di una comprensione più equilibrata e critica delle dinamiche in gioco.

Un altro aspetto rilevante è l’ostilità identitaria verso l’Occidente, che vede la storia occidentale come una mera narrazione di oppressione razziale e sfruttamento. In questo quadro, Israele e gli ebrei sono spesso percepiti come simboli del privilegio bianco occidentale, portando alcuni attivisti queer a identificare Israele e persino il popolo ebraico con i rappresentanti di tutto ciò che è sbagliato nel mondo.

La politica dell’identità incoraggia anche una mentalità cospiratoria, per cui gli individui sono visti come passivamente modellati da forze potenti e nascoste. Questo approccio può portare alcuni attivisti queer a credere a teorie del complotto, come l’idea che gli eventi del 7 ottobre siano stati inventati da propagandisti israeliani.

Per iniziare ad affrontare seriamente il problema sollevato da Keshet Italia, occorre allora affrontare e criticare direttamente le teorie queer e la politica dell’identità che ne sono alla radice, come ha iniziato a fare Federico A. D’agostino, membro individuale del Congresso mondiale degli ebrei LGBTQ+ – Keshet Ga’avah, cercando di aprire un dibattito anche all’interno di Keshet: «[…] da quando il Movimento è diventato Queer intersezionale – cioè ha adottato il paradigma della Teoria Critica della Giustizia – Verità, Realtà e Libertà sono diventate idee sospette, che nascondono e giustificano sempre il dominio e l’oppressione». Per i teorici Queer, scrive D’agostino nella newsletter del Congresso mondiale, «l’omosessualità e l’eterosessualità, l’uomo e la donna, e il corpo stesso, sono solo costrutti sociali, e l’individuo non è altro che l’intersezione di identità mediate linguisticamente: se “gay” è un costrutto occidentale, i palestinesi potrebbero vivere benissimo senza gay. [I teorici Queer] Avallano, senza rendersene conto, la retorica di quei dittatori africani e asiatici che, imponendo la pena di morte per omosessualità, la definiscono “corruzione occidentale”: la linea che divide l’ideologia queer dall’omofobia, se esiste, è molto sottile»

 

Fonte dell’immagine: Huffinton Post