22 Gennaio 2016

Bernard-Henri Lévy interviene nel dibattito sull’uso della kippah in Francia

Fonte:

Corriere della Sera

Autore:

Bernard-Henri Lévy

Kippah simbolo eterno proteggiamo chi la indossa

Che strano dibattito. E quanto baccano. Ci sono i bravi medici, come Rony Brauman e altri, che nella kippah hanno visto un segno di fedeltà alla politica di un Israele demonizzato. Ci sono i furbastri che, come all’epoca, nel 2012, in cui Marine Le Pen voleva buttare nelle reti di una stessa legge i fanatici del velo e i sostenitori della kippah, ne hanno approfittato per insinuare che la kippah era, non meno di un chador o un niqab, un segno «di ostentazione». C’è stato un momento di grande indiscrezione in cui l’intera società si è sentita prendere a testimone di una lite vecchia come il vivere-ebreo, e come il dilemma di quei rabbini che, in Lituania, in Galizia e altrove, hanno sempre dovuto fare da arbitri fra il comandamento (recente) di coprirsi il capo e quello (molto più antico poiché ha l’età di Noè) di pensare a salvare la propria vita quando i «pogromisti» tirano fuori i coltelli. C’è stata una grande agitazione, il più sovente mossa da buone intenzioni, e segnata da alcuni bei gesti: un presidente della Repubblica che giudica «insopportabile» che dei francesi debbano «nascondersi»…, un Primo ministro che si impegna a proteggere, su tutto il territorio, i suoi concittadini presi di mira dall’islamo-fascismo…, un club di tifosi che rispondono all’appello di un grande rabbino di Francia…, uno scrittore che, di fronte all’incultura dei sicari di questa nuova barbarie, in un programma televisivo tira fuori la sua kippah e cita un libro di Emmanuel Levinas. C’è stato dunque uno psicodramma su un pezzo di stoffa elevato al rango di oggetto di transizione o di totem di una Repubblica stanca di sé (la kippah è la Francia…siamo tutti ebrei da kippah…, una pioggia di hashtag virtuali scomparsi da Internet con la stessa rapidità con cui vi erano apparsi…Senza parlare degli zucchetti con impressi i colori dell’Olympique di Marsiglia, o personalizzati con l’effigie di Batman…). Ci sono poi stati (non bisognerebbe evidentemente dimenticarlo, perché è qui che tutto è cominciato!) gli emuli della gang dei barbari, gli imitatori di Mohamed Merah o degli assassini dell’Hypercacher, per i quali il fatto di portare la kippah, quella vera, significa aver il permesso di uccidere. Ebbene, davanti a tale clamore, al cui proposito non posso evitare di chiedermi cosa avrebbero detto, se fossero ancora in vita, alcuni di coloro che portavano la kippah – Benny Lévy, André Neher, Léon Ashkenazi…-, vorrei ricordare alcune verità di storia e di pensiero. La kippah, per esempio, è un segno, per chi la porta (e io non sono fra questi) di separazione, non di sottomissione. Ciò che la kippah separa è, da un lato, il corpo del Soggetto e, dall’altro, il cielo che egli non raggiunge e la terra che egli abita solo in virtù di infinite precauzioni. Il fatto di portare la kippah, poiché è la prova di tale separazione e di tale frontiera, poiché è una delle modalità di un taglio senza rottura, di una delimitazione di sé — che sono al centro dello spirito del giudaismo — , poiché dice insomma che il mondo non è una enorme massa dove si mescolerebbero in una pigra unità le cose di quaggiù, i nomi dell’Altissimo e il sé che li esamina, non è un gesto sacro, ma, nel senso proprio del termine, un gesto santo. E santa, in particolare, l’iscrizione di coloro che danno importanza a questa storia di kippah, non nei luoghi terreni, ma nella lunga, lunghissima durata dei secoli in cui attingono ispirazione e forza; non nello spazio che le nostre infaticabili webcam esplorano fino alla nausea (e di cui c’è in fondo sempre meno da dire), ma in questo tempo, questo altro tempo dove vive chi è ancora capace di sognare sulla teoria di Pascal dei due infiniti, sulla vertiginosa scoperta proustiana di una durata che è la vera casa degli uomini o ancora (e questo è rigorosamente la stessa cosa…) su una pagina del Talmud in cui ci si domanda, come nei tempi immemorabili, perché Rabbi Akiva voleva che due gocce di latte cadessero su un pezzo di carne, mentre Rabbi Eliezer diceva tre gocce. Infine, desidero ricordare come in tutto questo ci sia un’avventura singolare, propria a ciascuno, che è una odissea dello spirito quanto della carne e del corpo e di cui gli agenti della moderna condanna a morte del tempo non hanno più la minima idea. Lasciamo in pace i francesi che portano la kippah. Che la Repubblica li protegga, che i loro amici li difendano, ma che li si lasci vivere — come hanno imparato a fare nella lentezza dei secoli — il loro faccia a faccia con i mondi. C’è un pezzo di tessuto, una particella di materia che ho voglia di interpretare nei due sensi: quello che esprime la piccola parte, il simbolo minuscolo, appena visibile, e quello che, nella stessa parola, esprime distinzione e nobiltà. Ebbene, il segreto di questa particella, il suo contributo discreto all’abbellimento di un mondo, di cui Baudelaire credeva già stesse finendo nella indifferenziazione splenetica di una umanità senza Altro, l’intensità di quello che essa aggiunge all’economia dell’essere e delle nazioni, sono cose ben troppo preziose per essere gettate in pasto a una opinione pubblica che mescola tutto. Lasciamo che coloro che hanno scelto di vivere la propria libera peregrinazione di umani nell’ombra chiara della kippah edifichino serenamente, pazientemente, nel tempo, la loro parte del mondo che viene. (traduzione di Daniela Maggioni)