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Talmud (“Studio”).

Titolo di due raccolte di opinioni e discussioni rabbiniche sull’insieme della legge ebraica. A quest’opera contribuirono esperti di halakhah ed eruditi di varie accademie, in un periodo compreso fra il 200 e il 500. I due Talmudim (plur.) sono quello di Gerusalemme (o palestinese o gerosolimitano) e quello babilonese, il più importante e vasto. Il testo talmudico è costituito dalla Mishnah e dal commento e interpretazione di questa, la Ghemarah (“Completamento”). Esso non contiene soltanto materiale giuridico, ma si configura come une vera e propria summa della cultura, della tradizione e delle scienze ebraiche, in cui sono contenute numerose digressioni che spaziano dalla favola alla disquisizione metafisica, dalla medicina alla geografia. I maestri del Talmud di Gerusalemme (Talmud yerushalmi) appartengono a un’epoca anteriore al 400; quelli menzionati nel Talmud babilonese (Talmud bavli) vissero fra il III e il VI secolo. L’insegnamento del Talmud è stato accettato da tutti gli ebrei, ad eccezione dei caraiti, che riconoscevano autorità solo alla Bibbia.

Tradizionalismo cattolico

Il tradizionalismo cattolico nasce all’inizio del XIX secolo in Francia come pensiero controrivoluzionario che vede nella Rivoluzione francese il frutto perverso dell’Illuminismo e della sua esaltazione della ragione individuale. Per il tradizionalismo l’unico modello di convivenza civile è rappresentato dalla società cristiana. Con il Sillabo (1864) la Chiesa condanna irrevocabilmente la modernità, ossia “i principali errori dei nostri tempi” rappresentati dall’indifferentismo religioso, dal razionalismo, dal liberalismo, dal comunismo, dalla teoria della separazione tra stato e chiesa, dalla libertà di culto, di opinione e di stampa. Contro i frutti della modernità la Chiesa cattolica ha condotto un’aspra lotta dalla Rivoluzione francese fino al Concilio Vaticano II (1962-1965). Il Concilio Vaticano II (CV2), con cui la chiesa si apre alla modernità, rappresenta una netta cesura rispetto al passato. In difesa di questo passato resta un nocciolo duro di gruppi religiosi, ampiamente minoritari ma combattivi, che vivono i cambiamenti introdotti dal Concilio come eversivi della vita della chiesa e come rinnegamento della Tradizione. La cultura tradizionalista è “reazionaria” e aspira nostalgicamente alla “restaurazione della società cristiana”. Di qui la sua prossimità a gruppi politici ultraconservatori e della destra estrema. Tra i gruppi tradizionalisti, che costituiscono un arcipelago di difficile censimento, si distinguono quelli “in comunione” con la chiesa da quelli che non riconoscono l’autorità del pontefice regnante. Il gruppo tradizionalista più noto è La Fraternità Sacerdotale san Pio X fondata nel 1970 in Svizzera da monsignor Marcel Lefebvre che si oppone agli esiti del CV2 in tema di collegialità episcopale, libertà religiosa, ecumenismo, rapporti con le religioni non cristiane (in particolare il giudaismo), liturgia. Nel 1988 Lefebvre, in seguito all’ordinazione di quattro vescovi senza autorizzazione papale, incorre insieme ai vescovi nella scomunica che nel 2009 sarà revocata da Benedetto XVI. I “lefebvriani” riconoscono il papa perché legittimamente eletto ma ne disconoscono l’autorità in quanto propagatore di false dottrine. In Italia, uno dei maggiori esiti della contestazione radicale al Concilio è rappresentato dalla nascita dell’ Istituto Mater Boni Consilii, fondato nel 1985 da alcuni sacerdoti provenienti dalla Fraternità Sacerdotale san Pio X. Per l’Istituto, che condivide con la Fraternità l’opposizione alle riforme conciliari, la sede papale è vacante dalla morte di Pio XII (da qui il nome di “sedevacantisti”). Nei confronti del giudaismo e degli ebrei, lefebvriani e sedevacantisti rifiutano la dichiarazione conciliare Nostra Aetate, utilizzano la polemica antigiudaica dei Padri della Chiesa e sostengono tesi chiaramente antisemite che diffondono attraverso i loro organi di stampa.